Pubblicato: Mer, 3 Mag , 2023

Inchiesta Eureka: imponente azione contro la ndrangheta di san Luca

160 arresti per traffico internazionale di cocaina, riciclaggio e traffico di armi. 150 perquisizioni in otto Paesi. Gli affari dei calabresi in Europa, Sud America e Australia.

Quattro ordinanze di custodia cautelare, 108 arrestati di cui almeno 85 in carcere, milioni di euro di beni sequestrati in mezza Europa; 30 arresti in Germani e altri 20 in Belgio. 150 perquisizioni in otto paesi europei, non solo Italia e Germania, ma anche Belgio, Spagna, Portogallo, Francia, Romania e Slovenia. L’eccelsa Dda di Reggio Calabria è riuscita a ricostruire il percorso di tonnellate di cocaina dal Sud America al cuore dell’Aspromonte: l’operazione Eureka ha colpito la ‘ndrangheta della Locride e, in particolare, le cosche Nirta-Strangio di San Luca e Morabito di Africo. Il blitz delle FFOO si è concretizzato non solo in Calabria ma anche all’estero e nelle province di Pescara, Milano, Salerno, Catania, Savona, Bologna, Vicenza, L’Aquila, Ancona, Roma e Cagliari. Le indagini hanno disvelato circa 22,5 milioni di euro investiti in stupefacenti, con sequestri che ammontano a oltre 23 tonnellate di cocaina. Il percorso investigativo è durato più di 3 anni, con la conferma ancora una volta, che le consorterie mafiose sono votate alla moderna tecnologia comunicativa. L’indagine “Eureka” è stata resa possibile grazie al lavoro congiunto della squadra investigativa della Dda di Reggio Calabria diretta da Giovanni Bombardieri e Giuseppe Lombardo, Diego Capece Minutolo e Giovanni Calamita, le Procure tedesche di Monaco I, Coblenza, Saarbrücken e Düsseldorf, l’Ufficio del giudice istruttore del Tribunale di Limburg ed il Procuratore federale di Bruxelles. Con il coordinamento di Eurojust.

Le cosche più rilevanti del mandamento ionico reggino hanno contatti con esponenti del clan del Golfo, l’organizzazione paramilitare colombiana impegnata nel narcotraffico internazionale. I 108 arrestati sono indagati, a vario titolo, di associazione mafiosa, concorso esterno e traffico internazionale di droga con l’aggravante della transnazionalità e dell’ingente quantità. La Dda contesta, inoltre, i reati di traffico di armi, anche da guerra, riciclaggio, favoreggiamento, trasferimento fraudolento e procurata inosservanza di pena. Rintracciata almeno in parte la rete di fiancheggiatori dell’ex latitante e narcoboss di Africo, Rocco Morabito detto “Tamunga”, catturato nel maggio 2021 in Brasile. I magistrati hanno fatto luce sui rapporti tra le cosche della Locride e i narcos colombiani, che avrebbero fatto arrivare in Italia circa 6 tonnellate di cocaina in meno di due anni. Seguito il flusso di denaro tra il Sudamerica e l’Europa, dove venivano reimpiegati gli utili in attività commerciali lecite. Complessivamente, la Dda di Reggio Calabria ha registrato investimenti per circa 22 milioni e 3oomila euro riconducibili alle compravendite dello stupefacente. Denaro che viaggiava tra Panama, la Colombia, il Brasile, l’Ecuador, il Belgio e l’Olanda e che veniva gestito da organizzazioni composte da soggetti di nazionalità straniere, specializzati nel pick-up money, o da spalloni che spostavano il contante sul territorio europeo. I milioni di euro della ‘ndrangheta in parte sarebbero stati reimpiegati nell’acquisto di auto e beni di lusso, nonché utilizzati per avviare e finanziare attività commerciali in Francia, Portogallo e Germania, dove venivano anche riciclati sfruttando attività di ristorazione, gelaterie, immobili, autolavaggi.

L’inchiesta ha travolto i clan Pelle, Strangio, Nirta, Giampaolo, Mammoliti e Giorgi. Si tratta di organizzazioni criminali che hanno sedi decisionali nella Locride, ma ramificazioni e basi logistiche in varie regioni d’Italia e all’estero, in particolare in Belgio. Porto nevralgico per il traffico di stupefacenti e diamanti. La prima associazione del clan Nirta “Versu” di San Luca aveva un’articolazione in Brasile rappresentata dal latitante Vincenzo Pasquino, catturato nel 2021 assieme al boss Rocco Morabito. La famiglia Mammoliti “Fischiante” di Bovalino ha articolazioni in Puglia, Abruzzo, Lazio, Toscana e Lombardia; vanta contatti diretti con i fornitori sudamericani della cocaina e trafficanti internazionali quali Denis Matoshi, attualmente latitante a Dubai. E il clan Strangio “Fracascia” collegato stabilmente con le cosche Nirta-Strangio coinvolte nel 2007 nella strage di Duisburg. Tra i principali arrestati con l’accusa di essere uno dei promotori del traffico di cocaina c’è pure Stefano Nirta, fratello del boss Giovanni Luca Nirta scarcerato nel 2019 dopo aver scontato la condanna arrivata proprio dal processo “Fehida”. L’organizzazione criminale aveva stabili articolazioni in Belgio, nella città di Genk, in Germania, a Monaco di Baviera, in Spagna tramite l’indagato Antonio Fausto Palumbo, e in Australia a Canberra. Il cuore pulsante a cui tutto e tutti fanno riferimento resta sempre San Luca e Polsi.

