Pubblicato: dom, 3 Lug , 2022

La comunicazione mafiosa

Maestri di semiotica e semantica

 

Le associazioni criminali hanno fatto della segretezza e dell’omertà la loro cifra distintiva, creando un sistema peculiare ed unico al mondo. Pizzini, lettere di scrocco, intercettazioni, testimonianze e silenzi ne sono gli elementi principali, in costante oscillazione fra comunicazione interna ed esterna. Uno stile specifico caratterizzato da un linguaggio implicito, ricco di simbolismi e forte obliquità, che lascia intravvedere significati e scenari. Il linguaggio è metaforico, fortemente allusivo e mai esplicito. Le minacce vengono formulate in modo larvato. Il non verbale, arricchito da gestualità, riti, ritmi e tempistiche specifiche, è incisivo, penetrante e senza dubbio parte integrante dell’esercizio del potere mafioso. Dire senza parlare, minacciare con le lusinghe, comandare con un atteggiamento verbalmente discreto, comandamenti interni all’organizzazione che nell’immaginario popolare sono sempre stati interpretati come segni di superiorità. Questo stile comunicativo si lega a tradizioni antiche e resta ancorato ad una forte simbologia che ne mantiene anche la territorialità. Attraverso la religione, ad esempio, con le processioni, gli inchini della statua del santo davanti alla casa del boss, i rituali di affiliazione con i santini, l’uso dell’idioma dialettale; la stretta di mano, il bacio tra i capi, i tatuaggi di famiglia.

La punciuta è la piccola puntura fatta sull’indice del nuovo affiliato, che versa la sua gocciolina di sangue su un santino e poi lo brucia. Nelle indagini di Falcone e Borsellino, emergono alcuni nomi che i magistrati avevano identificati come “punciuti”, cioè affiliati ufficialmente alla mafia. Uno dei boss di cosa nostra, Leonardo Messina, racconta che anche Andreotti era punciutu e come lo status di affiliato sia uno stile di vita che permea nell’essenza stessa della persona. I mafiosi sono il risultato del contesto in cui vivono e da cui ne assorbono i rituali. I loro schemi mentali, le loro cornici culturali sorreggono un intero sistema di comunicazione che costituisce uno strumento di governo, che genera e coltiva lo psichismo mafioso e la trasmissione valoriale che perpetua nelle generazioni il medesimo stile mentale. Non è difficile trovare, quindi, alcuni punti di contatto comuni per le tre principali consorterie. L’elemento del sangue, per esempio, rappresenta la rinascita, l’abbandono della vita precedente e l’entrata nel gruppo criminale. Gli uomini d’onore cucinano e chi si siede al desco con il boss non deve mai approfittare della sua generosità. Anche la tazzina di caffè ha le sue regole: berlo tutto significa essere una persona ingorda e quindi poco affidabile negli affari, lasciarne sempre un po’ è segno di rispetto e affidabilità. I soprannomi sono importanti per essere facilmente riconosciuti all’interno dell’organizzazione mafiosa e creano difficoltà a ricostruire la genesi della famiglia mafiosa alle forze dell’ordine.

La gestualità è imprescindibile, quella di Riina e Provenzano era davvero eloquente. Il bacio serve a sigillare il segreto, come simbolo di unione e rispetto, un legame così forte che non sarà mai tradito. Può essere inteso anche come condanna a morte: Balduccio di Maggio, recandosi da zu Toto’ per dirimere una controversia con Giovanni Brusca per una donna contesa, fu salutato con i baci del padrino, un comando dato ai picciotti per eliminarlo. Provenzano, in un video ripreso in carcere a colloquio con il figlio, prende la cornetta del telefono tre volte all’incontrario a significare che ciò che avrebbe detto era da intendere all’opposto. Tutto per la mafia è messaggio, anche il modo in cui si fanno rinvenire i cadaveri: l’incaprettamento indica un tradimento, un cadavere con i genitali in bocca significa non aver rispettato le regole; se ha del denaro in tasca aveva rubato. La testa di un animale nei pressi dell’abitazione o un cuore di metallo bucherellato sono una promessa di morte. Si comunica anche in modalità più semplici e quotidiane: lasciando intendere di avere il controllo su tutto, sbarrando il cammino o condizionando il transito su una via; gestendo il territorio in modo capillare.

