Pubblicato: mar, 21 Feb , 2023

Banche, diamanti e ndrangheta: Banca d’Italia ha licenziato l’unico che ha denunciato

La storia di Carlo Bertini parla di un’Italia che vorrebbe ancora credere nella giustizia.

Il 28 febbraio, al TAR del Lazio, si discute della legittimità del licenziamento di Carlo Bertini, ufficialmente “destituito” dalla Banca d’Italia. Il funzionario di Bankitalia si trovava a capo del JST di MPS quando si imbatte in qualcosa di anomalo e decide di controllare, come il suo incarico prevedeva. Disvela, quindi, un importante giro truffaldino di preziosi, flussi importanti di liquidità che scorrevano a danno dei clienti. Forse il buon Bertini si aspettava un ringraziamento e una pacca sulla spalla per la precisione nelle indagini svolte, ma non viene apprezzato e lo invitano ad abbandonare l’argomento. Da moderno don Chisciotte, impavido visionario, ha proseguito nella sua lotta, avendo colto la gravità delle vicende che si snodavano tra i corridoi dorati delle banche. Follia o incoscienza, o forse solo caparbia diligenza, prova in tutti i modi, esperendo tutti i gradi gerarchici all’interno dell’Ente stesso, ad avvisare formalmente dei piani criminosi in atto. La segnalazione arriva fino alla BCE, dove il suo omologo coordinator del team di Francoforte esaminò le carte. Ma tutto venne presto insabbiato. E più il Bertini si ostinava a denunziare e più veniva fatto rimbalzare indietro. Infine, si rivolge ad un pm e congiuntamente anche ai giornalisti.
E così esce il caso. La vicenda ha visto coinvolte diverse banche italiane e sono in corso più indagini. La compravendita dei diamanti nei circuiti bancari italiani sarebbe avvenuta ad un prezzo raddoppiato se non addirittura triplicato rispetto al valore reale, in frode ai clienti. Un accordo tra le società di vendita di diamanti e le banche per un giro più che milionario. Nell’operazione sarebbero coinvolti non solo i massimi dirigenti bancari, ma anche un ex vice ministro dell’Economia e delle Finanze, oltre ad altre eccellenti personalità che si sono poi susseguite nei governi. Nell’inchiesta emergono gli intrecci con massoneria, ndrangheta e alta finanza. Le indagini si ramificano in più direzioni, fino anche ai Piromalli e Mancuso. I collegamenti nel mondo sommerso sono tra mafia, colletti bianchi, uomini di stato e della chiesa, istituzioni e servizi segreti. Nell’affare dei diamanti venduti in banca, oltre 100 imputati sono chiamati a rispondere, a vario titolo, di truffa aggravata, autoriciclaggio e corruzione fra privati, per un presunto ingiusto profitto ai danni degli investitori quantificato in circa 500 milioni di euro.
Sembra che il patron della IDB S.p.A. (Intermarket Diamond Business S.p.A.) sia morto suicida, la società è fallita poco dopo (gennaio 2019). Con la DPI S.p.A. (Diamond Private Investment S.p.a.), tramite alcuni istituti di credito (Banco Bpm, Unicredit, Banca Intesa e Monte dei Paschi di Siena), vendevano diamanti da investimento ad un prezzo che successivamente è risultato di molto superiore rispetto al reale valore di mercato. L’operazione veniva spacciata come un investimento sicuro, senza rischi, redditizio e facilmente liquidabile (classificabile come un bene rifugio). Le società, anche attraverso gli istituti bancari di riferimento, al fine di offrire maggiore ufficialità e nel contempo pubblicizzare il prodotto, pubblicavano a pagamento le quotazioni delle pietre su importanti quotidiani di economia e finanza oppure rilasciavano, tramite la banca di appoggio e a chi aveva già acquistato il bene, delle valorizzazioni della pietra, senza però specificare che si trattava non di listini ufficiali, bensì di valutazioni, quotazioni e stime effettuati dalla stessa società. Gli istituti bancari si sono rivelati il canale privilegiato attraverso il quale le società riuscivano a vendere la quasi totalità dei loro diamanti (circa il 90%). Il risparmiatore veniva indirizzato dal proprio istituto bancario di fiducia all’acquisto dei preziosi, ingenerando così nel medesimo l’ovvia convinzione di investire i propri risparmi in un prodotto venduto dalla banca stessa. Già nel 2017 l’AGCM (l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato), con due decisioni, aveva sanzionato le società IDB S.p.A. e DPI S.p.A. e le relative banche di appoggio, per modalità omissive ed ingannevoli di vendita e violazione dei diritti dei consumatori, sanzioni confermate dal TAR Lazio. In particolare, proprio in relazione al materiale promozionale l’Autorità rilevava che si rappresentavano in modo ingannevole ed omissivo: a) il prezzo di vendita dei diamanti; b) l’andamento del mercato e l’aspettativa di apprezzamento del valore futuro dei diamanti; c) la facile liquidabilità e rivendibilità dei preziosi (quando invece l’unico canale di rivendita attraverso cui avrebbero potuto essere realizzati i guadagni prospettati era rappresentato dalle stesse società DPI S.p.A. e IDB S.p.A.); d) la qualifica di leader di mercato, impiegata senza ulteriori precisazioni, al fine di conferire un maggiore affidamento alla propria offerta. Proprio i provvedimenti all’AGCM avevano spinto anche la Procura di Milano ad indagare sulla vicenda, contestando a 87 persone fisiche e 6 società con l’avviso di conclusione delle indagini preliminari i reati di truffa aggravata, autoriciclaggio e ostacolo alle funzioni di vigilanza (2020).

