Pubblicato: sab, 4 Dic , 2021

Juris Pills: lo scioglimento dei comuni per mafia

da 30 anni centinaia di provvedimenti.

Lo scioglimento nasce come provvedimento legislativo d’emergenza ed è una misura normativa unica nel mondo, dovuta alla particolarità (mafiosa) italiana. Negli anni ‘90 anni lo Stato interviene a seguito di una cruenta faida tre le ‘ndrine, con epicentro Taurianova (RC), dove tra gli oltre trenta omicidi e attentati vi fu anche la decapitazione di un affiliato, la cui testa venne poi lanciata in aria e usata per il tiro al bersaglio. Il Governo dell’epoca decide quindi per un decreto Legge contro le infiltrazioni mafiose negli enti locali, cercando di limitare la prepotenza dei clan, che comprimono significativamente la democrazia, soprattutto nei contesti più isolati.
Introdotto nel nostro ordinamento nel 1991 (decreto legge n.164/1991) ed oggetto di numerose modifiche, viene disciplinato negli articoli da 143 a 146 del T.U. degli Enti Locali (decreto legislativo n. 267/2000).
La Legge fu pensata con valore preventivo, affidando al ministro dell’Interno il potere di sciogliere i comuni in modo autonomo. Lo scioglimento comunale per infiltrazioni mafiose costituisce una misura straordinaria di prevenzione, finalizzata a rimediare a situazioni patologiche di compromissione del naturale funzionamento dell’autogoverno locale (T.A.R. Roma, sez. I, 05/07/2019, n.8864). In realtà, il decreto viene emanato quasi sempre a posteriori, con avvenimenti o fatti che indicano l’infiltrazione mafiosa. Nel febbraio 2016 il CdS ha disposto l’obbligatorietà della prova del condizionamento di stampo mafioso sulla volontà dell’organismo, cioè la consapevolezza degli amministratori del loro agire con volontà viziata a causa delle pressioni criminali (Consiglio di Stato, sezione III, 24/02/2016, n.748). Dall’esame complessivo degli elementi raccolti, che devono essere “concreti, univoci e rilevanti”, come è richiesto dalla nuova formulazione, si può ricavare il quadro e il grado di condizionamento mafioso e la ragionevolezza della ricostruzione operata quale presupposto per la misura dello scioglimento degli organi dell’ente, potendo essere sufficiente un atteggiamento di debolezza, omissione di vigilanza e di controllo, incapacità di gestione della macchina amministrativa da parte degli organi politici, che sia stato idoneo a beneficiare soggetti riconducibili ad ambienti “controindicati” (T.A.R. Roma, sez. I, 02/03/2021, n.2537). Rilevano l’esistenza di forti collegamenti tra esponenti dell’organo politico e/o dipendenti dell’Amministrazione con i clan presenti sul territorio; la dimostrazione che gli atti di gestione sono stati adottati proprio per favorire i clan mafiosi ed i loro esponenti; l’influenza delle organizzazioni criminali che hanno concretamente condizionato l’azione dell’ente locale.
In questi trent’anni sono stati emanati nel complesso circa 600 decreti. In base all’art. 146 del Tuel, la procedura di scioglimento si applica anche ad enti locali (comunità montane, unioni di comuni, circoscrizioni etc.), ai consorzi di comuni e province, nonché alle aziende sanitarie ed ospedaliere, oggetto di particolare interesse da parte delle organizzazioni mafiose. Solo nel 2020 si contano 52 comuni e 2 aziende sanitarie sciolti, decine di proroghe di commissariamento per le realtà colpite negli anni precedenti. Non è da meno il 2021, che raccoglie anche le occasioni scaturite dalla pandemia covid19, con un bilancio parziale di decine di scioglimenti e commissariamenti.
La quasi totalità degli enti locali commissariati è concentrata nelle regioni di insediamento storico della criminalità organizzata: Calabria, Sicilia, Puglia e Campania. Tuttavia, non mancano realtà compromesse anche in Basilicata, Valle D’Aosta, Emilia Romagna, Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria, Lazio, senza risparmiare nemmeno la Capitale. Ad oggi sono circa un centinaio gli enti che sono stati sciolti più volte, alcuni hanno collezionato perfino quattro provvedimenti. La Calabria si conferma la regione con maggior numero di procedimenti ripetuti.
Il problema rimane principalmente culturale ed evidenzia anche la continuità dell’assetto malavitoso. E’ un tema che resta ancora sottotraccia nel dibattito politico e sociale, pur mettendo in evidenza proprio un costante dialogo tra clan e colletti bianchi che incide sulla stabilità degli enti locali e delle amministrazioni, su imparzialità e buon andamento, gestione di territori e scelte politico-economiche.

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