Pubblicato: mer, 17 Mag , 2023

Processo Gotha 3: la Cassazione conferma la condanna definitiva per mafia a Cattafi

Uomo della destra nera, per i collaboratori di giustizia massone e uomo d’onore di alto rango. Per i giudici “almeno fino al 2000” era al vertice delle famiglie di Barcellona Pozzo di Gotto.

La Cassazione, rigettando il ricorso della difesa, ha confermato la sentenza di condanna. E’ arrivata con trent’anni di ritardo: 1993-2023, pezzi di segreti d’Italia dribblati tra sviste, assoluzioni, proscioglimenti, archiviazioni. Ma i giudici, confermando la sentenza a sei anni della Corte d’appello di Reggio Calabria, nell’ambito di uno stralcio del processo Gotha3, gli hanno finalmente riconosciuto un ruolo nell’onorata società: Cattafi, accertato fino al mese di marzo 2000, è stato un mafioso della potente famiglia di Barcellona Pozzo di Gotto.

Rosario Pio Cattafi, classe 1952, laureato in giurisprudenza, ha una storia complessa che risale agli anni ’70. Detto Ziu Saro, ancora giovinetto è stato più volte accusato per aggressioni, al primo anno di università era già noto per le azioni squadriste, pestaggi di giovani di sinistra, risse aggravate e danneggiamenti all’interno dell’Ateneo di Messina. Conosceva gli affiliati alle ‘ndrine calabresi, le prime famiglie del messinese, i circoli reazionari, gli agenti segreti delle cellule militari e paramilitari filo-atlantiche. E’ stato accusato di omicidio ed estorsioni, intestazione fittizia di beni, condannato per detenzione e porto di armi illegali. Entra nella P2 e poco dopo sembra che partecipi anche al servizio deviato “l’anello”, a cui capo ci sarebbe stato il Divo Andreotti. Non ancora trentenne sarebbe stato uno dei capi del clan Santapaola, operante anche nel nord Italia. Sarebbe stato uomo di rilievo per narcotraffico, traffico di armi, estorsioni e riciclaggio. Indagato più volte per far parte di associazione mafiosa, nelle accuse a sua carico erano compresi anche i reati di sequestro di persona, associazione a delinquere dedita al traffico di stupefacenti. Dalle risultanze investigative era emerso un grosso flusso di liquidità da e per gli istituti di credito svizzeri, tra cui anche il famoso conto denominato Valentino, che serviva al mantenimento dei latitanti dei clan catanesi. Movimenti anche nei casinò, utilizzati per lo più per lavare i proventi illeciti. Nel 1993 Rosario Cattafi viene indicato in una nota della Squadra Mobile di Messina quale “fornitore di materiale esplodente e di armi ai sicari della cosca barcellonese ed uno dei maggiori esponenti del clan”. La storia di Cattafi narra anche l’alleanza con le ndrine calabresi e con Stefano Bontate. Vantava contatti diretti con il Dap e i tabulati telefonici raccontano di centinaia di chiamate con alcuni esponenti delle forze dell’ordine e della magistratura. Dalle risultanze investigative emergono i suoi rapporti anche con le più grandi industrie di armamenti e cantieri navali, con le quali intratteneva importanti business. Attenzionato più volte dai GICO (Gruppo Investigativo sulla Criminalità Organizzata) nelle informative viene definito figura di indubbia rilevanza investigativa che vanta contatti “eccellenti”.

E’ stato indagato pure per l’inchiesta sui cd mandanti occulti delle stragi siciliane. Successivamente è stato accusato anche di far parte di un sistema criminale, in associazione con Licio Gelli, Totò Riina, altri mafiosi, come Nitto Santapaola, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, boss di Brancaccio, massoni e terroristi di destra come Stefano Delle Chiaie e altri mandanti occulti delle stragi 92-93 a Roma, Milano e Firenze.

