Pubblicato: dom, 16 Lug , 2023

inchiesta Basso Profilo: la sentenza conferma 35 condanne

l’inchiesta ha fatto luce su alcuni degli intrecci tra ‘ndrangheta, politica e imprenditoria

L’indagine condotta nel gennaio 2021 dalla Dia congiuntamente a Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza sotto il coordinamento della Dda di Catanzaro, ha coinvolto tutte le classi di potere. Ricostruita una zona grigia all’interno della quale orbitavano imprenditori, professionisti, amministratori, politici e forze dell’ordine infedeli che avrebbero favorito i clan crotonesi, tra cui Nicolino Grande Aracri, Giovanni Trapasso e Alfonso Mannolo. Cerniera di collegamento Antonio Gallo, imprenditore di Sellia Marina.

Gli imputati sono accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere di tipo mafioso, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, trasferimento fraudolento di valori, rivelazione e utilizzazione del segreto di ufficio, riciclaggio, accesso abusivo al sistema informatico e voto di scambio politico-mafioso. Tra questi l’imprenditore Antonio Gallo, espressione delle ‘ndrine Trapasso e Bagnato, sotto l’ala protettrice della cosca Ferrazzo di Mesoraca e di altre organizzazione criminali riunite nel nome della locale di ‘ndrangheta di Cirò; l’ex consigliere comunale di Catanzaro e l’allora assessore del Comune di Simeri Crichi, rispettivamente Tommaso e Saverio Brutto, che avrebbero favorito i progetti di ascesa di Gallo, presentandogli appartenenti alle Forze dell’ordine infedeli, “disposti a negoziare le informazioni riservate provenienti da ambienti interni all’autorità giudiziaria, cedendo al fascino del potere economico e alle relazioni di Gallo”. Tra gli imputati anche l’imprenditore Umberto Gigliotta, che avrebbe fatto ingresso nella sfera criminale catanzarese grazie alla conoscenza di Francesco Trapasso, detto Franco “u rabbinu” e Salvatore Espedito Mazza, inteso “Stellina”, entrambi considerati organici al clan dei Gaglianesi di Catanzaro, un’articolazione delle ‘ndrine Trapasso di San Leonardo di Cutro e degli Arena di Isola Capo Rizzuto.

Nel processo emergono anche le dichiarazioni di un nuovo collaboratore di giustizia, Tommaso Rosa, 57 anni, nato a Crotone ma residente a Sellia Marina. «Gallo vantava rapporti con politici. Era legato a Caridi». Antonio Gallo e Tommaso Rosa, almeno secondo la ricostruzione della Procura, avrebbero fatto parte di un’associazione mafiosa al cui interno gravitavano Grande Aracri, Trapasso, Mannolo e Antonio Santo Bagnato. Gallo sarebbe stato dunque un riferimento operativo delle ndrine operanti nel territorio di Sellia Marina, Catanzaro, Botricello, Mesoraca, Roccabernarda, Cutro e Cirò Marina grazie al suo ruolo di imprenditore che gestiva in regime di sostanziale monopolio la fornitura di prodotti antinfortunistici ai privati. Rosa, invece, referente del clan di Roccabernarda – in forza del suo rapporto con il presunto capo, Antonio Santo Bagnato – gestiva società fittizie create allo scopo di drenare soldi all’erario e agli enti previdenziali. Rosa riferisce che l’imprenditore intratteneva «ottimi rapporti con personaggi di ‘ndrangheta» e vantava «molti agganci da Reggio Calabria fino a Cosenza». Un monopolio così forte che «nel settore dell’antinfortunistica non doveva pagare mazzette e che i lavori li otteneva sia con alterazioni delle gare di appalto sia con affidamenti nel settore privato tramite l’intervento delle ndrine. In particolare, i villaggi turistici erano controllati dalla ndrangheta. Ricordo che lui lavorava nel Sun Beach nel quale mi fece entrare a lavorare con la mia società chiedendomi una percentuale del 10% anche quando i gestori del villaggio per ragioni economiche non pagavano. Mi raccomandò di non dire nulla ai Trapasso di questa percentuale che mi chiedeva. Invece per quanto attiene alle truffe e alle false fatturazioni lui dava una percentuale alle cosche, in base alla ubicazione dell’azienda. In ogni caso lui ricambiava i favori mettendosi a completa disposizione delle cosche che lo agevolavano». Il collaboratore di giustizia prosegue nel racconto dichiarando che Gallo «aveva agganci nelle stazioni appaltanti, da cui traeva notizie riservate per poter partecipare alle commesse pubbliche per la fornitura di prodotti antinfortunistici. Disse, inoltre, che talvolta faceva forniture sotto soglia in modo da avere affidamenti diretti in somma urgenza. Anche commesse dalle Asp per la fornitura di mascherine».

Si chiude in primo grado con 35 condanne e 12 assoluzioni il processo scaturito dall’inchiesta Basso Profilo. Il pubblico ministero ha definito Gallo “soggetto servente alle cosche”, un uomo che ha costruito un sistema di società cartiere il cui unico scopo era quello di “produrre fatture”. Gallo era accusato, tra l’altro, di associazione mafiosa. La ‘ndrangheta spara meno e ha sempre più rapporti con l’imprenditoria e la politica. Gallo, un uomo eclettico e spregiudicato, capace di avere stretti contatti con forze dell’ordine, politica e ‘ndrangheta, ha allargato in modo smisurato la sua attività imprenditoriale. Durante la perquisizione a casa sua – svela il procuratore capo Gratteri – hanno trovato milioni in contanti, decine di rolex e macchine di lusso, del valore di centinaia di milioni di euro. Era un imprenditore apparentemente medio-piccolo, ma questa voglia di ingrandirsi lo ha portato fino a Reggio Calabria, a rivolgersi alle famiglie di ‘ndrangheta, anche per organizzare la campagna elettorale dell’onorevole Talarico.

A 30 anni è stato condannato anche Umberto Gigliotta, imputato per associazione per delinquere semplice aggravata dal metodo mafioso. Sei anni e 8 mesi sono stati inflitti a Ercole D’Alessandro, all’epoca dei fatti luogotenente della Guardia di finanza in servizio al Nucleo di polizia economico finanziario – Gico sezione Goa di Catanzaro, accusato di associazione per delinquere semplice aggravata dal metodo mafioso, corruzione, rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio, traffico di influenze illecite, accesso abusivo a un sistema informatico, false attestazioni o certificazioni, truffa militare. Il filone in abbreviato – che vede coinvolto tra gli altri l’ex assessore al Personale della Regione Calabria – si era già chiuso nell’ottobre del 2021 con 22 condanne e 3 assoluzioni.

Archiviata la posizione dell’ex segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, anche egli indagato nell’ambito della medesima inchiesta. Cesa era accusato di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso. All’epoca dei fatti, risalenti al 2017, Cesa era europarlamentare. Il politico era accusato, in particolare, di avere aiutato due imprenditori, indagati nella stessa inchiesta e ritenuti legati a cosche di ‘ndrangheta del Crotonese e del Reggino, ad ottenere appalti nel settore della fornitura di materiali per l’antinfortunistica. Secondo la Dda, non sussistono elementi per provare l’appartenenza di Lorenzo Cesa all’associazione sgominata dalle ffoo. Nello stesso procedimento è rimasto coinvolto anche l’ex segretario regionale dell’Udc della Calabria, Franco Talarico, che fu arrestato nell’operazione con l’accusa di scambio elettorale politico-mafioso. Talarico, ex assessore regionale al Bilancio, è stato processato col rito abbreviato e condannato a cinque anni di reclusione.

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