Pubblicato: Lun, 24 Nov , 2025

DONNE, STOP ALLA VIOLENZA. In Italia vittima 1 su 3, la denuncia delle scarpe rosse

In forte aumento negli ultimi 15 anni (+10-13%) violenze fisiche e stupri, occorre un’educazione sessuo-affettiva fin dall’infanzia. Palella (ANPI Catania): Con la supremazia genetica del ministro Nordio si torna indietro di 100 anni, i giovani imparino da Catullo e Lesbia

17 dicembre 1999: l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite istituiva, per la prima volta nella storia, una giornata contro la violenza sulle donne. 11 maggio 2011: nasceva la Convenzione di Istanbul, il primo accordo giuridicamente vincolante in tema di prevenzione e lotta a tale violenza. 25 novembre 2025: “In Italia una donna su tre ha subìto violenza da parte di un uomo nel corso della vita”. Oggi, come ogni anno, le urla di denuncia contro un sistema che fatica ad estirpare la radice della sopraffazione maschile sui corpi e sulla vita delle donne, restano alte. Alte come quelle dell’anno scorso, e di quello ancora prima, perché la lotta alla violenza di genere – sistematica e “normalizzata” nel tessuto sociale – è ancora lunga.

A dirlo per prime sono le statistiche Istat nell’ultima recente indagine: 6,4 milioni, ovvero il 32% del totale, denuncia di aver subìto almeno una aggressione fisica o sessuale nella vita. Più esattamente, il 18,8% parla di violenze fisiche (come minacce, percosse, “tentativi di soffocamento”); il restante 23,4% di violenze sessuali. Dati che, pubblicati dopo l’ultimo rilevamento datato 2011 e tarati su un campione di circa 17.500 donne d’età compresa tra i 16 e i 75 anni, non smettono di suscitare sdegno: è fattuale l’aumento dei casi di violenza fisico-sessuale dal 28,4% di 14 anni fa all’attuale 37,6%. Trend che si acutizza maggiormente considerati i soli casi di stupro: dal 17,7% del 2011 al 30,8% di oggi. Sono dati che feriscono e che – allo stesso tempo – non sorprendono più. Perché ormai mappare i fatti di cronaca nera contro le donne in quanto donne è sempre più “difficile” nella testa di chi s’è ormai “abituato” a sentirli accadere giornalmente. Qui c’è un problema di narrazione, dove sembra di essere arrivati ad un punto in cui la violenza di genere si è sdoganata, diventando un prodotto di consumo in diretta nazionale. Ma “normalizzare” ciò che dovrebbe essere “eccezione” è una forma di resa, la moneta di scambio utile a disincentivare il cambiamento e a demotivare il “riscatto” dei “soggetti oppressi”. I dati Istat raccontano di un’asimmetria di potere uomo-donna ancora dilagante. Ma cos’è che ancora manca nella sovrastruttura sociale?

“Anzitutto un’educazione sessuo-affettiva e sentimentale. Un’educazione all’equality gender che possa iniziare fin dalla scuola d’infanzia” dice Pina Palella a 100passi Journal, docente al Liceo Classico di Acireale, presidente provinciale Anpi Catania e sindacalista di lunga data. Un’educazione che insegni a ragazzi e ragazze “la complessità dei rapporti, la composizione dei conflitti, e che dia loro le basi per affrontare gli stalli sentimentali in modo paritario”. Perché dall’educazione non si scappa e la prima forma di applicazione della stessa, prima ancora che dal corpo, passa per il linguaggio: un linguaggio sociologico, che proietti semantiche inclusive. “È necessario adottare un linguaggio dove maschile e femminile coesistano, dove il maschile non sia sovraesteso né fagociti l’elemento femminile. Dare il nome giusto al genere significa dare dignità” prosegue Palella. Ma parlare di educazione al sesso e all’affettività significa pure afferrare il problema dai piedi, dalle radici, non già dai capelli come l’establishment politico sta facendo. Certo, “è fondamentale l’intervento legislativo e penalistico nel reprimere atteggiamenti sessisti e gravi condotte lesive già a cose fatte”, specifica la docente catanese, ma non è pensabile agire solo sulla patologia del problema. Bisogna risalire alle cause e la scuola può fare la differenza.

