Pubblicato: sab, 2 Lug , 2022

NEL NOME DI SAN LUCA, DI POLSI E DELLA SANTA

Tra chiesa e povertà, quel legame mai reciso con le origini della ndrangheta.

Esiste un legame che nei secoli intreccia religione e mafia, tanto che i due mondi hanno spesso attinto reciprocamente uno all’altro. Le inquietanti vicende che serpeggiano tra i corridoi vaticani e si allungano fino a finanziarie, banche, industrie di armi e preziosi, compravendite importanti, sono solo una piccola parte di quanto emerge dalle risultanze investigative. La commistione tra le due dimensioni è radicata nella cultura popolare, soprattutto nei piccoli paesi.

Nelle contrapposizioni tra il movimento contadino, le forze politiche, i proprietari terrieri e i mafiosi, la Chiesa è stata, quasi unanimemente, dalla parte di chi deteneva il potere, considerando quelle lotte un grave attentato all’assetto socio-politico in cui era pienamente inserita. Nell’intento di mantenere posizioni e privilegi, la forza bruta delle compagini mafiose è sempre stata funzionale, alleata naturale. La Chiesa fa politica, amministra consenso, assegna preferenze. In passato l’azione politica dei cattolici aveva come collante l’anticomunismo; successivamente rimodulata nella condivisione di alcune concezioni e interessi, che vanno dalla condanna dell’aborto o delle unioni gay, al finanziamento delle scuole private. Dopo mezzo secolo di Andreotti, l’apertura del clero verso il suo successore e alcuni partiti politici è stata spesso esplicita (Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato).

Dall’altra parte, le compagini criminali in principio si avvantaggiavano dell’istruzione dei preti, i quali erano tra i pochi a saper leggere e scrivere. Il rapporto con la religione è fondante in un’organizzazione come quella calabrese, radicata nel meridione più arcaico, le cui popolazioni presentano un alto grado di devozione alla fede cattolica. Non è un caso che lo storico Umberto Santino, studiando il rapporto della mafia siciliana con la chiesa, abbia rilevato proprio quanto sia sorprendente il bacino di somiglianze tra mafia ed istituzione religiosa, per cui quest’ultima ha contribuito all’affermazione della prima. Un rapporto spesso bidirezionale che si autoalimenta, mimato ed amplificato nella consorteria calabrese. La “santa” è la dote che ha consentito l’upgrade alla ndrangheta: proiettata nel mondo di sopra di politici, imprenditori, colletti bianchi, si è inserita nella stanza dei bottoni.

Nel quotidiano, l’uso dell’ambito religioso è duplice: serve per mantenere il legame con il territorio e raccogliere consensi. Ha avuto grande rilievo mediatico il funerale del boss dei Casamonica, nell’agosto del 2015 nella chiesa del quartiere Tuscolano di Roma: tra le altre cose, la facciata della chiesa era coperta da una gigantografia del defunto, vestito di bianco, con la scritta “hai conquistato Roma ora conquisterai il Paradiso”, a testimonianza della forza di un clan mafioso di elevatissimo spessore criminale, non solo nel Lazio. Quel funerale ha rappresentato lo sprezzo verso Stato e magistratura, ma anche il sintomo di una chiesa compiacente. Significativo anche il caso della cresima ricevuta a Padova nel dicembre del 2016 da Salvatore Riina, figlio del capo di cosa nostra. Nel 2017 sempre Riina Jr ha celebrato il battesimo della nipote in qualità di padrino, nella chiesa di Corleone.

Mafia e religione sono fittamente permeate l’una con l’altra. Il rito dell’affiliazione alle ndrine, ad esempio, riprende quello del battesimo. Ogni dote prevede un rituale ed un suo giuramento specifico. Gli inchini delle statue durante le processioni sono eventi plateali. Un gesto che ha assunto sempre più un segno di rispetto: anche i Santi si abbassano al cospetto del boss. Ed è anche in questo modo che i mafiosi mostrano quanto sono forti, esibendo pubblicamente il potere. Difficile pensare che la chiesa non sappia chi sono i portatori delle statue e dove si fermano. Molto spesso i primi finanziatori delle manifestazioni sono proprio gli uomini d’onore che, potendo contare su una cospicua liquidità economica, elargiscono generose somme di denaro. E così, capita che i sacerdoti si sentano in dovere di indirizzare i fedeli verso un candidato politico o l’altro, prospettando punizioni divine o peccati irrimediabili per chi non esegua pedissequamente le indicazioni date.

C’è un posto solo in Calabria “dove si conosce la vera natura degli uomini”, scriveva Corrado Alvaro. Un posto dove anche i maschi pregano. E la ndrangheta finisce e insieme comincia: il monastero di Polsi. E’ qui che la letteratura religiosa e quella mafiosa si sposano, è qui che la notte tra l’uno e il due settembre la gente di San Luca, la gente di Aspromonte, si riunisce per pregare. La Madonna d’à muntagna rappresenta quel legame che il Crimine ha con la religione. Ed è qui che il mandamento Jonico, nella locale di San Luca ha la famiglia più importante della consorteria, da cui domina tutto. Nel cuore delle rocce calabresi pulsa l’anima della ndrangheta.

