Pubblicato: mar, 5 Nov , 2013

I lavoratori dei beni confiscati dimenticati dalla legge

Presidio davanti alla Prefettura di Palermo dei lavoratori dipendenti di imprese sequestrate alla mafia. Fillea Cgil: «La legge è carente, chiediamo di essere ascoltati, servono piani industriali»

 

Presidio Fillea per i lavoratori dei beni confiscati

Quando si parla di beni confiscati alla mafia, si parla sempre del loro valore e mai dei lavoratori. Spesso i beni sequestrati sono semplici immobili, ma a volte si tratta di aziende nelle quali c’è un capitale umano che non ha nulla a che vedere con la mafia, sono semplici persone che vogliono continuare a poter svolgere il loro lavoro, ma la legge Rognoni-La Torre glielo impedisce. La legge, quando è entrata in vigore nel settembre del 1982, rappresentò una svolta per la lotta alla mafia ma che oggi risulta essere carente e necessita una revisione che dia spazio ai bisogni dei lavoratori. E’ di questo avviso Giuseppe Ayala, ex-magistrato che ha combattuto in prima linea la mafia come pubblico ministero al primo maxiprocesso e presente stamattina al presidio di protesta indetto dalla Fillea Cgil: «E’ chiaro ed evidente che questa legge fu una svolta di straordinaria importanza ma nell’applicazione, come tutte le leggi, crea dei problemi, in particolare nel coniugare la destinazione dei beni confiscati e sequestrati alla mafia e l’esigenze dei lavoratori. Non vorrei che mai – continua Ayala – passasse la vecchia equazione, la mafia dava lavoro, lo Stato non riesce a fare la stessa cosa. Ho sentito il dovere di essere accanto a loro perchè condivido questa problematica e sono anche abbastanza ottimista sulle possibilità di trovare delle soluzioni».

La Fillea che per oggi ha indetto lo sciopero generale, chiede piani industriali per rilanciare le imprese e di coinvolgere i lavoratori e le organizzazioni sindacali nei processi decisionali dell’Agenzia Nazionale dei Beni Confiscati. «Le decisioni che vengono assunte dall’Agenzia – afferma Franco Tarantino, segretario regionale Fillea Cgil – sono decisioni che guardano esclusivamente ai beni delle imprese confiscate ma non danno percorsi ai lavoratori che in queste imprese lavorano». Tarantino sottolinea come la situazione si sia complicata quando la legge ha affidato all’Agenzia la definizione di tutti i percorsi delle imprese confiscate, un lavoro apprezzabile per la mole di beni da gestire ma che non tiene conto dell’esigenze particolari di ogni realtà. Questo è quello che prevede la legge ed è il motivo per cui secondo la Fillea, deve essere modificata: «La legge è carente per cui abbiamo messo in piedi una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare sotto il nome “Io riattivo il lavoro”. Temiamo – aggiunge Tarantino – che possa compromettere l’assetto di queste imprese che stanno bene nel mercato. Svuotarle dei beni significa svuotarle dei cespiti e quindi significa non dare più certezza di stipendio ai lavoratori, certezza del loro futuro». La confisca e il sequestro di beni è certamente un mezzo importante per combattere la mafia, ma senza un adeguata strategia che metta a frutto il loro potenziale, rischia di essere uno sforzo vano, rendendoli vulnerabili a nuove infiltrazioni mafiose. Nel caso delle imprese, l’assenza di risposte dallo Stato rischia inoltre di alimentare il senso di abbandono nei lavoratori oltre che la disoccupazione. E’ uno spreco in termini di produttività liquidare imprese che, dopo l’avvenuta bonifica, potrebbero invece assumere e continuare a lavorare, questa volta per lo Stato.

Il segretario nazionale della Fillea Cgil, Salvatore Lo Balbo, fa notare come su 7236 aziende confiscate e sequestrate, soltanto un centinaio sono nuovamente attive. Una risposta da parte dello Stato che il segretario nazionale ritiene insufficiente e controproducente. Le imprese , secondo Lo Balbo, non dovrebbero essere soltanto bonificate ma riconsegnate sane ai lavoratori e al territorio in maniera da produrre ricchezza. « La lotta alla mafia non è solo arrestare il mafioso, ma togliere ai mafiosi il potere di mettere in campo modelli statuali diversi dallo Stato costituzionale. Serve un cambio di passo perchè non possiamo più aspettare che non ci siano aziende attive. Più che soluzioni – continua Lo Balbo – proponiamo dei metodi. Il primo metodo è, che sia negli uffici Misure di Prevenzione sia presso l’Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati, ci siano momenti di discussione fra i pezzi dello Stato e il sindacato. I problemi non si possono affrontare in termini di carta bollata, bisogna affrontarli in termini economico-produttivi. Noi siamo convinti che un contributo lo possiamo dare ».

 

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