Pubblicato: ven, 25 Feb , 2022

Usura fenomeno diffuso.

Anche Verona, avamposto della ndrangheta.

 

     Tre ordinanze di custodia cautelare per usura in concorso, sono state notificate dall’arma di san Bonifacio (Verona) a due italiani ed un rumeno che avrebbero gestito un’attività criminosa, con tassi d’interesse fino al 143% (febbraio 2022). Le indagini hanno accertato che sono state pretese anche prestazioni sessuali per concedere dilazioni di pagamento o la rinegoziazione del debito. Usura in concorso ed esercizio abusivo di attività finanziaria, violenza aggravata e violenza sessuale, frode ed evasione fiscale tra i capi di accusa per fatti avvenuti dal maggio 2019 ad oggi. Il cravattaro, ritenuto il “dominus” dell’usura dell’est veronese, è originario della provincia di Catanzaro, residente in Veneto dalla fine degli anni ’80, formalmente disoccupato e privo di reddito. Il gruppo criminale erogava somme di denaro applicando tassi d’interesse sproporzionati sui prestiti, con minacce ed atti intimidatori. Nel corso delle perquisizioni i Carabinieri hanno recuperato e posto sotto sequestro oltre 95.000 euro in contanti, documenti di contabilità e lettere estorsive pronte per essere recapitate ai debitori in ritardo. L’indagine ha preso il via dalla denuncia dei familiari di una vittima che era ricorsa ad un prestito di 25 mila euro; non riuscendo più a gestire la situazione e completamente soggiogata, stava valutando la vendita di un rene per fra fronte ai debiti accumulati. Il tramite con il gruppo usuraio sarebbe stato un collaboratore del datore di lavoro.

E’ una delle tante drammatiche situazioni che costellano il territorio italiano e che forse squarcia un velo di omertà, in cui spesso si finge che il problema non esista. Invece, la criminalità organizzata e le mafie sono radicate da decenni nel nord Italia, anche se per usura ed estorsioni si denuncia poco. Un fenomeno subdolo, frequente, soprattutto ai danni delle micro e piccole imprese del terziario di mercato. A causa dell’usura si verificano situazioni al limite dell’impensabile, purtroppo però largamente diffuse. Anche il caso del clan Multari, a cui le famiglie di Zimella (sempre provincia veronese) chiedevano aiuto, ha illuminato una parte di società scaligera permeabile alle infiltrazioni mafiose. Un fenomeno che nasce principalmente per le mancate risposte e capacità degli organi statali e per la disponibilità di intervento immediato della matrice criminale, che al contrario è estremamente efficiente. Disponendo di grande liquidità e una presenza capillare sul territorio, si contrappone ad una burocrazia bradiposamente eterna, piena di cavilli e distante dal cittadino. L’assenza dello Stato lascia spazio di intervento alla criminalità organizzata, la quale però non conosce il concetto di aiuto gratuito e riscuote sempre il suo pagamento. Per questo è indispensabile rivedere la normativa che disciplina l’accesso al credito, così come quella anti-usura. Basti pensare che ad oggi in Italia non è possibile nemmeno prendere un’automobile o stipulare un contratto di affitto senza una cospicua busta-paga da contratto a lungo termine o con un garante che assicuri il pagamento delle rate. In un contesto dove il lavoro è sempre più precario e dilagano le collaborazioni cd a chiamata, non è difficile intuire come i pagamenti in nero o la richiesta di aiuto ai clan possano sembrare le soluzioni più facili. Le locali ndranghetiste sono infiltrate anche nell’economia veronese, sfruttano talvolta le difficoltà di imprese o attività minori e talaltra la predisposizione di qualche imprenditore all’emissione e all’uso di fatture per operazioni inesistenti con finalità di sottrazione agli obblighi contributivi (sistema cartiere). Le persone offese sono spesso imprenditori che si sono intenzionalmente e consapevolmente rivolti a soggetti dal chiaro profilo criminale — e proprio in quanto ritenuti collegati ad ambienti mafiosi calabresi — al fine di ottenere benefici e utilità grazie alla collaborazione con essi instaurata, spesso partecipando ai delitti da questi perpetrati contro altri imprenditori (ad esempio per ottenere il pagamento di un credito con modalità ritenute più efficaci rispetto alle vie legali) ovvero al fine di ottenere protezione a fronte di intimidazioni da parte di altri criminali.

