Pubblicato: mar, 29 Mar , 2022

Ndrangheta: le doti e la gerarchia

Sulle tracce degli invisibili e del conte Ugolino.

La parola ndrangheta o ndranghita sembra derivare dal greco classico, da cui i dialetti calabresi sono fortemente influenzati. Andragathía (ἀνδραγαθία) sarebbe traducibile con valore, prodezza, coraggio. Forse vi è stata la contaminazione tra spagnolo, catalano e l’espressione calabrese

‘ntrànchiti, che indica le interiora, l’intestino, assumendo un significato metaforico per indicare i membri uniti da un legame interno e riservato. Secondo altre interpretazioni significherebbe la collera degli uomini. Ne troviamo traccia nei documenti giuridici nel ventennio del secolo scorso, quando emerge che l’associazione operante nella Locride era denominata degli ‘ndrangheti, originari di San Luca, sede del santuario della veneratissima madonna di Polsi. In quegli anni anche sul versante tirrenico compare la parola “dranghita” come sinonimo della Società, e poco dopo “entranghetisti” per definire due importanti esponenti di una famiglia mafiosa. Si ‘ndranghetija, un verbo declinabile coniato proprio dagli stessi affiliati, per indicare il loro modo di operare.

Criminali che un tempo andavano a dorso di mulo, rubavano polli e vacche e l’unica risorsa di cui disponevano era la violenza, divenuti poi organizzazione in grado di essere presidio territoriale e globale. E’ irreale quanto anacronistico pensare che il mafioso sia ancora solo il delinquente di quartiere con la lupara in mano e la coppola calata sugli occhi. Nel 2007 la ndrangheta è stata inserita nella lista nera del governo americano tra le organizzazioni terroristiche più potenti al mondo, come Al Qaeda. Controlla oltre un terzo del traffico mondiale di cocaina, ha aziende e governa le città, generando profitti per decine di miliardi di euro. I nuovi boss parlano correttamente tre o più lingue, tengono contatti di alta finanza con NewYork e gli emirati arabi, viaggiano in lamborghini. Oggi, scrive il grande procuratore antimafia Nicola Gratteri, la mafia è proiettata verso ambiti delinquenziali sempre più raffinati.

In continua crescita ed espansione, non si estingue perché sono ancora in tanti a proteggerla, a tutelarla, a cercarla e a legittimarla. Una legittimazione che risale al passato e che ne ha consentito l’incredibile ascesa.

Nell’800 le carceri come Favignana, Reggio Calabria e Procida offrivano l’interazione tra i criminali locali ed i detenuti politici. Lì avvengono contaminazioni tra storie e culture diverse, ibridazioni e fusioni. I delinquenti di strada avevano iniziato a mutuare il linguaggio dei politici, l’intreccio ed il salto di qualità sembrano inevitabili. Sono stati documentati diversi episodi di come la classe dirigente abbia usato la picciotteria per guerre di potere. Nel XIX secolo, per esempio, nelle elezioni comunali a Reggio Calabria erano stati denunciati brogli elettorali e sciolto il consiglio comunale. In quelle circostanze, risulterà assoldato per favorire uno dei candidati alle elezioni, un picciotto, tale Francesco De Stefano, avo degli attuali De Stefano che comandano mezza Calabria e Lombardia. Dal quartiere di Sbarre-Spirito Santo, il camorrista e gran bastone, era già ritenuto uno dei principali indiziati in fatto di furti, grassazioni, contrabbando di merci e spaccio di banconote false. Arrestato più volte, segnalato come mafioso, aveva il favore degli ambienti più influenti della città e spesso la derubricazione dei capi di accusa. La classe dirigente ha sempre cercato e abbracciato la criminalità organizzata, legittimandola prima ancora del popolo. E’ risaputo, infatti, che alcuni mafiosi godevano del favore dell’opinione pubblica, avvolti da un’aura di virilità tenebrosa, spesso protetti dai loro concittadini, tanto da riscuotere perfino numerose dichiarazioni d’amore.