Sono proprio le caratteristiche geografiche del territorio sanluchese che hanno permesso alle prime famiglie criminali di rafforzarsi e riuscire nella scalata al potere, legale ed illegale. Le terrazze sovrapposte e le vette del massiccio aspromontano non sono state solo un ottimo riparo dalle incursioni saracene, ma anche una via di fuga per lasciare indietro le forze dell’ordine. Le montagne hanno favorito le alleanze con i latitanti campani e siciliani, oltre alla stagione dei sequestri. Nel tempo il massimo introito per la compagine mafiosa si è trasformato nel business del narcotraffico e le povere periferie calabresi sono divenute più che mai un punto strategico per muoversi indisturbati.

Da Africo a Montalto, tra panorami d’eccellenza e posti quasi irraggiungibili. L’Aspromonte e le sue pendici scoscese, tra rocce, cactus e sentieri impervi. E’ un paesaggio unico, nelle sue peculiarità, quello della vallata che ospita il Santuario della Madonna di Polsi. Ogni anno, a settembre in occasione della festa locale, i boss si riuniscono per discutere delle strategie criminali. Celebrano le investiture, i processi, decidono se aprire o chiudere una locale. Proprio al santuario si riunisce anche il “tribunale di umiltà”, una sorta di organo giuridico della consorteria che punisce e giudica gli affiliati indisciplinati. San Luca è la mamma della ndrangheta ed il punto di ritrovo del gotha mafioso (operazione crimine). Nel 2010 l’operazione coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, aveva visto coinvolte tutte le famiglie reggine mafiose (nella sola provincia di Reggio Calabria sono state arrestate 120 persone), le cosche egemoni tra cui i Pelle di San Luca, i Commisso di Siderno, gli Acquino-Coluccio ed i Mazzaferro di Gioiosa Ionica, i Pesce-Bellocco e gli Oppedisano di Rosarno, gli Alvaro di Sinopoli, i Longo di Polistena, gli Iamonte di Melito Porto Salvo. Il procuratore della DDA, dott. Nicola Gratteri, già all’epoca aveva evidenziato importanti elementi circa il Crimine, che riveste una funzione direttiva, al pari di un “presidente del Consiglio regionale”. Anche in quella circostanza veniva confermato come la ’ndrangheta, cosiddetta di periferia, quella trasferita a Milano, Torino, Canada o Australia, dipenda in tutto e per tutto dalla commissione provinciale reggina. Carmelo Novella, ucciso il 14 luglio del 2008 in un bar di San Vittore Olona, è stato liquidato per aver pensato che “la Lombardia, e cioè tutti i gruppi di ’ndrangheta trapiantati al Nord, avrebbero potuto fare da soli, senza la casa madre calabrese”. La commissione ha deciso di risolvere subito il dubbio, nominando anche il suo successore. Tutto passa sempre da Polsi. Dall’umile paesino calabrese si diramano affiliazioni, decisioni, parentele e liquidità. Un legame di sangue e soldi che garantisce rapporti indissolubili.

A San Luca comandano in particolare i Nirta, i Pelle, gli Strangio, i Romeo e i Giorgi. Come anni fa aveva osservato il procuratore Nicola Gratteri, c’era una perfetta sinergia tra i locali di ‘ndrangheta di San Luca, di Platì e i preti che gestivano il santuario di Polsi. Quando è stato ucciso il prete don Giovinazzo (1989) aveva in tasca 800 mila lire e un conto in banca di due miliardi. Don Pino Strangio, nipote di Giuseppe Strangio, capostipite della potente famiglia ‘ndranghetista di San Luca coinvolta anche nella strage di Duisburg, è stato per oltre due decenni il parroco di San Luca e rettore del Santuario di Polsi. Dalle risultanze investigative, non più tardi dell’anno scorso, sono emersi illustri affiliati, indagato e condannato anche don Pino (9 anni e 4 mesi). Per i magistrati di Reggio Calabria, il sacerdote era uno degli esponenti della “cupola degli invisibili”, uno degli elementi più importanti della ndrangheta. Intercettato per lungo tempo dagli investigatori, l’ex parroco sembra che pianificasse candidature, finanziamenti pubblici da drenare, riunioni da organizzare. Sempre lui avrebbe anche tentato di disinnescare la pressione degli inquirenti su Polsi, offrendo in cambio due latitanti di poco rilievo (processo Gotha).

«Polsi non è un posto da capire» aveva dichiarato circa una quindicina di anni fa, in tempi non sospetti. E non poteva che avere ragione, Polsi non è affatto un posto qualsiasi. E’ il luogo della devozione popolare. Ma è anche quello dove una volta all’anno viene eletto il capo del Crimine, appunto una delle massime cariche. E’ il luogo della custodia delle 12 tavole della ndrangheta, mai espugnato e aperto alla legalità. Forse non è una coincidenza il fatto che nel santuario ci sia un fonte battesimale donato dal Comune di Ventimiglia (Liguria), presso il quale si replica la processione della Madonna della Montagna [calabrese] con tanto di inchini ai capoclan.