La provincia di Verona data la sua posizione lungo l’asse di collegamento tra l’Italia e l’Europa settentrionale rappresenta uno snodo nevralgico per molteplici settori produttivi ed un contesto territoriale caratterizzato da un’elevata industrializzazione e da una diffusa imprenditoria che generano importanti flussi di denaro. Le risultanze giudiziarie e dell’attività di prevenzione antimafia convergono nell’indicare il veronese come un’area di insediamento, non recente, di gruppi familiari collegati a organizzazioni prevalentemente di matrice ‘ndranghetista, che operano sotto traccia nel tessuto economico locale, con finalità di riciclaggio, attraverso la costituzione o acquisizione di aziende, di beni e di altri servizi e utilità, a mezzo di prestanome, o attraverso società fittizie, strumentali ad operazioni di falsa fatturazione o ad altre forme di evasione e di elusione fiscale (operazione Terry, Isola Scaligera, Taurus). Verona è diventata il centro di smistamento del traffico di stupefacenti più grande dopo Milano (Nando Dalla Chiesa, relazione 2020). La risalita verso Nord delle mafie, soprattutto del clan Grande Aracri, con un’area di attrazione particolare intorno al lago di Garda e con tendenza a sfondare nella città scaligera, è ormai comprovata dalle indagini e dalle operazioni dell’arma. Fitta l’attività dei calabresi, Giardino-Arena-Nicoscia e Gerace-Albanese-Napoli-Versace; la famiglia Iovine del cartello campano dei Casalesi; oltre ai pugliesi, in particolare con il clan Di Cosola. Presenti gruppi strutturati di matrice etnica o multietnica (albanesi, nordafricani e nigeriani, romeni, maghrebini, cinesi, filippini, senegalesi e gambiani) principalmente interessati al narcotraffico e alla tratta di esseri umani finalizzata allo sfruttamento della prostituzione e del lavoro. I clan sono stanziati nella Bassa Veronese, Isola della Scala, Valeggio sul Mincio, Sommacampagna, Villafranca, passando per la città fino a Lazise, Bardolino e al lago di Garda. Dalla rivendita di tabacchi ubicata in località Caselle, fino all’Emilia. Il centro storico di Verona in senso stretto sarebbe controllato dagli Arena-Nicoscia e affiliati. I gruppi sembrano seguire accordi di divisione delle zone e rispetto reciproco, senza  escludere di collaborare tra loro. Uno dei capi è Domenico, detto Gheddafi, del Grande Aracri, aveva il suo quartier generale in una pizzeria di Zimella. Accertati collegamenti con altri gruppi autonomi operanti nelle province di Crotone, Vibo Valentia, Reggio Emilia, Brescia e Mantova. Il clan dei Multari gestisce il territorio di Vicenza (ma sono stati condannati per episodi avvenuti nell’est veronese). Tra i reati intercettati dagli inquirenti in terra scaligera anche un vorticoso giro di false fatture, riciclaggio, corruzione e false assunzioni di persone affiliate, minacce, aggressioni, pedinamenti e appostamenti. Collusione di politici, amministratori, medici compiacenti per false pensioni di invalidità e certificati. Con l’operazione Sbarre (07/09/2020) è emersa l’attività anche dei Serraino, Tegano e i DeStefano nel veneto. La DIA di Caltanissetta ha attuato la confisca definitiva di beni anche nei confronti di un imprenditore di Caltagirone (CT) residente a Brescia e con svariati interessi societari a Verona e più in generale in tutto il nord Italia. Lo stesso è stato ritenuto contiguo al clan mafioso dei Rinzivillo e alla stidda. Confiscati alla criminalità organizzata circa una sessantina di immobili solo nel veronese, arrivando proprio nel cuore del centro città. Una ventina nella provincia, mentre Bussolengo da solo conta circa una trentina di confische. Anche a Bosco Chiesanuova, Nogarole Rocca e Bardolino, si diramano gli affari di imprenditori che non avrebbero mai fatto mistero di essere vicini ai Mancuso.

