Pubblicato: Sab, 21 Giu , 2014

Lucia Borsellino: «È un’offesa. È vergognoso. Indagini solo dopo vent’anni»

 

La figlia del magistrato ucciso il 19 luglio 1992 interviene, sfogandosi, ad un incontro per la presentazione del libro “Dalla parte sbagliata, la morte di Paolo Borsellino e i depistaggi della strage di via D’Amelio”
Arnaldo La Barbera

Arnaldo La Barbera

È uno sfogo duro, amaro, quello di Lucia Borsellino. La figlia del magistrato si trovava a Roma, in una libreria Feltrinelli ad assistere alla presentazione del libro “Dalla parte sbagliata, la morte di Paolo Borsellino e i depistaggi della strage di via D’Amelio” di Dina Lauricella e Rosalba De Gregorio. Ad un certo punto, durante la presentazione, la figlia magistrato si alza dalla sedia e va verso il microfono «Ne sento proprio il bisogno» dice. E continua: «Loro (le due autrici) hanno il merito di avermi tolto un pezzettino di quel cancro che in questi anni ha proliferato dentro il mio corpo, e dentro il corpo forse di tutti coloro che non si possono bere queste cose. Perché l’avere consegnato Scarantino all’opinione pubblica come verità è qualcosa che è offensivo nei confronti non solo di noi parenti, di coscienza».

Ma chi è Scarantino? Lucia Borsellino sta parlando di Vincenzo Scarantino, arrestato dal gruppo investigativo guidato dal questore Arnaldo La Barbera (ricordate bene questo nome perché salterà fuori tra poco). Il mafioso si autoaccusò, insieme a Salvatore Candura, del furto della Fiat 126 utilizzata per l’attentato. Scarantino dichiarò di avere avuto il mandato del furto dell’auto da Salvatore Profeta, suo cognato, e di avere portato la vettura nell’officina di Giuseppe Orofino, in modo da preparare l’autobomba. Nelle sue dichiarazioni, inoltre, Scarantino accusò il mandamento di Santa Maria di Gesù di essere gli esecutori materiali della strage, e di saperlo in quanto aveva assistito ad una riunione della Commissione, nella villa di Giuseppe Calascibetta, dove venne deciso l’attentato a Borsellino. Scarantino, durante il processo, accusò anche Salvatore Cancemi e Gioacchino La Barbera, sostenendo che anche loro erano presenti nella villa di Calascibetta quando venne pianificato l’attentato. I due, divenuti collaboratori di giustizia, negarono queste accuse. Nasce, da queste dichiarazioni, il processo che venne denominato “Borsellino uno”. Nel luglio del 1995, tre anni dopo la strage di via D’Amelio e due anni dopo il suo arresto, Scarantino ritrattò tutte le accuse in un’intervista rilasciata a Studio Aperto. E nel gennaio d’Appello di Caltanissetta giudicò Scarantino inattendibile.

Durante il secondo processo della strage, chiamato “Borsellino bis”, Scarantino in un’udienza ritrattò nuovamente tutte le precedenti accuse, confermando dunque quanto detto a Studio Aperto, affermando che accusò degli innocenti perché aveva subito dei maltrattamenti durante la sua detenzione nel carcere di Pianosa e di essere stato costretto a collaborare dal questore La Barbera (è tornato ancora il nome di La Barbera, che tornerà anche più avanti). Ma i giudici non credettero all’ennesima ritrattazione. Ma è solo nel 2008 che si inizia a fare una piccola luce sulla vicenda. Gaspare Spatuzza, mafioso del mandamento di Brancaccio, inizia a collaborare e rivela di essere stato lui a rubare la Fiat 126, smentendo dunque la dichiarazione di Scarantino. E, nel 2009, Scarantino ha riaffermato di essere stato costretto a collaborare dal questore La Barbera e dal suo gruppo investigativo.

Ma torniamo al racconto di Lucia Borsellino, che da qui in avanti non può essere commentato perché lascia senza parole. Leggerete ancora

Una pagina dell'agenda di Borsellino

Una pagina dell’agenda Enel di Borsellino

qualche nome già fatto in precedenza, leggerete di Mancino e leggerete di una situazione che ormai sta diventando insostenibile. Perché il buio e l’oscurità su tutta questa vicenda è insostenibile. C’è bisogno di verità, quella che gridava con forza Agnese Borsellino, moglie di Paolo, e che grida adesso Lucia: «Io vi posso dire solo una cosa e portare qui una testimonianza che sarebbe divenuta verità processuale, se solo fosse stata depositata agli atti dalla Procura di Caltanissetta. Cioè quando vent’anni fa con mio fratello andammo a consegnare l’unica agenda rimasta a casa, quella grigia dell’Enel, che è l’unico documento in cui si evince che mio padre avesse incontrato l’onorevole Mancino e qualcun altro. Questa agenda l’andai a consegnare personalmente. Un commesso me la stava sottraendo dalle mani perché fosse messa agli atti. Ho chiesto che venissero fatte le fotocopie davanti a me, pagine per pagina, dopodiché l’originale me la sono portata a casa. E ho visto dei volti quasi infastiditi per questo passaggio. Quando il caro La Barbera è venuto a casa mia a consegnare la borsa di mio padre ho scoperto solo dopo vent’anni che questa consegna non era stata verbalizzata agli atti. E quando l’aprii e vidi che non c’era l’agenda rossa che ho visto aprire e chiudere da mio padre quella mattina, perché dormivo nel suo studio, dissi come mai questa agenda non è presente? Mi dissero: ma di quale agenda sta parlando? Dopodiché ho sbattuto la porta e lui ebbe il coraggio di dire a mia madre: Faccia curare sua figlia perché sta male, sta veramente male, sta vaneggiando. Io queste cose le raccontai a Caltanissetta. Ebbene dopo vent’anni sono tornata a Caltanissetta e non c’era nulla, non c’era una traccia nei verbali. Non c’era una traccia. E poi un mese fa è venuta la Polizia scientifica nel mio ufficio per farmi un tampone salivare. Ho chiesto a che cosa potesse servire dopo vent’anni, e mi hanno detto: “Per escludere le impronte digitali dalle impronte sulla valigia di mio padre, per vedere chi mai l’avesse potuta prendere”. È un’offesa questa, tutto questo è un’offesa. Io però voglio continuare a sperare, solo per dare una ragione anche alla morte di mia madre che negli anni non ha fatto altro che sperare che queste verità venissero fuori. Perché è veramente vergognoso, ma è vergognoso non solo per noi, ma anche per i nostri figli, le nuove generazioni. Perché la verità si deve dire, non c’è niente da fare. E loro (indica le due autrici Dina Lauricella e Rosalba Di Gregorio) stanno facendo sicuramente uno sforzo in questa direzione che spero possa essere anche emulato da altri».

Girolamo Tripoli

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