Pubblicato: sab, 6 Ago , 2022

“io so chi siete”: così Cosa Nostra sparò a Nino e Ida

Come un poliziotto e sua moglie hanno affrontato la mafia.

Il 5 agosto 1989 davanti alla casa di famiglia a Villagrazia di Carini, in provincia di Palermo, venivano trucidati per mano di cosa nostra l’agente di polizia Nino Agostino e la moglie Ida Castelluccio.

Nino e Ida erano giovani ed appassionati, amavano vivere e lo facevano onestamente. Appena sposati, erano andati a trovare amici e parenti per condividere con loro la gioia di diventare genitori. Verso le 19:40, prima di andarsene, erano passati dal vicino per fargli vedere l’album di nozze. Improvvisamente arrivò una motocicletta con due persone che presero a sparare. Antonino fece in tempo ad aprire il cancello e fare scudo con il suo corpo per proteggere la moglie. Colpito da una raffica di proiettili morì all’istante. Ida si scagliò contro i sicari, affrontandoli: “Vi conosco!” gridò loro. Allora uno dei due le puntò la pistola al cuore ed esplose un colpo. Era incinta del primo figlio, morì anche lei per mano della mafia, su cui il buon poliziotto stava indagando.

Agostino svolgeva mansioni coperte, sulle tracce della mala e aveva un rapporto diretto con il magistrato Falcone. Sembra che scottassero particolarmente le indagini sulla cosiddetta pista nera per l’omicidio del Presidente della Regione Siciliana, Piersanti Mattarella. Era anche sulle tracce del fallito attentato dell’Addaura, il cui obiettivo era Falcone. Le intercettazioni telefoniche hanno dimostrato il coinvolgimento di polizia e intelligence dell’epoca in alcuni importanti depistaggi. Agostino, secondo la ricostruzione della procura generale, stava indagando su quella stessa squadra sommersa che agevolava cosa nostra. Dalle risultanze investigative è emerso che il poliziotto, avendo compreso le reali finalità della struttura cui apparteneva, è stato «ucciso perché voleva rivelare i legami mafiosi con alcuni della questura di Palermo. Anche sua moglie sapeva: per questo hanno ucciso anche lei». Poteri occulti, consorterie mafiose e uomini di Stato. Un delitto che si snoda in quella zona grigia tra Cosa nostra e segmenti delle Istituzioni. Un quadro che gli uomini della Dia definiscono di “peculiare complessità, poiché ambientato nel torbido terreno di rapporti opachi tra componenti elitarie di Cosa nostra ed alcuni esponenti infedeli delle Istituzioni”. Tra gli accusati anche Gaetano Scotto, considerato il trait d’union tra Cosa nostra e i servizi segreti.

Al funerale di Nino e Ida presenziarono gli stessi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, consapevoli che era un colpo rivolto contro l’operato del pool antimafia. Anche l’assassinio di Agostino è rimasto irrisolto per anni: documenti distrutti e tutto insabbiato. Solo tre decenni dopo, la procura ha disposto l’ergastolo del boss Antonino Madonia (19 marzo 2021); mentre sono rinviati a giudizio dinnanzi alla Corte d’Assise di Palermo il boss dell’Arenella Gaetano Scotto, accusato di duplice omicidio aggravato e Francesco Paolo Rizzuto, che risponde di favoreggiamento aggravato.

Mantenere la memoria di Nino e Ida è un atto dovuto, a cui non possiamo rinunciare. Depistaggi e affiliazioni, consorterie mafiose intrecciate alle istituzioni, menti raffinatissime che indirizzano le azioni; prevalgono gli interessi dei centri occulti di potere, ipocrisie e maschere ancora troppo presenti nel panorama nazionale. Il passato è presente, per questo occorre andare oltre alle commemorazioni pro forma, oltre a monumenti e fiori. A questo paese serve il coraggio di prendere consapevolezza della cruda e terribile verità, che è fatta di nomi e cognomi, come quelli che attendiamo da tempo per le stragi di Capaci e via d’Amelio. La mafia non è un’entità astratta, siede in posizioni apicali e delega alla sua manovalanza gli spari tra i marciapiedi.

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