Al nord le mafie si muovono per lo più con gli “uomini cerniera” e gli agganci degli invisibili. La presenza criminale nel veronese riguarda le imprese e tutti i settori dell’economia lecita, come l’edilizia, la logistica, i trasporti, la ristorazione e i locali notturni, il turismo, alberghi, bar, ristoranti, anche sul Lago di Garda. I clan si spartiscono il territorio in una specie di pax mafiosa, ma gli imprenditori difficilmente denunciano. Il territorio lacustre è un grande catalizzatore per organizzazioni criminali di ogni genere, oltre ai clan storici di ‘ndrangheta, camorra, Cosa Nostra, vi sono anche quelle straniere, russa e cinese in particolare. Crocevia tra Veneto, Lombardia e Trentino, da qui sono diretti i traffici internazionali, si curano i collegamenti con il mondo della politica e delle istituzioni. In aggiunta, la domanda di stupefacenti e lo sviluppo di un’industria del tempo libero si sono combinati fin troppo bene per le strategie di inserimento mafioso. Rintracciate molteplici infiltrazioni nel settore estrattivo, nell’autotrasporto e nell’immobiliare (Operazione Perfido; operazione Aemilia). Sulle sponde bresciane e venete la polizia ha individuato diverse ville dei Piromalli di Gioia Tauro, che restano presenti su tutto il territorio, dal basso Garda, alla Val Trompia, dal bresciano al trentino. La temporanea crisi di liquidità generata dall’emergenza sanitaria costituisce per la criminalità organizzata un’ulteriore opportunità per l’acquisizione ed il controllo, appunto attraverso usura ed estorsione. Le difficoltà economiche sono un concreto problema per famiglie e imprese, in particolare per quelle che non hanno avuto accesso agli aiuti statali o al credito bancario. Secondo Confcommercio, dallo scoppio della pandemia il rischio usura è aumentato del 50%, più di 40.000 le piccole e medie imprese potenzialmente esposte.

Dall’usuraio si arriva anche a causa del sovra-indebitamento. Oltre ad una situazione passiva, dovuta a ragioni esterne, per fatti non voluti, come separazioni, malattie o lutti, perdita del lavoro; vi è anche una ragione attiva che nasce da un uso non corretto del proprio denaro. In questi casi si tende a spendere senza averne veramente le possibilità, presi nel vortice iperconsumistico del vivere al di sopra delle proprie capacità. Nella costante spinta di esigenze di consumo, si assumono sempre nuovi debiti, ma quando viene meno il contatto con la realtà delle proprie capacità di restituzione, il fenomeno diventa perverso e acquista connotazioni patologiche (peggiorato anche da tossicodipendenze, ludopatie, trading on line, etc). Le rate mensili (affitto, mutuo, mobili, elettrodomestici, auto, etc.) non danno la reale percezione del totale che deve essere saldato. Questo può avvenire anche con le carte di credito, per esempio le revolving hanno un prestito incorporato, ciò significa che permettono al titolare di effettuare acquisti o prelievi anche in assenza di disponibilità di liquidità sul conto corrente, con tassi di interesse e costi di gestione che innescano un debito perpetuo. Vale sempre il buon consiglio del “non comprare se non puoi pagare”, d’altra parte si ricordi che il non saldare le rate, oltre al vedersi piovere addosso cartelle esattoriali e ingiunzioni di recupero crediti, immette la persona indebitata in un sistema a tenaglia, con la segnalazione dal sistema bancario (segnalazione alla Centrale Rischi) che comporta, in quanto cattivo pagatore, l’esclusione dal sistema legale di credito.

La pandemia ha accelerato tutti questi fenomeni. Categorie sociali nuove si sono indebitate e rivolte agli usurai, liberi professionisti e commercianti. In molti territori, dove la criminalità organizzata è particolarmente presente, la stessa ha riconquistato una “funzione sociale” e un consenso dato proprio dalla velocità di erogazione di soldi. Gli usurai hanno intercettato meglio dello Stato le esigenze dei cittadini, offrendo prestiti istantanei anche di piccoli importi.

Nell’attuale situazione socio-economica, che rende vulnerabili sotto il profilo finanziario fasce sempre maggiori della popolazione (fra cui famiglie e persone fisiche), appare necessario intervenire anche sulla legge sull’usura n.108/1996, rendendo inoltre più efficiente e adeguato alle odierne esigenze il meccanismo di funzionamento dei Fondi (Fondo di solidarietà ex art.14, e quello per la prevenzione ex art.15). Sembra opportuno includere tra i soggetti potenzialmente beneficiari le vittime del delitto di usura che non esercitano attività economiche. Occorrono procedure di accesso ai fondi e al credito più snelle, con istruttorie rapide e digitalizzate. Appare nondimeno rilevante ripensare alla radiazione dagli albi dei professionisti collusi; rivedere le modalità di accesso e permanenza a ruoli apicali e dirigenziali, nonché quelli politici. Si lamenta la mancanza di titoli e competenze, oltre all’assenza del requisito della condotta integerrima: ineleggibilità, incandidabilità e incompatibilità sopravvenute o accertate dovrebbero essere formulate a maglie strette non opinabili, soprattutto per reati contigui con le associazioni mafiose.

 

[ dati integrati dalla relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia ]

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