Assassini e ladri che ad un certo punto imparano a disciplinare la violenza, a ritualizzarla e a gerarchizzarla, ispirandosi allo statuto degli ordini massonici presenti all’epoca. Baroni e nobili stringono affari con i calabresi armati, creando un legame profondo tra la mafiosità del ceto povero e quella delle classi dirigenti, volte a detenere il potere. Già a fine ‘500 dire camorrista era sinonimo di malfattore, tanto che la pratica estorsiva che li identificava aveva reso necessaria l’emanazione di una specifica norma repressiva sulle estorsioni in carcere (1573, del vicerè di Napoli).

Il senso dell’onore che professano i picciotti non ha nulla a che vedere con l’onestà, ma misura il valore di una persona, di una famiglia, di un clan. La dottrina camorristica è permeata da leggende, riti e rituali esoterici. Tra questi, vi è anche la storia dei tre cavalieri camorristi Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Il primo per ogni giocata che facevano esigeva dagli altri la camorra, fino a lasciare i compari senza soldi e imponendosi come il più forte. Nel tempo la leggenda trasforma i tre cavalieri in fratelli che per vendicare l’onore della sorella stuprata, uccidono un nobile protetto dalla corona aragonese. Condannati a 30 anni di carcere nell’Isola di Favignana, avrebbero dato vita a codici d’onore, regole, riti di affiliazione, simboli e comandamenti inviolabili. Formule che riprendono quelle dell’associazione cavalleresca di stampo massonico, la Garduña, fondata a Toledo nel 1412. Scontata la pena, Osso rimase in Sicilia e fondò Cosa Nostra, Mastrosso si trasferì in Calabria fondando la ‘Ndrangheta e Carcagnosso se ne andò a Napoli dove diede vita alla Camorra. Tradizioni che resistono nel tempo, tanto che durante il rito di iniziazione, gli affiliati promettono di emulare le gesta dei tre cavalieri, mito di origine dell’Onorata Società. Codici scritti che tutt’ora vengono seguiti e conservati, le parole chiave sono ancora silenzio, umiltà e obbedienza. Dalle gesta del bandito Musolino alle immancabili riunioni a Montalto e nell’Aspromonte, le processioni alla madonna e gli inchini mafiosi, l’Onorata Società si nutre dei suoi riti e prosegue indisturbata.

“La ndrangheta è una e una sola, non esiste un’altra ndrangheta all’infuori di quella nata e cresciuta nel cuore di pietra dell’Aspromonte”, recita il primo comandamento degli affiliati. Una persona diventa ‘ndranghetista in due modi: per nascita, quindi essendo già appartenente a una famiglia mafiosa o per battesimo, cioè tramite il rito di affiliazione. Il legame è sancito spesso dal sangue della mano versato su qualche immagine sacra. Simile ad una cerimonia esoterica, il nuovo membro si impegna a non tradire l’associazione ed i fratelli, in caso contrario brucerà come il santino su cui promette. Il battesimo dura tutta la vita, è un giuramento che non ammette deroghe e si scioglie solo con la morte. Essere uomini d’onore è fondamentale, chi tradisce viene considerato un infame; un mafioso che perde il rispetto è uno che porta a spasso il suo cadavere. L’affiliato si sente importante e al sicuro, sa di avere alle spalle un gruppo, un’organizzazione, una famiglia (senso di appartenenza e protezione che il cittadino difficilmente trova nello stato e nelle istituzioni). D’altra parte, la ndrangheta esiste perché in Italia non funziona la giustizia civile (cit. boss Mommo Piromalli, 1979).

Il nucleo familiare, sacro e inviolabile, è lo zoccolo duro dei clan, che si ramificano attraverso nozze combinate e comparaggi. I matrimoni hanno un alto valore simbolico per saldare i rapporti o per sancire la fine di una faida. Spesso i banchetti nuziali, cresime e battesimi sono occasione per veri e propri summit. L’uso di reti parentali-amicali ne moltiplica la forza, diventando uno scudo protettivo contro delazioni interne ed infiltrazioni esterne.

