Pubblicato: sab, 15 Lug , 2023

tutto si mescola: a 31 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, vince il potere

Falcone e Borsellino erano uomini retti. L’Italia di oggi è un paese senza memoria e coerenza.

31 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, 30 dalle stragi di Roma, Milano e Firenze. Molti anni sono trascorsi da quei tragici avvenimenti, eppure nulla è cambiato e la memoria degli italiani è sempre più labile. 31 anni senza mai il coraggio di esplicitare mandanti e responsabilità, senza imparare qualcosa. Stessi volti, stesse dinamiche. Sembra che tutto si sia mischiato.

Così come assistiamo allo scontro acceso tra i familiari del Generale Dalla Chiesa con i giovani di Wikimafia a causa dell’incontro con il procuratore capo dott. Gratteri, coincidente in parte con alcune date del ricordo. La famiglia Dalla Chiesa aveva lamentato una sorta di monopolio per la gestione degli eventi e dell’antimafia in forza del cognome importante. Ma la sig.ra Rita Dalla Chiesa fin dagli anni ’90 ha scelto di lavorare proprio alle dipendenze di Berlusconi, sempre affiancato da Mangano e Dell’Utri. Una scelta recentemente accentuata anche dall’incarico politico della signora Dalla Chiesa, entrata nel partito FI come referente della Puglia. Dall’altra parte il fratello, professore di chiara fama, sembra mantenere altrettanto potere e monopolio negli ambienti accademici e della legalità milanese quanto nazionale. Scelte e bagarre che poco si addicono alla caratura del Generale Dalla Chiesa e al mondo dell’antimafia.

E ancora, in questi mesi viene disattesa una lettera scritta dai familiari delle vittime di mafia delle stragi in cui chiedono giustificazioni alla politica, alla maggioranza che ha indicato e poi eletto Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia una donna che non è proprio specchiata nelle sue amicizie. Tutto si mischia. Colosimo con un’associazione pro detenuti ha incrociato spesso Luigi Ciavardini, condannato per la strage di Bologna con altri neofascisti, tra cui Fioravanti, Mambro e Bellini. Si solleva dunque una questione di opportunità, beninteso l’estraneità dell’on. Cosimo alle vicende dei Nar, va tuttavia considerato che vicino a lei c’è chi può avere interesse ad oscurare la storia e riscriverla. La sentenza di Bologna su Bellini (e sui defunti mandanti e depistatori Gelli, D’Amato e Tedeschi) conferma il filo nero che collega 25 anni di strategia della tensione, da piazza Fontana del 1969 al 1992-’94. Dietro le stragi cosiddette “mafiose”, accanto ai boss danzavano gli uomini dell’eversione nera, oltre agli emissari della politica. Chiunque voglia riempire le lacune della ricostruzione giudiziaria e storica deve guardare in quel groviglio di interessi e potere. L’ex magistrato che all’epoca ha seguito e studiato le vicende, Roberto Scarpinato, oggi senatore, non ha risparmiato parole durissime prendendone le distanze: “l’elezione di Chiara Colosimo, presidente della Commissione Antimafia, rappresenta un segnale dei tempi, di questa stagione di normalizzazione di restaurazione. Sembra normale a questa maggioranza che possa essere candidata una persona che ha a che fare con Ciavardini, condannato per la strage di Bologna, che sia normale imporre la sua candidatura anche se i parenti delle vittime delle stragi di mafia hanno espresso il loro sdegno, che sia normale imporla nonostante tutte le forze di opposizione abbiano invitato la maggioranza ad un nome alternativo. La credibilità dello Stato si salva proponendo persone credibili”.

C’è soprattutto un’altra cosa che si mischia e tutto sconvolge. A 31 anni, vedere che alla manifestazione del 23 maggio, a Palermo, Maria Falcone ha fatto salire sul palco anche politici che sono stati indicati e voluti da altri politici collusi con la mafia. Non vale il fatto che uno è il sindaco e l’altro il presidente della Regione. Non si può invocare il rispetto istituzionale, basti pensare a Vito Ciancimino. Dovrebbe valere, invece, il senso etico della politica, della coerenza. Persone così in quel giorno, in quell’anniversario, non possono esserci. Una scelta sbagliata, come l’ordine a caricare contro studenti, pensionati, sindacalisti, professori, familiari di vittime di mafia, gente tranquilla che manifestava in un corteo pacifico e autorizzato, che si sarebbe ricongiunto sotto il medesimo palco. Per la prima volta viene macchiata una ricorrenza tanto importante contro la mafia da una carica di poliziotti. Non si è ferito nessuno fortunatamente, ma chi ha dato quest’ordine? Qual era il pericolo, o la minaccia? Tutto ciò avveniva a pochi metri da quello stesso palco dove stavano quegli uomini della politica che erano stati indicati e voluti da altri politici collusi con la mafia, per intenderci, Dell’Utri e Cuffaro.

