Pubblicato: Ven, 16 Mag , 2014

Omicidio Rostagno: a sparare fu la mafia. Ergastolo per i due imputati

Dopo 26 anni di depistaggi, è arrivata la sentenza: la Corte d’assise di Trapani ha condannato il capomafia Vincenzo Virga come mandante dell’omicidio e il sicario Vito Mazzara come esecutore

10351970_10202724133802168_1306535571126440233_nA uccidere Mauro Rostagno fu la mafia. La sentenza è arrivata dopo 26 lunghi anni, tre anni di processo, quasi tre giorni di Camera di consiglio e nella stessa città che lui ha raccontato alzando il velo sugli interessi della nuova Cosa nostra trapanese: «Il modus operandi seguito nel delitto Rostagno è quello tipicamente mafioso» e il movente sarebbe da ricondurre «all’attività giornalistica, destabilizzante della quiete criminale» che Rostagno conduceva dagli schermi dell’emittente televisiva locale Rtc. I due imputati, il boss Vincenzo Virga e il sicario della famiglia mafiosa Vito Mazzara – rispettivamente mandante ed esecutore materiale dell’omicidio – sono stati entrambi condannati all’ergastolo dalla Corte d’assise di Trapani, presieduta da Angelo Pellino. Inflitta anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. I difensori Stefano Vezzadini e Giancarlo Ingrassia, per Virga, e Vito e Salvatore Galluffo, per Mazzara, avevano invece chiesto l’assoluzione dei loro assistiti, già detenuti per altre condanne, «per non aver commesso il fatto».

La sentenza di primo grado è stata letta alle 23.38 in un’aula strapiena, dove non sono mancati i momenti di tensione. Le lacrime di rabbia e di dolore, sono finalmente sostituite da un pianto liberatorio, colmo di soddisfazione per la fine di un processo iniziato nel febbraio del 2011, articolato in 67 udienze, durante le quali sono stati ascoltati 144 testi ed effettuate quattro perizie.

L’abbraccio tra Maddalena Rostagno e Chicca Roveri dopo la lettura della sentenza (fonte lanotizia-plutoclub.it)

Ma l’immagine che forse meglio e più di tutte racchiude quel momento tanto atteso, è l’abbraccio tra la compagna di Mauro, Chicca Roveri, e la figlia Maddalena (di cui ieri ricorreva il compleanno). Presente anche l’ex magistrato e commissario della Provincia di Trapani Antonio Ingroia, che nel 2008 riaprì il caso sul fondamentale input dell’allora capo della Squadra mobile di Trapani Giuseppe Linares, che ha permesso di fare luce sulle troppe omissioni investigative e veri e propri depistaggi attorno all’omicidio del giornalista-sociologo, ucciso in contrada Lenzi, a Valderice, il 26 settembre 1988, mentre era a bordo della sua Fiat Duna bianca. Fu Linares, infatti, su suggerimento dell’ispettore di polizia e investigatore della Squadra mobile Leonardo Ferlito, a decidere di far eseguire la perizia sul fucile utilizzato nell’agguato, fino a quel momento “dimenticata” dai precedenti investigatori, che preferirono aprire un’inchiesta interna alla comunità Saman. Una delle tante piste inconsistenti, per non dire scandalose, come quella che portò persino all’arresto della Roveri. «Pregiudizi di chi indagò sull’assassinio», li ha definiti Gaetano Paci, pm dell’inchiesta insieme a Francesco Del Bene, e che finalmente vengono spazzati via da questo verdetto, così come tutte le altre congetture che escludevano la matrice mafiosa.

La Corte ha anche stabilito la trasmissione degli atti in Procura, per alcuni testimoni che si sono contraddetti in udienza e per i quali si procederà pertanto per falsa testimonianza. Si tratta dell’ex sottufficiale dei carabinieri Beniamino Cannas; l’editrice dell’emittente televisiva Rtc Caterina Ingrasciotta; il giornalista Salvatore Vassallo; il finanziere Angelo Voza; la moglie del generale dei servizi segreti Angelo Chizzoni; i tre muratori che fornirono un racconto che potrebbe essere servito da alibi al commando; e infine il massone Natale Torregrossa.

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