La struttura gerarchica si sviluppa in gradi, dette doti: al primo ci sono i picciotti, poi i camorristi e gli sgarristi, che rappresentano la cosiddetta società minore. La ndrina è la struttura di base, composta da 7 uomini (d’onore), mentre 7 ‘ndrine, compongono il locale (operazione Galassia, 1995). Il capo-locale ha la dote di sgarro, che ha potere di vita e di morte su tutti; al suo fianco vi sono un contabile, che gestisce la situazione economica e finanziaria, e un crimine, che governa le faide con le cosche rivali. I locali creati al di fuori della regione dipendono dal locale del paese d’origine. Il mandamento è la zona di influenza di una o più famiglie affiliate. Il capofamiglia di ogni mandamento (capo-mandamento) è membro permanente di una commissione provinciale. Il territorio calabrese si suddivide in mandamento tirrenico (Piana di Gioia Tauro), mandamento ionico (la Locride), e mandamento città (Reggio Calabria). Questi, come tutti i locali stanno al di sotto di una commissione definita “Provincia” o “Crimine”, che si riunisce solitamente nel santuario di Polsi. Il Crimine è composto dal capo-crimine, il capo-società e il mastro-generale. Il capo-crimine della Provincia viene eletto ogni anno su indicazione dei tre mandamenti. In diverse occasioni è stato confermato che San Luca è il cuore di tutta la ndrangheta e le riunioni più importanti avvengono al santuario di Polsi. Il mandamento ionico della Locride sembra proprio il nocciolo duro e indiscusso dell’onorata società, a cui farebbero riferimento tutti gli affiliati. All’estero e in altre parti d’Italia esiste il concetto di “Camera di controllo” con mansioni equivalenti a quelle del mandamento. Nel 2020 viene scoperta l’esistenza di una camera di controllo a Toronto (Canada) dipendente dal Crimine di Siderno (Reggio Calabria), mentre nel 2021 viene scoperta una nuova camera di controllo in Germania, anch’essa legata al territorio calabrese. I clan possono gestire affari di ogni tipo, in qualunque parte del mondo, ma deve sempre rimanere un filo comunicante con la terra d’origine; le cariche più ambite devono rimanere o gravitare in Calabria, in quanto patrimonio esclusivo dei tre mandamenti.

Nel corso dei decenni la ndrangheta cambia la propria composizione sociale, da contadino-bracciantile-pastorale, aumenta la rappresentanza di impiegati, artigiani, commercianti, professionisti, imprenditori. Si articola sempre di più, con oltre 25 gradi ancora semi-segreti. Oltre ai padrini, esistono cariche molto più alte e riservate anche per gli intranei più importanti, gli appartenenti ai livelli si conoscono solo tra di loro. La società ha addirittura un suo tribunale diversamente composto in base ai livelli da giudicare, nel quale vengono discusse le infrazioni e le eventuali punizioni. La sua gerarchia è estremamente complessa, è tanto più potente quanto più è invisibile. «[ndr la ‘ndrangheta] può essere paragonata ad un treno con tanti vagoni, e ogni vagone ha il suo capotreno che è il capolocale. Poi c’è il capotreno. E questo è un treno locale bello lungo. Poi c’è il treno ad alta velocità, dove non possono salire tutti, ci vanno solo i capi. Al di sopra di questo treno c’è chi viaggia in aereo, che dirige gli scambi, dirotta i convogli e neanche si vede. Sono state combattute guerre, sono state uccise tante persone e chi lo ha fatto non sa neanche il vero perché. gente che ha preso ordini dai servizi segreti.» (Antonino Fiume, ex braccio destro di Giuseppe De Stefano durante il processo ‘ndrangheta stragista del 2019).

