Pubblicato: Dom, 29 Nov , 2015

Sanità, la salute in piazza vista dai medici.

“La salute non è una merce”. Manifestazione nazionale dei medici a Roma per dire no ad un servizio sanitario nazionale a pezzi.

manifestazione romaA Roma, ieri, pomeriggio di manifestazioni, che hanno rianimato il dibattito politico – sindacale, oscurato in queste settimane dalla cronaca internazionale, ma bisognoso di esprimersi con vigore, perché il disagio sociale ed economico del pubblico impiego e delle professioni esiste e non si può più negare. Un sabato pomeriggio affollato di istanze tra piazza Venezia e piazza dei santi Apostoli con le manifestazioni dei 50 mila dipendenti del pubblico impiego da una parte e quella del comparto sanità, dall’altra, a poche decine di metri.

Un’assemblea pubblica a porte aperte, la seconda, ordinata e colorata, ricca di filmati e di testimonianze sui tanti fronti aperti nel servizio sanitario nazionale. Tutti i sindacati insieme, dopo tre anni, con bandiere spiegate per ogni sigla, un vero e proprio palio della sanità, ma senza l’aria di festa, solo di orgoglio ferito e di frustrazione per un lavoro gravoso e bisfrattato dalle politiche degli ultimi governi. Una sorta di convention sul disagio della professione, in ogni declinazione e ruolo, ma con un leit motiv di fondo: l’allarme per la sanità pubblica di tutti.

I medici del pubblico e delle organizzazioni private, uniti, nel sentirsi ridotti a burocrati o parte di ingranaggi che li vampirizzano di energia e chiedono loro grandi sacrifici in termini di ore di lavoro, di scarsità dei mezzi, con la minaccia continua dei tagli che qualche anno fa erano solo dei letti di ospedale, ora soprattutto del personale e, dunque, dei servizi.

Costantino Troise, segretario Nazionale Anaao Assomed, che rappresenta 100 mila medici ospedalieri rilancia l’ allarme: “La sanità pubblica può morire per asfissia. Meno investimenti sul pubblico, solo tagli, spazio alle assicurazioni private e si curi chi può.” E alla domanda se sia necessario modificare il rapporto Stato – Regioni ed il titolo V della Costituzione, Troise risponde: “Occorre rafforzare i criteri verticali, l’accreditamento, il personale e la spesa vanno monitorati e centralizzati, con una cornice nazionale forte. Il ministero della Salute deve avere un ruolo centrale, sganciato dal ministero dell’ Economia e delle Finanze. La salute non è una merce come le altre”.

Si dicono soddisfatti i sindacati di aver portato in piazza il disagio dei medici. Ora la politica deve dare risposte e fare la sua parte. Per Amedeo Bianco, senatore del Pd e a lungo presidente della Federazione Nazionale degli ordini dei medici, il sistema sanitario nazionale ha un fondo nazionale contratto, decrescente da anni, ma regge ancora proprio grazie alla cultura universalistica e al lavoro dei medici. Anche per Bianco andrebbe ridefinito il rapporto Stato-Regioni e fatta attenzione a non far spostare risorse dei ceti più abbienti al sistema privatistico, perché un sistema misto farebbe crollare quello universalistico, questo è chiaro. Conferma, infine, che, ad oggi un progetto alternativo non c’ è .

I MEDICI DI FAMIGLIA. TESTIMONIANZE

Presenti e determinati anche i medici della FIMMG, quelli della medicina generale, delle famiglie italiane per intenderci, spesso additati dalle Regioni come i più restii all’innovazione necessaria. “E’ vero, ammettono, a volte le resistenze dei colleghi sono dovute ad un problema anagrafico e ad una assenza di ricambio generazionale, ma, da Roma in giù, lamentano di aver visto il cambiamento solo sulla carta. “Sette anni fa, racconta una dottoressa dei castelli romani, ero una fanatica delle case della salute, ma nel Lazio, le cose non sono come in Toscana o in Emilia Romagna. Ora vedo quello che si sta verificando in concreto e non va affatto in quella direzione. Funzionano solo i progetti che riescono a smarcarsi dai diktat disegnati dal ministro Renato Balduzzi nelle sue norme. Occorre essere creativi, studiando il territorio in modo concreto. In alcune zone ci stiamo provando. A Roma è tutto molto più difficile”.

“Lavorare in gruppo sul territorio ci faciliterebbe anche sul piano dello stress e tutto andrebbe a beneficio del servizio alle persone, ma il medico di famiglia deve restare centrale come anello, snodo per la comunicazione tra gli operatori, altrimenti il rapporto fiduciario perde di senso e la cura non ne trae vantaggi”, conferma un’ altra dottoressa romana. Sotto accusa soprattutto l’informatizzazione con un gestionale non appropriato alle esigenze della cura ed in questo i medici FIMMG sono solidali con i colleghi ospedalieri. “Ci rendiamo conto che è difficile raggiungere gli obiettivi, ma noi siamo ogni giorno in trincea con i nostri pazienti. Quelli che hanno 400 euro al mese di pensione, devono restare in lista di attesa o rinunciare. I più facoltosi vanno a pagare”

E dai medici del Lazio, ancora un appunto. “Non si può creare un poliambulatorio al centro di un’ area vasta, con otto, nove comuni attorno, che spersonalizza il rapporto fiduciario medico-paziente e non realizza quello sgravio di lavoro burocratico che ci era stato promesso, con competenze da affidare a figure amministrative della casa della salute, restituendo al medico lo spazio ed il tempo per fare il mestiere: ascoltare e curare il paziente”.

Molto più ottimista un medico di medicina generale veneto, che si sente appagato della sua formula regionale. “Da noi le cose funzionano. Facciamo la medicina di gruppo integrata e sperimentiamo perfino la cosidetta medicina di iniziativa – conferma. Ed è così che il quadro di un’ Italia a puzzle si ricompone e si riparte dal via come nel gioco dell’ oca, quello delle tante italie che necessitano di una regia convinta nel governarle e riarmonizzarle. Una cosa è certa la sanità sta a cuore a tutti, anche a chi ci lavora e può diventare un mercato proficuo per le merci, ma sembrano tutti d’accordo oggi a Roma, non deve esserlo per i servizi.

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