Pubblicato: Ven, 16 Gen , 2026

FEMMINICIDI In SICILIA. Schillaci (M5S): “Norma decaduta, presenterò emendamento a legge su vittime mafia”

Cosa deve fare in Sicilia una donna, magari con figli minori, per riscattarsi dalla spirale della violenza di genere alimentata dall’analfabetismo emotivo? Gli strumenti ci sono, rassicura la deputata pentastellata Schillaci. Peccato che, ad un’attenta analisi, i limiti alla loro gestione siano più numerosi degli strumenti stessi.

A quali misure legislative può ricorrere in Sicilia una donna vittima di violenza domestica? La Regione è attrezzata per fare fronte al problema della violenza di genere oppure, anche su quel versante, si scontano ancora anni di disattenzione?

Lo scorso 25 Novembre 2025 il ddl nazionale sul femminicidio è diventato legge. Una decisione storica adottata quale strumento – tra i vari possibili – di risposta alla violenza di genere, alle azioni infarcite di paternalismo, mansplaining e alla sopraffazione maschile. Ora, proprio la Sicilia è risultata la prima Regione italiana ad aver approvato una legge (n. 3 del 31 gennaio 2024) volta ad introdurre modalità agevolate di assunzione nel pubblico di donne vittime di violenza rimaste sfregiate, e di orfani di femminicidio. Ma a distanza di quasi due anni dalla sua entrata in vigore, tale norma è di fatto scaduta. Facciamo il punto della situazione con l’On. Roberta Schillaci, deputata M5S all’ARS, Segretaria della Commissione Antimafia Regionale e membro della Commissione Lavoro, Formazione e Cultura.

Che strumenti di sostegno ha messo a disposizione la Regione Sicilia per le donne vittime di violenza domestica e per coloro che stanno uscendo dal tunnel della violenza?

Vi sono diversi strumenti a cui le donne vittime di violenza possono ricorrere, come anzitutto il cosiddetto “reddito di libertà” istituito con l’approvazione di una norma specifica del 2012 (legge 3/2012) per dare il sostegno economico indispensabile a rendersi indipendenti. Si tratta di un canone necessario a pagare l’affitto o una formazione professionale per essere reinserite nel mercato del lavoro. In più, la Regione prevede avvisi pubblici di reinserimento lavorativo: l’Assessorato Regionale al Lavoro stanzia contributi per progetti destinati all’orientamento specialistico, alla formazione, alla realizzazione di tirocini, oppure all’autoimpiego nel caso di creazioni d’impresa. Le destinatarie sono donne tra i 18 e i 56 anni residenti in Sicilia da almeno 6 mesi, o in possesso di cittadinanza italiana, di permesso di soggiorno o di asilo. Budget complessivo: €58 milioni, di cui €40 milioni di fondi FSE e €17 milioni come cofinanziamento pubblico.

Perché è previsto questo specifico range d’età (18-56 anni) che esclude le donne oltre i 56 anni?

Con tutta probabilità, siccome l’avviso pubblico si riferisce non solo alle vittime di violenza ma anche alle disoccupate, si è ritenuto opportuno non formare lavorativamente le donne con più di 56 anni per l’avvicinarsi dell’età pensionabile. Dunque la specifica potrebbe essere stata dettata da motivi finanziari e strategie per convogliare meglio le risorse.

Sul versante legislativo quali altri strumenti di sostegno sono stati adottati?

Sono seguite modifiche di norme come quella 14/2020 che, oltre al “reddito di libertà”, ha istituito una cabina di regia volta a coinvolgere le parti istituzionali competenti (l’Assessorato all’Istruzione, alla Sanità e alla Famiglia). Poi, fondamentale è stata l’introduzione della norma regionale 3/2024 che ha esteso la legge 20/1999 sull’assunzione all’interno della Pubblica Amministrazione di vittime di mafia, anche a donne sfregiate vittime di violenza di genere e a orfani di femminicidio. Infine, la legge regionale 24/2025 “Liberi di scegliere”: norma approvata con Protocollo Di Bella a supporto di donne con figli che scelgono di lasciare il nucleo familiare violento mafioso per avere nuove opportunità di vita.