Amplia la struttura in modo verticistico, saldandosi a politica, massoneria e servizi segreti deviati. Si crea un ulteriore livello, la “Santa” o Società Maggiore, che stravolge l’ordinamento dell’organizzazione, consentendo ai boss la possibilità di una seconda affiliazione, quella alle logge coperte della massoneria. Il passaggio serve per creare una mafia 2.0, non più subalterna rispetto a chi gestisce la cosa pubblica, ma in grado di relazionarsi con il “mondo di sopra” (politica, impresa, istituzioni, forze dell’ordine, avvocati e palazzi di giustizia). I boss gestiscono direttamente potere e affari, sedendosi al tavolo di comando, nella cd “stanza dei bottoni”, dove si decidono progetti ed opere, investimenti, se costruire o meno infrastrutture, sanità, gestione della politica, dell’amministrazione e più in generale l’economia nazionale. Il ritorno per le istituzioni compiacenti, in termini di benefici, è un sicuro sostegno elettorale, protezione e fruttuose collaborazioni. Gli effetti di quella scelta di potere e capacità di infiltrazione si vedono ancora oggi.

Il santista è il primo grado della Società Maggiore. È colui che ha ottenuto una dote più elevata per esclusivi meriti criminosi. Uno sgarrista che vuole passare alla Santa riceve la cosiddetta chiave d’oro e attende il benestare della società maggiore di San Luca. I santisti cambiano la loro formula di giuramento e lo fanno in nome di altri tre cavalieri: Mazzini, Garibaldi e La Marmora. Tra i santisti noti, troviamo i nomi dei capi promotori (Piromalli, i fratelli De Stefano, Araniti) gli Arena e Gioffrè. Secondo un collaboratore di giustizia (Operazione Rinascita-Scott 2019), la Santa sarebbe una dote di passaggio, che una volta conferita viene mantenuta pochi mesi, per poi passare a quella successiva di Vangelo. Solo 7 ‘ndranghetisti possono mantenere la dote di Santa a vita. Per creare una società maggiore occorrono almeno 7 persone col grado di santista. Il vangelista ha prestato giuramento di fedeltà all’organizzazione criminale mettendo una mano su una copia del vangelo. Vangelo, Crimine, Dritto e Medaglione. Seguono Quartino, Trequartino e Padrino, un grado attribuito ad un ristretto numero di mafiosi che all’interno dell’organizzazione vanno a costituire un’oligarchia con privilegi e responsabilità. Secondo alcuni collaboratori di giustizia si riscontrano anche doti speciali, come “crimine internazionale” (Pasquale Nicoscia, Nicolino Grande Aracri, Antonio Pelle avrebbero avuto questo grado – processo Rinascita-Scott, 2021). La dote di “associazione” sarebbe nata in Piemonte, dedicata ai vertici (processo Minotauro). Salendo si trovano i livelli più sconosciuti e riservati: Crociata (formata da 7 santisti, raccoglierebbe gli affiliati dal grado di picciotto a quello di padrino). Sopra al padrino ci sono le doti di “stella polare”: Associazione, Stella (formata da 5 evangelisti), Infinito, Cavaliere di Cristo, Luce, Bartolo, Mammasantissima (capo di 5 padrini), Tredicesimo apostolo, Super associazione e Conte Ugolino, che dovrebbe rappresentare il punto apicale di tutta la ndrangheta.

Il livello più alto e segreto è quello decisivo. Dalle indagini emerge che la componente “invisibile” è proprio quella che effettivamente prende le decisioni, indirizza l’agire dei partecipi la struttura criminale. Un rango elitario che sarebbe stato formalizzato nel 2005 (intercettazione Sebastiano Altomonte, 2007), i cui componenti segreti sarebbero sette. All’interno di questa super cupola ci sarebbe anche uno degli esponenti dei De Stefano, mentre i Mancuso ricoprirebbero il grado di Mammasantissima. Confermati i ruoli indiscussi degli altri clan che orbitano attorno, tra Piromalli, Arena, Grande Aracri, Oppedisano, Pelle e via dicendo, ma gli inquirenti non sono ancora riusciti a dare un nome e cognome a tutti i gradi dell’Onorata Società, in continua evoluzione.