Il linguaggio in codice consolida ancor di più il gruppo, un gergo ermetico che attribuisce ad una parola diverse espressioni, realizzando un vocabolario parallelo. Negli ambienti della malavita siciliana e nelle rappresentazioni dell’Opera dei Pupi, il baccaglio (in siciliano baccagghiu) era un gergo usato da malavitosi e cantastorie che volevano trasmettere contenuti eversivi, o comunque invisi alla élite al potere. Questa lingua inesistente, sconosciuta alla polizia, li metteva al riparo da eventuali punizioni. Il gergo interregionale Baccagghiu, necessario per il dialogo tra le tre mafie principali, è ancora oggi attualissimo ed in costante aggiornamento.

Prima dei codici, l’unica modalità per la comunicazione delle leggi interne e dei riti della società era solo la via orale, vietato metterli per iscritto. Non sono mancati i regolamenti di conti per aver lasciato cadere nelle mani della polizia mappe o appunti sull’organizzazione. L’onorata società ha sempre preferito gli accordi verbali, sia per un iniziale problema di analfabetismo tra gli affiliati, sia per non essere rintracciabili. L’uso delle “palummedde” o dei pizzini, disseminati nelle isolate masserie, è esercizio di potere con messaggi ad uso esclusivamente interno, abbreviati in codice e difficilmente comprensibili. Le lettere di scrocco, invece, sono concepite per comunicare con l’esterno, funzionali per lo svolgimento della principale attività della mafia, ossia il racket della protezione e conseguentemente quello dell’estorsione. Per questo sono messaggi vaghi, apparentemente di altro contenuto. Nel 2013, dopo l’arresto a Roma di un affiliato, gli agenti trovano nella sua abitazione il cd Codice di San Luca, fogli scritti a mano con lettere greche, latine e simboli particolari. Una volta decifrato, si è scoperto essere uno dei riti di ‘ndrangheta per il battesimo dei neo affiliati. Nell’operazione Insomnia del 2014 nel centro di Vibo Valentia, in corso Vittorio Emanuele in un negozio d’abbigliamento viene ritrovato un taccuino con scritti i riti di affiliazione. Nell’aprile 2018 in un garage di Nicotera Marina i carabinieri trovano un quaderno con 32 fogli scritti a mano i riti di affiliazione. L’anno dopo, lo Squadrone Eliportato dei Carabinieri scopre in un edificio a Vibo Valentia un arsenale di armi riconducibile al clan dei Piscopisani e il murale “Minofrio, Mismizzu e Misgarro”, i tre cavalieri che si usano nel rito per il conferimento della dote di sgarro.

Anche la musica ha un ruolo di rilievo nel tramandare riti e codici mafiosi, rinvenuti dalle forze dell’ordine perfino tramite audiocassette o CD in forma musicale autoprodotta. I proverbi, i racconti, le canzoni, le poesie costituiscono una sorta di corpus giuridico che dettava norme e regole di comportamento. Sono state ritrovate canzoni incise artigianalmente che descrivevano i fatti del vertice di Montalto presieduto da Giuseppe Zappia, e una canzone di quando fu arrestato Gregorio Bellocco. La rappresentazione dei neomelodici è un altro sistema ancora attuale per comunicare apertamente a tutto il mondo, inneggiando alla malavita organizzata, distribuendo disvalori che tutti possono ascoltare. Alcune canzoni celebrano l’omertà e raccontano come si riorganizza il clan dopo che il boss è stato incarcerato. Tra le note si rivendicano a squarciagola legami parentali, omaggi alle famiglie, serenate di compleanno sotto il balcone del boss, concerti in piazza che salutano personaggi al 41bis.

Gli uomini dell’onorata società hanno costruito una rete comunicativa sotterranea ed efficace, un sistema di simboli e riferimenti che consente solo agli intraneii di accedere ad un mondo impenetrabile. Dalla mafia dei viddani ai giorni nostri, la comunicazione è cambiata – e non poco: il protocollo voip come le chat di telegram sembrano ormai preferiti. Persino facebook è stato utilizzato da Anna Patrizia Messina Denaro per comunicare con il fratello latitante. L’ex boss di Castelvetrano ha utilizzato anche i messaggi della playstation. Sempre su facebook, il genero di Totò Riina aveva difeso da alcuni articoli giornalistici le tradizioni di Corleone, in particolare l’inchino della statua della processione davanti la casa del clan Bagarella-Riina, identificando la notizia come una mancanza di rispetto per la famiglia e per l’intero paese.