Con la legge n. 3 del 31 gennaio 2024 la Sicilia si è collocata virtuosamente in testa a tutte le altre Regioni per essere intervenuta nel reinserimento socio-lavorativo delle donne soggette a violenza e degli orfani di femminicidio. Ma ci sono tre punti d’impasse. Il primo: non crede che sia escludente specificare che a beneficiare della legge possano essere solo le donne «con deformazione o sfregio permanente del viso»?

Assolutamente sì. Ciò che posso dire in proposito è che chi ha previsto la norma voleva forse “restringere il campo” delle beneficiarie in modo da far bastare le risorse disponibili. E poi senz’altro l’obiettivo è stato di agevolare le donne che hanno avuto un danno permanente, peraltro facilmente riscontrabile. Rendere “discriminanti”, per così dire, le evidenze in volto dovrebbe servire ad agevolare queste donne semplificando loro il lungo iter burocratico richiesto per ottenere aiuto. Poi sulle implicazioni di significato di questa specifica possiamo parlarne: io non la condivido, perché la violenza è a 360° e la donna non deve necessariamente mostrare lo sfregio per testimoniare gli abusi subìti.

Secondo impasse: mi conferma che gli accessi agevolati alla pubblica amministrazione regionale sono stati modificati (dall’Art. 11, L.R. 26 giugno 2025, n. 28) e rivolti «ai figli delle vittime di femminicidio in numero non superiore a uno» (per nucleo familiare)? Qual è la ratio di questa ennesima specifica escludente? Con quale criterio viene scelto quell’unico orfano beneficiario?

Le confermo ma non ho la risposta. Verosimilmente avranno voluto stringere le maglie di accesso alle risorse pubbliche, ma non ne sono certa.

Ora, beffa ulteriore, mi risulta che tale legge regionale 3/2024 sia decaduta. Secondo modifica di legge n. 8 del 12 marzo 2025, è prevista la cessazione della norma in data «31 dicembre 2025», e/o nel momento stesso in cui venga introdotta, a livello nazionale, una normativa specifica sul femminicidio (testualmente «nelle more della definizione di una disciplina statale»). Mi conferma che ormai questa legge non è più valida?

Sì glielo confermo, la norma ormai è decaduta. Ciò che posso supporre è che tale norma sia stata pensata con un carattere sperimentale. A questo punto, tornerò a presentare un emendamento necessario a prorogare i termini di legge per continuare ad estendere i benefici per le vittime di mafia anche per le vittime di violenza di genere.

Quanti consultori e comunità alloggio sono attivi a Palermo?

Ci sono circa una cinquantina tra centri antiviolenza e case rifugio su tutta l’Isola. Poi vi sono due centri nelle metropoli principali, che hanno il riferimento ospedaliero (Policlinico di Palermo e Ospedale Garibaldi di Catania).

Che limiti intravede nella gestione delle risorse e delle misure istituzionali adottate per riparare alla violenza contro le donne?

Inizierei buttando anzitutto un occhio alla cabina di regia di cui sopra: dal 2012 ad oggi non ha funzionato bene per la mancanza di sinergia tra i vari Assessorati. La collega Valentina Zafarana (M5S) ha introdotto modifiche con la legge 14/2020 ma anche tale modifica non ha sortito effetti positivi: le parti istituzionali continuano a lavorare separatamente, a compartimenti stagni. Secondo problema: la distribuzione non omogenea dei centri antiviolenza, quasi tutti concentrati nei principali nuclei metropolitani dell’Isola. Ne consegue che ad alcuni territori regionali, in particolare quelli interni all’Isola, oppure località più periferiche e montane, l’accesso ai servizi resta precluso. Criticità già emersa nella scorsa Legislatura. Occorrerebbe dare il benestare ai centri antiviolenza nelle zone dove non c’è copertura anziché crearne di nuovi.

Perché, ad oggi, mancano dati ufficiali della Regione Sicilia sull’incidenza del fenomeno (violenza domestica, stalking, stupri, ricoveri ospedalieri per lesioni, femminicidi) pur esistendo organismi preposti alla loro valutazione?