Nel dossier denominato “Stato-parallelo” si parla dell’esistenza di una super-associazione al cui interno si colloca anche l’organizzazione di tipo mafioso, al pari di altri componenti di un sistema politico-economico pantagruelico e deviato. Una sorta di stato parallelo, appunto, in cui si manifestano una serie di interlocuzioni costanti con apparati istituzionali e professionali e che si basa su un’ampia rete relazionale e di interessi che caratterizza il mondo imprenditoriale, economico nazionale e internazionale, in collegamento sinallagmatico con le più evolute manifestazioni operative della ndrangheta (processo Breakfast, processo ‘Ndrangheta stragista). “Quando pensi alla ’ndrangheta di oggi, devi immaginarla come le due piramidi del Museo del Louvre, quella solida e quella trasparente, l’una sovrapposta all’altra con un solo punto di contatto fra le due. Separate, ma in equilibrio fra loro. L’una necessaria all’altra” – spiega un collaboratore di giustizia.

Oltre ai suoi giovani d’onore e picciotti, la società si avvale di soggetti al di sopra di ogni sospetto, chiamati “uomini cerniera”: imprenditori, politici, manager, faccendieri, avvocati, traffichini. E’ sempre più difficile distinguere tra potere istituzionale e potere criminale, tra lecito ed illecito, economia pulita e sporca. Se in passato ndrangheta e politica erano due mondi comunicanti, oggi sono un tutt’uno senza soluzione di continuità. La ndrangheta è la concretizzazione dell’“annacarsi”. Nnacamento significa affrettarsi e tergiversare, allo stesso tempo. Un verbo intraducibile che indica una cosa ed il suo contrario. Il massimo del movimento col minimo spostamento. In greco ‘nake’ è culla, tutt’oggi chiamata naca in Sicilia e Calabria. L’arte di annacarsi è tipica di queste terre (Roberto Alajmo): si fanno grandi giri, ma poi rimane tutto uguale. Come diceva Tomasi di Lampedusa nel suo indimenticabile Gattopardo, “occorre che tutto cambi per non cambiare niente”. Il collegamento tra ‘ndrangheta e politica è intrinseco nella struttura dell’associazione, prima nata come strumento di affermazione della classe dirigente e poi trasformatasi essa stessa nel potere. Una realtà così attuale che curiosamente viene citata non più tardi di qualche settimana fa anche dall’avv. Paolo Romeo, già condannato in via definitiva per concorso esterno, a servizio del clan dei De Stefano; indagato innumerevoli volte per vicende di stampo mafioso, coinvolto nella latitanza del terrorista nero Franco Freda (strage piazza fontana). La sua storia comincia con il golpe Borghese (quando nasce la duratura alleanza fra destra eversiva e ’ndrangheta) passa per la P2 e arriva fino alle ultime elezioni. Quest’anno è stato condannato in primo grado a 25 anni per associazione mafiosa (luglio 2021). Per la procura di Reggio Calabria sarebbe uno dei vertici della “cupola degli invisibili” della ndrangheta, sarebbe stato il tramite tra mafia, politica, massoneria e servizi segreti; sarebbe stato il regista occulto degli ultimi quarant’anni delle candidature e delle carriere politiche (intervista Paolo Romeo, Report novembre 2021; processo Gotha). Al vertice riservato ed invisibile, assieme all’avvocato Paolo Romeo vi sarebbe l’avvocato Giorgio De Stefano (condannato a 15 anni di reclusione). Secondo la Corte è emerso “il ruolo apicale occulto della componente riservata della ‘ndrangheta e componente apicale dell’articolazione territoriale denominata cosca De Stefano dell’avvocato. I giudici ritengono che De Stefano ebbe compiti di cooperazione anche con gli altri soggetti al vertice delle diverse articolazioni territoriali della ‘ndrangheta, al fine di consentire la concreta attuazione del relativo programma criminoso, fungendo da autorevole punto di riferimento. E’ dimostrato come De Stefano, con la sua condotta, abbia prestato un contributo concreto idoneo alla conservazione od al rafforzamento della struttura associativa, con la precipua finalità di perseguirne gli scopi… [è dimostrato] il suo ruolo di capo ed organizzatore del sodalizio unitariamente inteso, in qualità di partecipe della componente invisibile