8 Luglio 2026

Torniamo a dare un senso, un corpo e una voce alla parola “Noi”. Solo insieme possiamo sconfiggere i mostri del nostro tempo.

La perdita del senso di comunità e la progressiva erosione della socialità non sono semplici mutamenti di costume o dinamiche generazionali. Rappresentano la frattura politica, sociale e antropologica più profonda e pericolosa della nostra epoca. Assistiamo oggi al compimento di una parabola drammatica: abbiamo confuso l’autonomia con la solitudine, scambiando l’emancipazione dell’essere umano con la sua totale atomizzazione all’interno del mercato globale. Viviamo immersi in quella che il sociologo Bauman ha definito una “modernità liquida”, un’era in cui i legami umani si sono fatti fragili, volatili, privati di qualsiasi stabilità strutturale e ridotti a mere transazioni temporanee.

Questa deriva non è un accidente della storia. È il risultato di una precisa egemonia culturale ed economica che ha sistematicamente smantellato i pilastri della convivenza civile, muovendosi lungo quattro direttrici devastanti:

Il trionfo dei “non-luoghi” e la privatizzazione della vita: Le piazze, i circoli, i teatri, ciò che restava delle sezioni politiche e i centri di aggregazione disinteressata sono stati progressivamente svuotati, abbandonati o privatizzati. Al loro posto sono sorti quelli che l’antropologo Marc Augé ha battezzato “non-luoghi” — centri commerciali, hub identici in tutto il mondo — spazi di transito e di consumo dove si è insieme, ma profondamente soli. La cittadinanza è stata così surclassata dal consumismo. L’individuo non si definisce più per la sua partecipazione alla vita democratica, ma esclusivamente per la sua capacità di spesa. Quella che negli anni ’80 sembrava una provocazione neoliberista di Margaret Thatcher — “La società non esiste. Esistono solo gli individui” — si è trasformata nel nostro spietato e quotidiano vivere.

La solitudine come dispositivo di controllo e di diseguaglianza: l’individualismo contemporaneo e il mito ossessivo della performance ci spingono a indentificarci come “imprenditori di noi stessi”, stabilmente in lotta e in competizione contro tutti gli altri. In questa rincorsa sociale esasperata, il prossimo perde la sua connotazione di alleato o di compagno di strada e diventa un potenziale concorrente, quasi ostacolo. Questa frammentazione scientifica distrugge i legami di mutuo soccorso e disinnesca alla radice ogni possibilità di riscatto collettivo. Non a caso Karl Marx scriveva che una società ridotta a pura somma di individui isolati somiglia a “un sacco di patate”: elementi accostati per caso, ma privi di un vero legame organico o di una coscienza comune.

L’illusione digitale della connessione senza relazione: le grandi piattaforme tecnologiche ci hanno distribuito poi l’illusione di una connessione universale e perenne, ma hanno finito per istituzionalizzare una profonda disconnessione emotiva e politica. Abbiamo confuso i “contatti” con le “relazioni”, i “follower” con gli amici e i “like” con il consenso democratico. Negli spazi virtuali, governati da software e algoritmi progettati per monetizzare l’attenzione il dibattito pubblico si è tribalizzato.

Nessuno è escluso, men che meno la politica; soprattutto quella del privilegio, dell’ arrivismo, dell’opportunismo e del parassitismo delle idee: questa deriva antropologica ha purtroppo infettato anche il cuore delle istituzioni. Gran parte della politica odierna ha smesso di essere un esercizio di visione collettiva ed è diventata la massima espressione dell’individualismo e dell’opportunismo sfrenato. Assistiamo alla nascita di una classe dirigente mossa unicamente dall’arrivismo personale, dove la militanza e il servizio alla comunità sono stati sostituiti dalla gestione cinica della propria carriera. Il fenomeno più odioso di questo agire è il parassitismo intellettuale e sociale: leader e funzionari che sfruttano le fatiche, i sacrifici e il lavoro altrui come trampolino di lancio per scalare le gerarchie. Idee nate dal basso, progetti costruiti con il sudore di attivisti e professionisti sinceri, vengono sistematicamente cannibalizzati da chi si trova ai vertici. Una volta ottenuto il successo o lo scranno, ci si dimentica istantaneamente di coloro che quelle idee le hanno avute, coltivate e realizzate. Chi semina viene poi buttato nel dimenticatoio; chi raccoglie senza aver mai zappato la terra si prende i riflettori. Questo tradimento metodico non solo svuota di senso la parola “rappresentanza”, ma allontana i cittadini migliori, lasciando spazio a un cinismo che uccide sul nascere ogni speranza di riscatto comune.

Se lasciata a se stessa, questa immensa solitudine globale — aggravata da una politica cinica e parassitaria — genera mostri. Produce l’alienazione profonda dei nostri giovani, alimenta la crescita di populismi feroci, nutre l’indifferenza verso gli ultimi e scava solchi di diseguaglianza sempre più inaccettabili.

Su questa cecità collettiva, Papa Francesco ha espresso un monito politico e spirituale tra i più lucidi del nostro tempo nella sua enciclica Fratelli tutti:

«L’individualismo radicale è il virus più difficile da sconfiggere. Inganna. Fa credere che tutto consiste nel dare briglia sciolta alle proprie ambizioni, come se accumulando ambizioni e sicurezze individuali potessimo costruire il bene comune.»

Ricostruire la comunità oggi non significa rifugiarsi in un passatismo nostalgico o reazionario, ma guardare al futuro con coraggio progressista e radicale. Significa mettere in atto una vera Politica della Cura e del Ricongiungimento.

Il benessere, la dignità e la sicurezza di ognuno di noi sono strettamente e indissolubilmente interconnessi a quelli del nostro vicino di casa, del lavoratore sfruttato, dell’emarginato. È tempo di fermare la deriva, di squarciare il velo dell’isolamento globale e di trasformare la debolezza della solitudine individuale nella forza invincibile di una comunità consapevole. Torniamo a dare un senso, un corpo e una voce alla parola “Noi”. Solo insieme possiamo sconfiggere i mostri del nostro tempo.

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