Eppure c’è un ostacolo a questo tipo di istruzione, e proviene proprio dallo stesso Ministero che questa istruzione dovrebbe promuovere. “Questo governo è allergico alla parola gender. La usa con significati oscuri, malefici, disturbati. Naturalmente, alla base di questa selezione linguistica, vi sono due motivi: alla politica odierna disturba l’educazione sessuo-affettiva per timore di un’interferenza coi principi lgbtqia+. Poi, perché rema totalmente contro alla triade Dio-Patria-Famiglia”. Detto altrimenti: la parola sesso evoca un terreno semantico minato, perché destabilizza quella che il sociologo Erving Goffman avrebbe chiamato “preservazione dell’omeostasi della società stessa”. L’ostilità politica verso forse l’unica soluzione percorribile al contrasto della violenza di genere – al netto della deterrenza legislativa -, si è in qualche modo riassunta nelle “imbarazzanti e fuorvianti parole” (come le ha definite l’opposizione) della ministra per le pari opportunità Eugenia Roccella. “Non c’è correlazione tra educazione sessuale nella scuola e diminuzione delle violenze contro le donne” ha commentato Roccella lo scorso 21 novembre a margine della Conferenza Internazionale contro il femminicidio a Roma. Recuperando, per altro, la Svezia di cui ha citato “più violenze e femminicidi”. Questo singolo riferimento è bastato a far scattare la ronda notiziaria. Riavvolgiamo il filo: secondo gli ultimi dati Eurostat, il tasso di femminicidi in Svezia da parte di partner o familiari risulta infatti più basso (0,25 ogni 100mila donne) rispetto all’Italia (0,32). Dati confermati anche dall’United Nations Office on Drugs and Crime che svela una riduzione dei femminicidi dal 2014, rispetto al nostro Paese, dove invece la curva è rimasta stabile.

E anche sulle violenze compiute dai partner, i dati Istat tornano a parlare. Ma in negativo: il 64% degli stupri (2 casi su 3) è opera di uomini con cui la donna o aveva una relazione (59%) o la sta continuando (4,7%). Sempre sulla base del campione analizzato, il 12,6% delle donne racconta di aver subìto violenza in contesto di coppia, tra maltrattamenti, ricatti economici (6,6%) o abusi psicologici (18%). Affondiamo ulteriormente il dito nella piaga: secondo rilevazioni fatte dall’Osservatorio Nazionale di Non Una di Meno, “nel 51% dei casi di femminicidio, l’assassino era il marito, il partner, il convivente”. L’impasse interroga allora su un modello di mascolinità discutibile, che ha bisogno di essere “rivisto” al netto delle affermazioni “para-evoluzionistiche”, critica Palella, delle ultime affermazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio. “Se il problema viene impostato in questi termini [quelli di una presunta “sedimentazione nel dna maschile dell’asimmetria di poteri”, ndr] c’è un ritorno indietro di 100 anni” commenta Palella.

Il cortocircuito riparte proprio da qui: da un contesto politico che “reitera un modello maschile” alimentando indirettamente “panico morale”. Parallelamente all’educazione sessuo-affettiva, si affaccia nell’agorà politica un altro annoso dibattito: quello sulla fruizione, da parte di giovanissimi, di contenuti pornografici; nonché la scelta di precise strategie comunicative in contesti mediatici, televisivi e pubblicitari. Se “il mezzo è il messaggio” (McLuhan, 1964) allora “non vedo positivamente questo veloce sviluppo tecnologico che, per autoalimentarsi, offre prodotti sempre più appetibili che passano attraverso la violenza” dice Palella, segnalando come l’alienazione da social contribuisca ad aumentare quello scollamento tra realtà e finzione alla base dello scarso rispetto di genere. I più recenti fatti di cronaca – a partire dai due forum sessisti Mia Moglie e phica.net, fino all’ultimo caso di deepfake creato con AI – ne sono l’esempio. Monitorare gli accessi a contenuti pornografici, supervisionare gruppi social “dove la violenza dilaga” affinché internet “non diventi terra di nessuno”, non significa censurare ma evitare che il web diventi altro mezzo di potere con cui diffondere ineguaglianze.

Come se la immagina una lezione-tipo su sessualità ed emozioni? chiediamo alla professoressa Palella calandoci nel pragmatismo. “Una lezione che nasca da ciò che abbiamo tra le mani, ecco come me la immagino” risponde lei. “Ad esempio dalla letteratura. Prendiamo il caso celebre di Catullo e Lesbia: lui si esprime con linguaggio offensivo nei confronti della donna, quando questa decide di lasciarlo. La definisce ‘meretrice di 300 uomini’. Ora, questo contesto ci consente di parlare dei rapporti uomo-donna, di qual è la rabbia di chi viene lasciato e di cosa prova chi invece lascia. Chiediamoci: con quale postura va affrontata una separazione?”. Oltre ai libri però c’è spazio anche per la cronaca, “affinché studenti e studentesse la analizzino da sé”. Infine, ancora una volta, il linguaggio. Quello quotidiano, ma anche quello mediatico e giornalistico. Consapevoli che l’imperativo linguistico impone il suo sistema di verità, è fondamentale cambiare posizionamento dando “potere alle vittime“. Narrarne l’agency affinché una storia di oppressione si trasformi in una storia di resistenza all’oppressione medesima.

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