della ‘ndrangheta, struttura di vertice chiamata a svolgere compiti di direzione strategica e, in ultima analisi, di gestione occulta delle scelte di politica criminale del sodalizio di stampo mafioso. De Stefano si muove in un contesto criminale che interagisce stabilmente, attraverso associazioni segrete caratterizzate dalla segretezza dei fini e dalla riservatezza dei metodi (massoneria deviata), con il mondo dell’imprenditoria, della finanza, della magistratura e, più in generale, delle istituzioni. La Corte rileva che Giorgio De Stefano e Paolo Romeo dimostrano una straordinaria capacità di governare ed orientare lo scenario politico locale in modo tale da determinare le sorti delle elezioni comunali, provinciali, regionali ed europee, giungendo finanche a stabilire chi, fra un candidato e l’altro, debba prevalere” (processo Gotha, luglio 2021 – operazioni Mamma Santissima, Reghion, Fata Morgana, Alchimia e Sistema Reggio). Nel frattempo, nel processo Rinascita-Scott un altro avvocato è accusato di mediare tra boss e pezzi dello Stato. L’imputato è l’avvocato ed ex parlamentare Giancarlo Pittelli, che secondo l’accusa accoglieva nella sua loggia coperta sia esponenti del potentissimo clan Mancuso di Limbadi che magistrati delle procure calabresi, con la finalità, tra le altre, di “aggiustare” i processi a carico degli affiliati. Per gli inquirenti sarebbe uno dei trait d’union tra ndrangheta e politica. Da un’intercettazione lo stesso avvocato sembra esplicitare il collegamento tra i Piromalli e Dell’Utri per costituire il partito politico [forza italia]; conferma il potere indiscusso dei clan Piromalli e Mancuso per cui dice di lavorare da oltre quarant’anni. Secondo i pm “l’avvocato Pittelli è uomo politico, professionista, faccendiere di riferimento avendo instaurato con la ‘ndrangheta uno stabile rapporto ‘sinallagmatico’, caratterizzato dalla perdurante e reciproca disponibilità. I magistrati hanno sottolineato la generale disponibilità dell’ex senatore nei confronti del sodalizio a risolvere i più svariati problemi degli associati, sfruttando le enormi potenzialità derivanti dai rapporti del medesimo con importanti esponenti delle istituzioni e della pubblica amministrazione. Per gli inquirenti aveva illimitate possibilità di accesso a notizie riservate e a trattamenti di favore, veicolava informazioni all’interno e all’esterno del carcere tra i capi della cosca Piromalli detenuti, i mammasantissima di Gioia Tauro Giuseppe e Antonio Piromalli” (processo Rinascita Scott, inchiesta Malapigna 2021). Emerge dagli atti investigativi un’altra figura di raccordo: il commercialista Zumbo, già condannato a 11 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Grazie ai suoi rapporti con i livelli più alti dei servizi segreti italiani, sarebbe riuscito a pilotare gli arresti delle cosche avversarie e a passare soffiate sulle indagini a capimafia come Giuseppe Pelle, boss di San Luca. Forse un accordo stipulato negli anni 2000 tra ndrangheta e una parte dello Stato, ma non ha mai rivelato chi fosse il suo referente nel sismi (inchiesta crimine infinito, processo piccolo carro). Zumbo viene condannato anche nel processo Gotha ad altri 3 anni e 6 mesi di reclusione (luglio 2021). Dalle indagini sembrano emergere fitti collegamenti tra la p2 di Licio Gelli, la loggia Fenice che forse ne è stata il prosieguo, coalizioni tra cosa nostra e ndrangheta che negli anni hanno spostato congiuntamente il loro sostegno verso gli stessi uomini. Importanti nomi del panorama politico italiano intrecciati con i boss più emblematici. Sodalizi più che mai vivi e proficui. Un inquietante quanto oscuro cono d’ombra che vede coinvolti imprenditori, deputati, sottosegretari, ministri, parlamentari e senatori, fino alle più alte cariche dello stato, alcuni dei quali sarebbero anche tra gli “invisibili”.

[dati integrati dalle ricerche del procuratore antimafia Nicola Gratteri e dello storico Antonio Nicaso; intercettazioni della procura di stato; relazioni del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia]

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