Pubblicato: dom, 14 Ago , 2022

Perché la politica non parla di mafia?

#Elezioni2022: salutiamo Ferragosto con una nota amara.

Di fronte alle croniche deficienze della politica probabilmente, anche indignarsi, per i tanti silenzi è divenuta una pratica desueta.

Eppure, di cose da fare e da dire per contrastare il fenomeno ce ne sono eccome. Ed è sufficiente muovere da un semplice assioma: l’Italia non è stato solo il paese delle violenze brigatiste di varia matrice, di Gladio e della P2. È stato anche il paese della ‘trattativa Stato – mafia’.

Se da un lato ci sono coloro che (non solo a destra) storcono la bocca per la candidatura al Parlamento di Ilaria Cucchi e non fanno lo stesso per quella di Berlusconi, soprattutto in questa stagione così infausta, la società civile deve pretendere che di mafie si parli. Vorrei, e sarebbe auspicabile, che almeno i partiti che si professano di ‘sinistra’ avessero tra le priorità questa questione. Mi piacerebbe che la storia del fenomeno mafioso divenisse materia di studio obbligatoria perché se non si coltivano i semi, come può accadere per la memoria delle lotte antifasciste, si rischia che le giovani generazioni non sappiano chi sono stati Falcone, Borsellino e tutte le vittime innocenti di mafia, e questo come impegno quotidiano e non come promessa elettorale. Muovere dalla formazione e dalla cultura in questa direzione.

Talvolta però si ha come la percezione che affrontare questi temi, un po’ come avviene per la questione dell’evasione fiscale, sia tabù. Quali sono i fattori che determinano questo atteggiamento della politica? Bisogna domandarselo e soprattutto pretendere risposte. Perché di questo, salvo alcune eccezioni, non vi è menzione: l’ultimo esempio in ordine temporale ha riguardato, appunto, la Sentenza sulla trattativa tra lo Stato e la mafia stragista di cosa nostra sulla quale è calato il silenzio.

Una politica attenta dovrebbe avere la buona regola di leggere e dibattere sull’attualità e le evoluzioni anche delle mafie che purtroppo si stanno letteralmente mangiando il paese e la sua economia. Recenti indagini hanno chiarito di una criminalità organizzata che ad esempio, durante il lockdown, ha continuato ad agire sottotraccia più o meno ovunque con un parallelo aumento al Nord ed al Centro dei casi di riciclaggio e, al Sud, di casi di scambio elettorale politico-mafioso e  corruzione. A questo proposito serve rappresentare quanto accertato dalla DIA di Milano, ovvero: è in atto un vero e proprio piano di spartizione del territorio. Da una delle tante intercettazioni emerge: “Ventura ha tutta la Calabria, Morelli ha tutta la Campania ed Esposito ha tutta la Sicilia, Rossi ha tutto il Nord Italia”. Per la Dda di Milano, che indaga sulle infiltrazioni della ‘Ndrangheta nei cantieri della rete ferroviaria, ci sarebbe stato un piano di spartizione in aree di competenza dell’intero territorio nazionale” da parte di alcune consorterie mafiose.

Le consorterie criminali, in questa fase, hanno ampliato la loro azione d’ingerenza in maniera chirurgica e le Autorità a più riprese hanno lanciato l’allarme circa gli appetiti relativi ai fondi del Pnrr. Che le mafie non siano più di stampo militare e sanguinario non significa che non ci siano: ci sono eccome e fanno affari per mezzo della penetrazione, anche corruttiva, del tessuto sociale ed economico pregiudicando lo sviluppo del paese e soprattutto il futuro delle giovani generazioni.

A coloro che si candidano a governare il paese vanno ricordate le parole di Peppino Impastato: “a mafia uccide, il silenzio pure”.

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