Non esiste una piattaforma unica purtroppo, e parte delle cause di questo problema sono riconducibili a ciò che dicevo prima: la mancanza di comunicazione e coordinamento tra i vari organi competenti.

Uno dei punti più critici di una situazione di violenza domestica è la condizione di dipendenza economica. Quant’è diffusa in Sicilia questa disparità tra l’uomo (occupato) e la donna (disoccupata)?

Anzitutto mi preme specificare che sono estremamente eterogenee le condizioni socio-lavorative da cui provengono le donne in stato di necessità. Possono essere disoccupate, impegnate in lavori precari o lavoratrici in nero (lavoro sommerso). In termini di occupazione femminile posso dirle che la Sicilia è la maglia nera di tutta Italia. Secondo dati ufficiali, il tasso di occupazione femminile regionale è inferiore del 30% mentre quello a livello nazionale si attesta intorno al 51-52%.

Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’osservatorio di Non Una di Meno aggiornati al 31 dicembre 2025, la Regione Sicilia figura al sesto posto (6,3%) per femminicidi, transcidi, lesbicidi. I femminicidi in particolare, risultano aumentati (4 casi nel 2024 contro 6/7 casi nel 2025; 61 femminicidi negli ultimi 5 anni). Crede che tale fattispecie di reato sull’Isola rischi di essere “sottovalutato” in Italia?

Certamente. Eppure è bene tenere in considerazione due aspetti compenetranti. Da un lato il fatto che la violenza di genere è un fenomeno trasversale, vale a dire irrelato da fattori meramente geografici (così come sociali e legati all’età). Dall’altro, il fatto che in Sicilia la situazione è a macchia di leopardo: persistono nell’Isola – e soprattutto in località interne – sacche di subcultura patriarcale dove le donne subiscono anziché denunciare per paura dello stigma sociale e della vergogna che ne deriva. Diversa è la situazione in zone metropolitane e costiere, comunque toccate da fenomeni di degrado socio-culturale in quartieri di periferia, ma dove il fervore culturale agevola la sensibilizzazione e l’intolleranza nei confronti della cultura machista.

Crede che la mentalità mafiosa contribuisca a radicalizzare il fenomeno?

Incidentalmente. C’entra di più l’arretratezza socio-culturale, non necessariamente legata a contesti malavitosi. Anzi, in qualità di componente della Commissione Antimafia le garantisco che in alcuni contesti mafiosi ci sono donne a cui sono riservati posti di rilievo nell’organizzazione criminale e nella gestione del traffico degli stupefacenti.

Siamo soliti affrontare queste delicate tematiche focalizzandoci sulle donne, trattando la violenza a senso unico, come una patologia e ignorandone la prevenzione. Quali soluzioni sono pensate invece per gli uomini che si riconoscono violenti e si trovano a dover superare il trauma della separazione e dell’affidamento dei figli?

Mi faccia dire prima una cosa. Tra i limiti già menzionati è doveroso aggiungerne un altro – paradossale. Le donne che scelgono di denunciare si trovano sovente a dover abbandonare il nucleo familiare – e dunque i loro spazi – con la conseguenza di uno sradicamento nel momento in cui si trasferiscono in centri antiviolenza e/o case rifugio,. Per queste donne, sradicate dalla loro casa talvolta insieme ai figli minori, subiscono così una doppia violenza. La legge dovrebbe invece agire al contrario: allontanare gli uomini maltrattanti anziché le vittime e i loro figli. Tornando invece alla sua domanda, stanno prendendo forma nuovi dibattiti sulla possibilità di investire, a livello nazionale e regionale, in associazioni CUAV, Centri per Uomini Autori di Violenza. In Sicilia già esistono. Il problema è che sono pochi e soprattutto poco frequentati: servirebbe non solo che gli uomini imparassero a riconoscere di avere bisogno di aiuto (anche questa variabile squisitamente culturale), ma che ci fosse una campagna pubblicitaria per avvicinare i soggetti destinatari a questi Centri.

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