Quello stesso Cuffaro che proprio in queste ultime settimane è stato eletto segretario della nuova DC e ritorna grande protagonista in Sicilia. A giugno sia la Dc di Cuffaro che il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo segnano vittorie elettorali di peso in diverse città. Un déjà-vu e tutti si mescola di nuovo. Cuffaro e Dell’Utri sono tornati a giocare un ruolo di primo piano sullo sfondo di alleanze e coalizioni. Condannati in via definiva per concorso esterno e favoreggiamento a Cosa nostra, i due hanno scontato la loro pena e dunque hanno il diritto di sostenere chi vogliono e rientrare in politica. Questioni di opportunità [e coerenza] a parte, le loro opinioni sono talmente ascoltate che cambiano le scelte dei partiti, dei candidati e dirigono la massa popolare. Basti ricordare che nel 2006 vinse la coalizione che sosteneva Totò Cuffaro, in quel momento a giudizio per favoreggiamento a Cosa nostra, battendo clamorosamente Rita Borsellino.

Una voce tra i pochi, quella del magistrato Alfredo Morvillo, fratello di Francesca, ha sempre preso le distanze da certi ambienti, denunciando commistioni e vicinanze pericolose. “Palermo abbia la coerenza di non partecipare alle commemorazioni, non lo merita la città, non meritano Falcone e Borsellino che il loro ricordo sia macchiato dalla rituale presenza di personaggi che non tralasciano occasione per propagandare la convivenza politico-sociale con ambienti notoriamente in odore di mafia”. Segnali che invitano i cittadini alla convivenza e accondiscendenza. L’ex procuratore di Trapani parla dello squallido compromesso politico-mafioso, che ha sempre inquinato la vita della città. “Se si vuole concretamente dare un seguito alle parole di Giovanni e Paolo, dobbiamo adoperarci per tenere lontano dalla nostra vita tutto ciò che ha anche il più lieve odore di mafia. Anche quando queste scelte comportano la rinuncia a godere di quegli aiuti, di quegli appoggi che ben noti ambienti politico-mafiosi sono in grado di assicurare”. Scurdammoce ‘o passato, Maria Falcone sembra aver già archiviato le alleanze torbide e oltre agli inviti sul palco della commemorazione, firma un accordo con Lagalla per realizzare un nuovo museo dell’antimafia.

Si riscrive la storia, si riabilitano i colpevoli e tutto si dimentica. E così, perfino la giornata del 23 maggio si è trasformata in uno scontro in piazza. La tendenza è quella di voltare pagina, riscrivere politicamente e giudizialmente la storia italiana, ribaltando anche i periodi bui della repubblica. I protagonisti sono sempre i medesimi e alle spalle ci sono quei partiti che hanno esultato per le assoluzioni in Cassazione sulla trattativa Stato-mafia, raccontando che non è mai esistita. Invece, è scritto nero su bianco: trattativa vi fu. Oggi il governo incalza con riforme del codice penale e di procedura penale. Dall’ergastolo ostativo, al regime detentivo 41bis, bavaglio ai magistrati e alla stampa, limitate le intercettazioni, eliminati i reati di abuso d’ufficio, traffico di influenze. Considerato evanescente anche il reato di concorso esterno alla mafia. Si smantella tutto. Dopo trent’anni si è consegnato Matteo Messina Denaro. Ma tutto questo oggi si mischia e ci riporta con prepotenza agli anni ’70-’80, in cui si diceva che la mafia non esiste, che non c’era pericolo e che era un’invenzione di una parte politica.

E a 31 anni dalle stragi muore B. per cause naturali, lui. Ma non muore il berlusconismo e non si dissolvono nemmeno le alleanze tra politica e consorterie. Viene proclamato il lutto nazionale e l’Italia si dimentica di quello che è stato.

La mafia oggi è più forte che mai. La ndrangheta è una potenza mondiale, resta sommersa, invisibile, stringe accordi con cosa nostra, la camorra, la sacra corona unita, la mafia del Gargano, con altre mafie autoctone che nascono in città del centro e del Nord Italia. Alleanze strategiche in tutto il mondo, con i cartelli sud americani, la mafia albanese, cinese, araba, africana e medio orientale. La ndrangheta domina tutti i continenti. E nel frattempo le mafie fanno business a spese della comunità, inquinano l’economia e la democrazia, sfavorendo sempre le classi sociali più deboli e razziando i territori.

Abbiamo bisogno di aprire gli occhi e di guardare lontano. Con l’esperienza di ieri, con la consapevolezza che Matteo Messina Denaro è in carcere, ma la sua rete di complicità è ancora intatta e altri criminali hanno già preso il suo posto, nei dialoghi con politica e imprenditoria. Abbiamo bisogno soprattutto di avere una coscienza civica capace di ribellarsi. E’ necessario recuperare il valore dell’onestà e dell’essere integerrimi. Conservare la capacità di giudizio etico, portando l’etica anche nella politica; rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità.

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