Gli affiliati, soprattutto quelli più giovani, si palesano sfacciatamente sui social. Mettono in mostra le loro ricchezze, ostentano il potere. Qualche anno fa aveva sorpreso un giovane boss del palermitano che condivideva gli scatti della sua vita tra yacht e limousine, champagne e aragoste, esprimendo la sua stima per Messina Denaro. Ferrari, rolex, viaggi e soldi: vita di vizi e lusso. Contrariamente ai loro predecessori, che nascondevano abilmente le loro ricchezze e vivevano in modeste baracche per mantenere un basso profilo, l’evoluzione mafiosa spinge verso l’ostentazione. I giovani d’onore vogliono mostrare al mondo quanto siano capaci di prendere e spendere. E’ pur vero che whatsapp, facebook, instagram o tiktok hanno quasi tutte la loro sede legale oltre oceano; le rogatorie per avere le comunicazioni vanno chieste agli Usa, quindi i tempi si dilatano e le autorizzazioni diventano complicate. Tuttavia, è indiscutibile che tramite l’utilizzo dei social si scelga di essere visibili a tutto il mondo. I nuovi picciotti sono presenti in rete, non solo per i cavilli burocratici, ma anche per le sempre maggiori capacità di investimento della compagine criminale, a cui corrisponde anche la necessità di accrescerne il consenso. Amano raccontare la loro ascesa criminale, esternare minacce contro le forze dell’ordine ed avversari, ricordare le origini con foto di pistole e omaggi a Polsi. L’ostentazione di parole, immagini e corpi, tipica dei social, sembra sovvertire del tutto il tradizionale carattere silente che ogni affiliato è (o era?) chiamato a tenere. I social diventano quasi uno strumento di legittimazione e affermazione del loro potere, esibizione e provocazione. L’ennesima dimostrazione che a loro tutto è concesso. Anche questa è comunicazione.

Feste pirotecniche, inviti di politici e figure apicali a matrimoni e battesimi dei clan. Eventi volti a consolidare alleanze e a mostrare la propria supremazia al resto del mondo che resta a guardare attonito. Spesso la discrezione viene dimenticata. I fuochi d’artificio piacciono assai, il rione li dedica al boss che torna a casa dopo un lungo periodo di detenzione; per festeggiare il matrimonio della figlia del capo clan; per comunicare a tutta la zona che il carico di droga è arrivato o per ufficializzare l’omicidio di un rivale di spessore. La stesa e la passerella servono per affermare il dominio di un clan su un altro, ma sono modalità scelte per lo più da piccole bande nel napoletano. Concerti, serenate, inchini e feste dedicate ai boss. La dimensione del paesello amplifica il potere delle famiglie che poi si allungano verso altri territori. Tutto questo distorce la percezione del fenomeno, poiché chi cresce nel quartiere è abituato fin da piccolo a sentire come importanti certi clan a cui non si deve mancare di rispetto. Per questo le leggi da sole non bastano e diventa imprescindibile portare la cultura della legalità unita ad una reale percezione di quello che accade, soprattutto nelle terre più abbandonate. Dai messaggi cifrati sui social, alle ospitate ed interviste in tv, magazine e tecnologia cybernetica: la mafia è la prima capace a strumentalizzare l’informazione e condizionare la stampa, sa usare a proprio vantaggio mezzi di informazione, ad esempio per consacrare come personaggi popolari i suoi vertici apicali; per avvisare chi si deve difendere da un’indagine o deve fare sparire delle prove. Non sorprenderà nemmeno sentire nelle interviste che la mafia non esiste o che i reati ad essa collegati siano di poco conto. Ogni enunciato, ogni atto linguistico, ogni mossa comunicativa compiuta in pubblico da un uomo d’onore ha un destinatario immediato, ma anche un destinatario ultimo, che è l’onorata società stessa, la quale ne giudica sempre il comportamento.

[ dati integrati dai lavori di ricerca degli illustri dott. Giuseppe Paternostro, dott. Antonio Nicaso, dott. Nicola Gratteri; relazione sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia ]

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