Pubblicato: dom, 29 Gen , 2023

Selima Giuliano dirige la ristrutturazione del Casolare dove fu ucciso Peppino

La Soprintendenza dei Beni Culturali concretizza il progetto volto alla cultura della legalità e dell’antimafia.

Merita un plauso l’operazione condotta in seno alla Soprintendenza ai beni culturali e ambientali di Palermo, che a partire dal 2014 ha affrontato con successo un percorso non proprio agevole, grazie alla Soprintendente, la etno antropologa Selima Giuliano.

L’immobile, assoggettato a vincolo storico-relazionale e poi espropriato, è stato teatro dell’omicidio di Peppino Impastato, ordinato da Tano Badalamenti, l’allora boss di Cinisi. La trasformazione del casolare in un luogo della lotta alla criminalità mafiosa, modello riconosciuto sia per i cittadini già dotati di coscienza civile sia, soprattutto, per i giovani che quella coscienza devono ancora formarsi, ha dunque una valenza simbolica dirompente.

Il casolare di Cinisi sarà una delle una delle «cattedrali» del ricordo della lotta alla mafia e della legalità. Il progetto è volto a ripristinare l’edificio quanto più possibile nella sua essenza originaria, mettendolo in sicurezza e inserendo un impianto elettrico a norma. Il cantiere, finanziato con le risorse del Fondo sviluppo e coesione 2014-2020, per circa 126 mila euro, è stato aperto in questi giorni con la consegna ufficiale dei lavori. E non può che essere ancora più significativo se a farlo è proprio lei, la figlia dell’ex capo della squadra mobile di Palermo.

Selima Giuliano è infatti la figlia di Boris, il commissario che prima di tutti capì la bestialità dei corleonesi. Da sempre schierato contro Cosa Nostra, seguiva la scia degli interessi economici per arrivare a scovare i vertici mafiosi. Uno dei migliori segugi delle due Sicilie, conseguì una specializzazione presso la FBI National Academy. Stimato anche oltreoceano, collaborava con il Narcotic Bureau e alla fine degli anni 70 era considerato “l’uomo della Fbi” a Palermo. Boris Giuliano riuscì a trasformare i metodi d’indagine, intuendo che la lotta alla mafia si giocava su un terreno nuovo. Accanto a lui l’altrettanto brillante Bruno Contrada, assieme furono una squadra che rappresentò una “svolta storica” nelle vicende giudiziarie siciliane. Individuarono quella che oggi è chiamata “zona grigia”, l’area della contiguità mafiosa, gli intrecci, le connivenze. Per questo fu freddato nel 1979 da Leoluca Bagarella, il cognato di Totò Riina, che dal 1995 è detenuto in regime di 41bis. Si dice che “il killer, prima di sparare, tremava…”. Racconterà l’unico testimone, durante l’interrogatorio. Boris Giuliano maneggiava la pistola come un pistolero del West, il suo assassino poteva sorprenderlo soltanto alle spalle. Le indagini avevano portato Giuliano terribilmente vicino alle partite di eroina che transitavano all’aeroporto di Palermo-Punta Raisi, dal J.F. Kennedy di New York, narcotraffico legato a quella che poi fu l’inchiesta cd “Pizza Connection”. Aveva rintracciato anche documenti falsi e alcuni dei covi della consorteria; numerosi mafiosi vicini al clan dei Corleonesi, tra cui figurava Lorenzo Nuvoletta, camorrista affiliato a Cosa Nostra, oltre ad esponenti delle istituzioni e della politica.

Nello stesso periodo, Giuliano indagava su alcuni assegni trovati nelle tasche di Giuseppe Di Cristina, capomafia di Riesi ucciso nel 1978; gli assegni avevano portato a un libretto al portatore della Cassa di risparmio con 300 milioni di lire intestati a un nome di fantasia, che era stato usato dal banchiere Michele Sindona. Per approfondire questi aspetti, Giuliano si era incontrato con l’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore delle banche di Sindona che venne ucciso pochi giorni dopo il loro incontro. Anche “lo sceriffo” venne assassinato dalla mafia. Un pezzo di storia della Questura di Palermo era cominciato ed era finito con lui. C’erano coraggiosi funzionari dello Stato catapultati in trincea e altri personaggi, meno brillanti ma più attenti alle alleanze. Con l’assassinio di Giuliano, vengono trasferiti tutti i membri della sua squadra. Suo successore, come capo della squadra mobile, sarà Giuseppe Impallomeni (tessera P2 n.2213), precedentemente allontanato dalla squadra mobile di Firenze per un giro di tangenti e con un salto di qualche centinaio di posti nella graduatoria, dal 309º vola al 13º. Con lui, sbarca improvvisamente in Sicilia come Questore anche Giuseppe Nicolicchia, iscritto all’Ompam, un’organizzazione massonica fondata da Licio Gelli nel 1972 a Rio de Janeiro. Dalla risultanze investigative sembra essere stata rinvenuta presso la fabbrica di Gelli a Castiglion Fibocchi, anche la domanda di affiliazione alla Loggia P2. Per l’omicidio di Giuliano, molti anni dopo, sono stati condannati all’ergastolo come mandanti Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Francesco Madonia, Giuseppe Calò, Bernardo Brusca, Nenè Geraci. Esecutore materiale del delitto, Leoluca Bagarella.

Forse non è un caso che sia stato impedito alla Soprintendente Selima Giuliano di rilasciare dichiarazioni alla stampa, pur seguendo da tempo immemore l’iter burocratico ed essendosi spesa per il progetto del restauro del casolare di Peppino Impastato.

D’altra parte, è bene ricordare che il presidente della Regione Sicilia, Renato Schifani, è stato apertamente caldeggiato da Dell’Utri e Cuffaro, da cui lui non ha mai preso le distanze, ed è attualmente imputato in alcuni processi, tra cui anche la vicenda Montante. Pure l’on, Lagalla siede sulla poltrona più alta di Palazzo delle Aquile grazie all’endorsement del senatore Dell’Utri – condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa – e dell’ex governatore Totò Cuffaro, già condannato per favoreggiamento alla mafia. Elezioni significative in cui la consorteria, o chi per essa, si è espressa. Già alla vigilia delle ultime amministrative ci sono stati due arresti con l’accusa di voto di scambio politico-mafioso, uno collegato alla lista di Forza Italia a sostegno dell’ex rettore e l’altro a Fratelli d’Italia. Tuttavia, nemmeno il sindaco di Palermo ha mai preso le distanze dissociandosi dall’appoggio, di figure dichiaratamente in odor di mafia o addirittura condannate per mafia, che gli hanno manifestato durante la compagna elettorale. Un sostegno che appunto si è declinato per tutti i livelli istituzionali della regione. L’on. Riccardo Gennuso, giovane esponente di Forza Italia (sempre coalizione Schifani), è stato eletto come Vice Presidente Vicario della Commissione Regionale Antimafia in Sicilia, ma è imputato con il padre Giuseppe – detto Pippo – (ex deputato) in un processo per estorsione, scaturito da un’inchiesta della procura di Palermo.

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