Solo successivamente al fallimento della società IBD S.p.A., però, la maggior parte dei risparmiatori è venuta a conoscenza della reale situazione e di come i propri soldi erano stati malamente investiti. Nell’importo pagato sono infatti state calcolate (ma sembra non esplicitate in sede di firma del contratto di vendita) anche le commissioni percepite dalle società e dalle Banche per la transazione e altre spese (le commissioni in favore delle società e delle banche, ad esempio, variavano in diminuzione a seconda del tempo di investimento, ovviamente invogliando l’acquirente a mantenere l’investimento nel lungo termine proprio per ridurre le commissioni che comunque, ancora dopo il 7° anno dall’acquisto, ammontavano al 7%). Tutto ciò ha portato e sta ancora portando i risparmiatori ad avanzare domande risarcitorie nei confronti delle Banche per ottenere un indennizzo o rimborso. Ad oggi a livello nazionale vi sono state diverse pronunce che hanno riconosciuto un ristoro economico ai risparmiatori. In alcune di esse è stato condannato l’istituto bancario a risarcire il risparmiatore con la somma individuata nella differenza tra il prezzo di acquisto ed il reale valore del bene, individuando la fonte della responsabilità della banca nel rapporto che è intercorso tra il cliente e l’istituto di credito in relazione all’acquisto dei diamanti e nell’ambito del quale il risparmiatore ha posto affidamento in un dovere di diligenza gravante in capo alla banca stessa, in virtù delle sue specifiche competenze professionali. Il rapporto intercorso tra le parti avrebbe infatti dovuto generare a carico della banca un obbligo di informazione e di protezione nei confronti del cliente a salvaguardia dell’affidamento in lui generato.

Le sentenze mettono nero su bianco l’obbligo di “informazione e protezione” da parte degli istituti bancari, ma il destino del funzionario di Banca d’Italia che per primo aveva segnalato le operazioni fraudolente non è altrettanto chiaro. Il whistleblower (da cui il nome anche dell’inchiesta seguita da Report con Sigfrido Ranucci e il Fatto Quotidiano) è stato infatti destituito. In quella che potrebbe sembrare un’operazione di mascariamento, con tanto di demansionamento, visita psichiatrica e screditamento pubblico, il Bertini ha sempre mantenuto la sua integerrima correttezza e professionalità, proseguendo nel denunciare pratiche scorrette e operazioni spregiudicate. Whistleblower è colui che soffia nel fischietto come un arbitro che segnala una scorrettezza e blocca il gioco. In Italia formalmente ancora non esiste, è una figura che punta a consentire a chiunque abbia un rapporto con un Ente pubblico o una azienda privata di segnalare ai responsabili di quell’Ente o di quella azienda l’esistenza di condotte discutibili, riprovevoli, scorrette o illecite, mettendo l’Ente stesso nelle condizioni di sapere e intervenire in autotutela, eventualmente decidendo di attivare un’indagine interna e di riferire quanto emerso all’autorità giudiziaria. Tutto questo implica la necessità di mettere in sicurezza chi denuncia, creando canali sicuri di segnalazione prevedendo le possibili forme di ritorsione. Quelle più facili da individuare sono il licenziamento, il demansionamento, il mobbing. Ma c’è una forma più subdola e psicologicamente forte che è l’isolamento, poichè mette in discussione non solo la scelta del denunciante ma anche la rispettabilità della persona stessa. In Italia si arranca ad attuare la normativa e le indicazioni Ue. Nella maggior parte dei casi il singolo soccombe, abbandonato a sè stesso tra minacce più o meno velate. Di fatto, non esiste un “contro-sistema” efficace che si prenda carico di queste figure, tenendo testa in modo strutturato e robusto alle forti alleanze radicate soprattutto in politica, imprenditoria e finanza. Il mancato recepimento in tempo utile della direttiva sulla protezione dei “whistleblowers” costa all’Italia pure un deferimento alla Corte di giustizia dell’Ue.

Una lacuna grave che si ripercuote in termini pratici anche in circostanze come queste, in cui chi denuncia viene vessato, isolato e infine licenziato. Il Bertini è stato destituito per “aver denigrato Istituzione e colleghi, per aver infastidito un membro del Direttorio, e soprattutto per aver violato il segreto d’ufficio”, poiché si sarebbe rivolto alla stampa. Tuttavia, non è chiaro per quale motivo si sia dovuti arrivare ai giornalisti per illuminare una vicenda evidentemente torbida quanto grave. Ha sollevato diversi dubbi e perplessità la scelta dell’Ente, che non ha provveduto tempestivamente a dipanare qualsivoglia cono d’ombra. Chiarezza che [almeno idealmente] sarebbe stata anche a vantaggio dell’Istituzione stessa. Oltre alla tutela dei consumatori e del credito dei cittadini. Si contesta, dunque, al Bertini un danno reputazionale, non considerando che il primo discredito dell’Ente derivi dalle stesse operazioni delle banche a danno dei clienti. Forse, alcuni ritenevano che i cittadini non si sarebbero mai lamentati nel vedere andare in fumo i risparmi. O li ritengono talmente stolti da pensare che non si sarebbero mai accorti di nulla. Più che il danno reputazionale, però, qui sembra venire punito il coraggio di spostare il punto di osservazione, nel cercare cause e responsabilità di operazioni scorrette e spregiudicate, guardando anche verso i vertici, compresi i punti apicali delle istituzioni economiche e politiche. Infastidisce, o preoccupa, chi mette in discussione il potere e le alleanze forti. E allora si delegittima, si sacrifica uno a monito per tutti. E silenzio fu. Ma se questa vicenda, come molte altre, non interessa a nessun italiano perchè mai qualcuno dovrebbe prendersi il disturbo di essere ancora onesto in questo paese? Diamanti farlocchi per tutti, giustizia per nessuno.

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