“Intrecci loschi e soldi sporchi da seguire, rotte non convenzionali. Terra martoriata ed affossata dai silenzi di chi ascolta ma non sente. Terra di santi in processione di soste obbligatorie. Acqua santissima e tra silenzi e assoluzioni, benedizioni secolari, inchini nelle processioni”, cantano le Rivoltelle (Io non mi inchino, 2016).

Sul Montalto, a 1955 metri s.l.m, se si escludono boschi e cespugli spinosi, le strade che conducono alla cima non sono molte. 19 chilometri separano il santuario dal piccolo borgo di San Luca, circa un’ora di auto. Ogni anno chi deve esserci, c’è. La compagine mafiosa non teme di mostrarsi in pubblico, anzi ne fa un atto di spavalderia, in parte tutelata dalla pubblicità dell’evento che tra le folle di pellegrini vede la presenza di tanti omonimi.

La durezza della natura segue quella lasciata dalle alleanze. In più di una circostanza è emerso che i clan non vogliono alcun tipo di miglioria nei territori calabresi, soprattutto per le strade che si inerpicano nell’Aspromonte. La povertà e l’abbandono di alcune zone stridono fortemente con i grandi centri commerciali e resort turistici nemmeno troppo lontani, ma tutto è disposto per un motivo.

Nel contesto paesano i poteri principali sono rappresentati dal sindaco, dal maresciallo, dal mafioso e dal prete. Il sindaco è il detentore del potere politico (ed eventualmente anche delle convergenze massoniche), risultante di un reticolo sociale controllato dai ceti dominanti coadiuvati dal loro braccio armato mafioso. Il maresciallo riceve il potere dallo stato: la tutela dell’ordine pubblico comporta un controllo del territorio che, in realtà, è spesso soggiogato dalle compagini malavitose: quindi si instaura un rapporto conflittuale tra le due fazioni, o nel peggiore dei casi un patto di convivenza. Il prete riceve il “potere religioso da Dio, tramite i suoi ministri”, in realtà anche egli è avulso nel sistema politico, vive grazie ai contributi dei fedeli, organizza le feste e le iniziative grazie ai contributi anche dei mafiosi, è al corrente di quel che succede sul territorio, dove svolge un ruolo di intermediazione con altri rappresentanti istituzionali. Il mafioso non riceve il potere da nessuno: lo conquista grazie alla sua forza e alla sua capacità di usare la violenza per conservarlo e accrescerlo: al massimo può rendere conto del suo operato al capobastone, alla commissione provinciale, alla cupola. Anche per questo è indispensabile tornare al paesello, alle periferie e alle piccole realtà spesso dimenticate. L’asse mafia & poteri a San Luca è evidente più che altrove. La ndrangheta muove poteri mondiali, coordinando molteplici affari di enorme rilievo nell’economia nazionale ed internazionale, ma il sud Italia è lasciato nell’arretratezza, senza lavoro, servizi e infrastrutture. Povertà e processioni lo hanno fermato nel tempo, privandolo del suo potenziale. La Calabria è imprigionata in una pellicola che non riesce o non vuole spezzare. Un processo negativo che è stato creato e continua ad essere alimentato da più lati. Ma è evidente che a guadagnarci sono sempre quanti il rapporto con questa terra lo mantengono per lucrare vantaggi parassitari.

La struttura del santuario è grande per poter ospitare più attività e diventare una cittadella della cultura. Non convince la recente iniziativa che vede la gestione degli ettari di terreno confiscato dato in gestione proprio al santuario e coltivato da ex detenuti. Si auspica fortemente nell’incremento di occasioni di lavoro legale e formazione; come potrebbero essere corsi per il turismo e l’hôtellerie, arte e letteratura, collaborazioni con scuole alberghiere e pasticcerie. Con decine di ettari di terreno da coltivare, scuole di agronomia e floricultura potrebbero ben alternarsi in campi (non solo estivi) e formazione professionale. Dagli uliveti si possono ricavare diversi prodotti. Riconvertire il territorio potrebbe essere un’occasione per ampliare l’economia locale e creare un’alternativa alla mafia.

San Luca già sciolto e commissariato più volte, 3.443 abitanti, poco di tutto. E’ incastonato nell’orsa maggiore con Platì, Locri, Bovalino e Africo. Soprattutto qui è impellente la necessità di concretizzare numerosi ed energici presidi civici e di forze dell’ordine, legalità per offrire crescita ed istruzione; infrastrutture e servizi pubblici, sanità, trasporti, strade. Occorre tornare nei luoghi di confine, quelli ai margini di tutto, impegnandosi con determinazione e coraggio.

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