Cattafi ha avuto legami con sottosegretari di Stato, assessori regionali, mediatori internazionali di armamenti, boss di Cosa Nostra, magistrati, esponenti della destra eversiva, rappresentanti delle forze dell’ordine, industriali di livello nazionale e internazionale, personaggi del mondo dello spettacolo e massoni con ruoli di potere. Uomo dell’estrema destra, cresciuto in quegli ambienti neri che hanno flirtato con l’eversione, espressione di vertice dei clan ma in grado di vantare amicizie altolocate fra politici, imprenditori e giudici. E’ stato considerato un collegamento strategico fra il mondo delle mafie – i clan catanesi e palermitani e la ndrangheta calabrese – gli ambienti massonici piduisti, la politica. Come emerso dalle risultanze investigative, Cattafi “gestiva i rapporti con i cosiddetti colletti bianchi. Era a tutti gli effetti un uomo d’onore, un associato”. Uno dei pochi a conoscere il luogo in cui si nascondesse il boss Nitto Santapaola all’epoca della latitanza, tanto da rischiare di essere ucciso quando fu sospettato di averlo tradito. Cattafi era anche a capo di una potente loggia massonica che abbracciava siciliani e calabresi, comprendeva uomini politici e personaggi delle istituzioni e dei servizi segreti. Un uomo di potere, descritto da innumerevoli inchieste tra la Sicilia e Milano che lo hanno lambito, raccontandolo coinvolto in misteriose operazioni finanziarie, sequestri, traffici di droga così come la diffusione delle leghe regionali alla fine degli anni Novanta. Nel processo d’appello sono state determinanti le dichiarazioni del collaboratore di giustizia ed ex capo dell’ala militare di cosa nostra barcellonese D’Amico, che ha confermato il ruolo di Cattafi nella galassia dei clan. Ci sono voluti due anni per la fissazione della prima udienza, seguiti da mesi di rinvii e ritardi, che hanno messo le accuse a rischio prescrizione. Emergono, seppur timidamente, anche i rapporti che Cattafi aveva con le istituzioni deviate.

Per i collaboratori di giustizia è sempre stato mafioso di alto rango. Cattafi è stato testimone di nozze del capomafia di Barcellona Pozzo di Gotto, Giuseppe Gullotti, mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano. Sarebbe stato anche uno dei referenti [mafiosi] al quale ha fatto riferimento il famoso “capo dei capi” Totò Riina, utilizzando nei suoi confronti l’importante appellativo (per la gerarchia mafiosa) “zio Saro”. Il nome di Rosario Cattafi è entrato nelle indagini sull’omicidio del Procuratore di Torino Bruno Caccia, sull’omicidio del medico Attilio Manca, sull’autoparco di Via Salomone a Milano (una delle basi operative di un consorzio mafioso) e nell’indagine della Procura di Palermo sui cosiddetti “Sistemi Criminali” (assieme a personaggi del rango di Totò Riina, Bernardo Provenzano, Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie). Condannato in primo grado per associazione mafiosa con l’aggravante di avere diretto la cosca di Barcellona Pozzo di Gotto, la sentenza di appello fece cadere l’aggravante e dichiarò esaurita l’intraneità all’associazione nell’anno 2000. La Cassazione rinviò il processo alla Corte d’appello, per esaminare meglio le prove dell’associazione tra gli anni 1993 e 2000. Così facendo, creò due giudicati interni, condannandolo definitivamente per il periodo compreso tra gli anni ’70 e il 1993 ed assolvendolo per quello compreso tra il 2000 e il 2012. La seconda sentenza di appello confermò la prima: condannato nuovamente per il periodo precedente al 2000. “Il Cattafi – si legge nel ricorso – è figura certamente atipica nel panorama criminale. In particolare, le prove in atti convergono nel descrivere l’imputato quale uomo dotato di notevoli attitudini relazionali e di non comuni abilità, anche sotto il profilo professionale”. Per il pg sono proprio queste capacità ad essere state messe “a disposizione della congrega barcellonese (e non solo di essa)”. Nel documento si parla di “rapporti diretti” con “personaggi di elevato spessore criminale”, quali Giuseppe Gullotti e “la famiglia Ercolano, longa manus di Nitto Santapaola, tanto da presenziare a veri e propri summit di mafia”, assieme ad “esponenti di vertice della congrega mafiosa barcellonese”. Cattafi è probabilmente l’unico carcerato al 41bis per il quale, dopo una condanna per mafia in primo e secondo grado, fu ordinata la scarcerazione (non la sospensione del 41bis, proprio la libertà totale); secondo i giudici, il suo ruolo nella mafia era “anomalo”. E’ stato l’unico imputato per mafia al quale non è stato applicato il principio secondo il quale l’intraneità all’associazione mafiosa sia da ritenersi provata senza soluzione di continuità dall’ingresso in essa, a meno che non sia intervenuta un’esplicita e volontaria forma di recesso (come la decisione di diventare collaboratore di giustizia) o la morte. E’ stato anche l’unico detenuto per associazione mafiosa al quale è stata applicata la Convenzione tra Aisi e Dap, il “protocollo farfalla”. Si tratta di un accordo siglato nel 2010 che sancisce lo «scambio di informazioni anche contenute negli archivi» tra l’Amministrazione delle carceri (Dap) e il Servizio segreto civile (Aisi), in cui «ciascuna delle parti si impegna a non trasmettere a terzi né a divulgare le informazioni e i documenti senza il preventivo consenso dell’altra parte». L’accordo, così scritto, esclude quindi il coinvolgimento della magistratura.

Rosario Pio Cattafi, l’eminenza grigia, considerato l’anello di congiunzione tra mafia e Servizi. A maggio 2023 la sentenza di Cassazione ne attesta definitivamente la partecipazione all’associazione mafiosa [fino al 2000].

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