Pubblicato: Ven, 27 Giu , 2014

Ustica, 34 anni dopo la Francia collabora

34 anni fa la strage di Ustica. Un mistero in larga parte irrisolto ma alla cui soluzione la Francia ha accettato, oggi, di collaborare

 

La carcassa del DC-9 Itavia

La carcassa del DC-9 Itavia

«Guà», è questa l’ultima parola o, meglio, l’ultimo brandello di parola registrata 34 anni fa dalla scatola nera del Dc-9 dell’Itavia inabissatosi nello specchio di mare tra le isole di Ponza e Ustica. A parlare erano i due piloti, a cosa si riferisse quel “guà”, probabilmente l’inizio della parola “guarda”, ancora non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai. Oggi sappiamo solo che il DC-9 Itavia con 81 persone a bordo, in volo da Bologna a Palermo, precipitò alle 20.59 del 27 giugno 1980 per motivi ancora ignoti.

La storia della strage di Ustica è soprattutto la storia delle inchieste, dei processi e dei misteri di Ustica. Nei giorni immediatamente seguenti al disastro si parlò di cedimento strutturale o di bomba. Ipotesi che, nel corso del tempo, furono scartate. Le indagini sul relitto dimostrano, inequivocabilmente, che il DC-9 non cadde né per un ordigno a bordo né, tanto meno, per un cedimento della struttura. I processi che si sono svolti non hanno portato ad un colpevole, tra “non ricordo”, segreti di Stato e possibili depistaggi, è stato impossibile per la magistratura fare piena luce sul caso. Il processo ad alcune alte cariche dell’Aeronautica Militare per alto tradimento e ostacolo alle indagini si è concluso con l’assoluzione degli imputati, mentre un procedimento civile ha visto il Ministero dei Trasporti e quello della Difesa condannati al pagamento di oltre 100 milioni di euro ai parenti delle vittime, il motivo è che non hanno fatto tutto quello in loro potere per prevenire la strage. Nel dispositivo della sentenza, i giudici della Cassazione riconoscono l’avvenuto depistaggio e individuano nella collisione in volo o nell’abbattimento da parte di un missile la causa del disastro.

In questi 30 anni sono state numerose le inchieste giornalistiche e giudiziarie che hanno permesso di aprire uno squarcio in quanto accaduto la sera del 27 giugno 1980. Il primo elemento è stato il faticoso, e spesso ostacolato, recupero sia dei nastri delle telefonate registrate tra le strutture, militari e civili, del controllo aereo che dei tracciati radar. Da questi, e da alcune testimonianze, si evincono essenzialmente due cose, negate dai diretti interessati all’inizio delle indagini. In quello spicchio di cielo il traffico aereo era intenso, oltre al Dc-9 volavano, presumibilmente, una trentina tra aerei americani partiti forse dalla portaerei Saratoga e caccia francesi partiti dalla base di Solenzara. Analizzando i tracciati si scopre che una traccia radar, non identificata e proveniente da ovest, intercettò e si sovrappose alla rotta del DC-9. Probabilmente l’aereo proveniente da ovest si è “nascosto” sotto l’aereo Itavia per mascherare il segnale radar. Circa un’ora prima della strage due F-104 dell’Aeronautica Militare italiana, in volo sull’Italia centrale, lanciarono, per ben 3 volte, il segnale di allarme generale (allarme esterno, non interno all’aereo). Alla domanda quale sia stata “l’allerta generale” segnalata, la NATO e l’Aeronautica non hanno mai risposto e i piloti non possono essere interpellati visto che, qualche anno dopo, morirono nell’incidente di Ramstein che costò la vita, durante un air-show, a 3 piloti delle Frecce Tricolori e a 67 spettatori a terra.

Anche un MIG libico entra di diritto nel caso-Ustica. Il 18 luglio 1980 furono rinvenuti sulla Sila i rottami di un caccia libico. Giunti sul luogo dello schianto, i soccorritori trovarono i rottami di un MIG-23 e i resti, in avanzato stato di decomposizione, del pilota. Proprio il pilota e la sua autopsia sono il centro del giallo. L’autopsia data la morte del pilota a quel giorno, il 18 luglio quando avvenne il presunto schianto, ma un allegato a questa, la cui esistenza è stata prima affermata e poi negata, retrodata, in virtù dell’avanzatissimo stato di decomposizione, la morte di circa 20 giorni, ovvero proprio nei giorni della strage di Ustica. L’ipotesi che quella del 18 luglio fu solo una messa in scena per far trovare un aereo caduto 20 giorni prima è corroborata, oltre dal presunto stato di decomposizione del pilota, anche da alcuni testimoni che affermano che l’aereo che sorvolava a bassa quota la Sila la mattina del 18 luglio e il successivo boato non erano assolutamente compatibili con il volo e lo schianto di un MIG-23.

Ipotesi accreditata è che l’aereo libico sia caduto durante una battaglia nei cieli avvenuta il 27 giugno, battaglia nella quale si ritrovò al centro, vittima innocente e inconsapevole, il DC-9 Itavia. Una battaglia che vedeva caccia americani e francesi cercare di abbattere dei caccia libici, e forse un aereo libico che trasportava lo stesso Gheddafi, e il DC-9, partito in ritardo e che quindi non avrebbe dovuto trovarsi lì, colpito o da un missile o da un altro aereo in una collisione. Questa è solo un’ipotesi che ancora non ha trovato alcun riscontro in sentenze della magistratura ma è un’ipotesi che, al netto delle testimonianze e prove trovate, risulta estremamente verosimile e chissà che, a 34 anni dalla strage, la decisione di questi giorni del governo francese di togliere il segreto su quanto avvenuto in quella sera non contribuisca a scoprire finalmente la verità; proprio a partire da quel traffico aereo francese in partenza da Solenzara, prima negato e oggi ammesso.

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