“Le suddette organizzazioni – si legge nell’inchiesta – grazie a solidi e stabili rapporti con operatori portuali corrotti in servizio nei porti di Gioia Tauro, Anversa e Rotterdam, sono in grado di recuperare e fare fuoriuscire ingenti carichi di cocaina giunti dal Sud America via nave, in particolare dalla Colombia, da Panama, dal Brasile e dall’Ecuador”. Il gip ha disposto un provvedimento di sequestro preventivo in Italia, Portogallo, Germania e Francia, per società commerciali, beni mobili e immobili per un valore di circa 25 milioni euro. Davvero imponente l’attività di narcotraffico della Locride dal Sud America all’Europa, come pure il traffico di armi da guerra dall’Europa/Asia al Sud America destinate a guerriglieri e gruppi paramilitari collegati con cartelli di narcotrafficanti. In particolare, nel corso dell’indagine è stata documentata l’organizzazione da parte di Morabito di una spedizione in Brasile di un container carico di armi da guerra, provenienti dai paesi dell’ex Unione Sovietica, fornite che da un’organizzazione criminale operante in Italia e Pakistan.

I trasferimenti di denaro avvenivano per lo più attraverso canali illegali come gruppi di cinesi che operavano con delle attività di prelievo di trasporto di denaro o anche attraverso il trasferimento, con corriere e su gomma, di ingenti somme. Le ndrine utilizzano due modalità alternative per i loro traffici. La prima: i calabresi possono finanziare le importazioni dal Sudamerica, acquistando la cocaina a prezzo agevolato, con possibilità di rivenderla in Italia senza vincoli di prezzi (in tal caso lo stupefacente viene pagato prima della spedizione). La seconda: possono occuparsi della esfiltrazione e commercializzazione in Italia della cocaina per conto dei fornitori sudamericani. Con questi viene pattuito un prezzo minimo di vendita al chilogrammo, i cui profitti vengono velocemente ritrasferiti oltre oceano attraverso delle organizzazioni criminali composte da soggetti di origine cinese. In questo caso i profitti illeciti vengono trasferiti dopo la commercializzazione e il guadagno delle organizzazioni italiane è costituito dal maggior prezzo di vendita che riescono ad ottenere.

Le indagini documentano in più circostanze le movimentazioni di denaro. Seguendo un carico da 500 chilogrammi di cocaina, 425 dei quali distribuiti dal gruppo “Fracascia-Nardo-Leuzzi” tra la Piana e la Jonica, i quattro quintali si traducono in 11 milioni 711mila euro «a più riprese rimpatriati prima in Colombia e successivamente in Belgio, in favore dei paramilitari attivi nel distretto di Antioquia, dei fornitori colombiani (intranei al Clan del Golfo), nonché del sodale Lucio Aquino, dimorante a Massmechelen in Belgio». Per la Colombia partono altri 5 milioni 326mila euro, il trasferimento avviene «su strada dalla Calabria sino a Roma e Valmontone da dove, successivamente, i soldi vengono veicolati in Sudamerica attraverso operazioni di pick-up money assicurate da individui cinesi». Un’altra quota, pari a 6 milioni 385mila euro viene invece trasferita in parte su strada direttamente fino in Belgio, a Maasmechelen e Genk o, in alternativa, dalla Calabria a Giugliano in Campania per poi giungere in Belgio ancora con l’ausilio dei cinesi. I capitali vengono trasferiti in Colombia e Panama dalla Calabria o dal Belgio attraverso operazioni garantite da circuiti criminali cinesi, al costo percentuale compreso tra il 14 e il 16% della somma di volta in volta trasferita (solitamente mai inferiore a un milione di euro). Le famiglie di San Luca e Bovalino corrispondono circa 140-160mila euro per ogni milione trasferito in contanti dai cinesi all’estero. I magistrati antimafia di Reggio Calabria hanno individuato nel Lazio e in Campania i centri utilizzati dalla ‘ndrangheta per i trasferimenti dei contanti. Le indagini si ricongiungono ad episodi precedenti, in cui erano già stati intercettati più volte movimenti poco chiari dei cinesi, i più recenti in Toscana, anche tramite l’uso di agenzie di money transfer.

Il mondo si divide in due: quello che è Calabria e quello che lo diventerà. Nella rete della ndrangheta non solo istituzioni, politica, alti referenti ed eminenze ecclesiastiche, broker del narcotraffico, boss e cartelli di rilievo internazionale. La ndrangheta decide e muove la geopolitica di tutto il mondo. Ma le sue coperture partono, come sempre, dal paesello e dai compaesani, dalle periferie dimenticate della Calabria. Nei capi di imputazione delle ordinanze di custodia cautelare, ricompaiono nuovamente i nomi delle sorelle Strangio e della giovane di casa Nirta. Donne che in passato sono già state indagate e alcune di loro condannate per associazione mafiosa, trasferimento fraudolento di valore e detenzione di armi (tutti reati aggravati dalla transnazionalità perché commessi tra l’Italia e l’Olanda), oggi accusate di favoreggiamento. Avrebbero favorito anche la latitanza di Giovanni Callipari, destinatario di arresto già nel 2015 per “la partecipazione come capo-promotore di un’associazione armata dedita al traffico illecito di sostanze stupefacenti”, nello specifico di cocaina. Le donne di famiglia avrebbero ospitato l’uomo nel loro appartamento di San Luca, «dotato di un sistema di videosorveglianza esterna con otto telecamere», tenendo informato il latitante, tramite telefoni dedicati, della presenza delle forze dell’ordine, occultando i suoi effetti personali (tra cui vestiti, telefoni criptati, documenti di identità veri e falsi, orologi di marca e migliaia di euro in contanti). Non solo, sembravano particolarmente efficienti anche sul tema sicurezza telematica, senza trascurare la formattazione da remoto dei telefoni criptati, così da impedire alle forze dell’ordine di risalire ai movimenti e all’identità delle persone con cui era entrato in contatto nel corso della latitanza.

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