Pubblicato: Lun, 30 Dic , 2013

Sedici anni fa moriva Danilo Dolci, il “Gandhi italiano”

Ideatore dello “sciopero al contrario” e di Radio Libera, è considerato ancora oggi una delle figure più significative del movimento pacifista internazionale

 

danilo_dolci_difendiamoSociologo, educatore, attivista della non-violenza, poeta: Danilo Dolci nasce il 28 giugno 1924 a Sesana, in provincia di Trieste. A ventotto anni, dopo aver lavorato per due anni nella comunità Nomadelfia di don Zeno Saltini, si trasferisce a Trappeto, a metà strada tra Palermo e Trapani, in una delle terre più povere e dimenticate della Sicilia. Ed è qui che inizia a promuovere lotte nonviolente contro la mafia e il sottosviluppo, battendosi per i diritti umani e per il lavoro. Lotte portate sempre avanti con totale impegno e dedizione, tanto da fargli guadagnare il soprannome di “Gandhi italiano”.

Una delle figure più rappresentative del movimento pacifista internazionale, il 14 ottobre del 1952, Dolci inizia il primo dei suoi numerosi digiuni, sul letto di Benedetto Barretta: un bambino morto per denutrizione e per le cattive condizioni sanitarie legate alla povertà. La protesta verrà interrotta soltanto dopo che le autorità avranno pubblicamente preso l’impegno di eseguire alcuni interventi urgenti sul territorio, come la costruzione di un’adeguata rete fognaria. Quattro anni più tardi organizza a Partinico uno “sciopero al contrario”, al quale partecipano centinaia di braccianti e contadini decisi ad affermare il diritto al lavoro. Alla base dell’iniziativa, c’era un’idea alquanto originale: se gli operai scioperavano smettendo di lavorare, allora i disoccupati avrebbero dovuto protestare iniziando a lavorare. Fu così che centinaia di disoccupati si organizzarono con lui per rimettere in sesto una strada comunale abbandonata. I lavori furono però interrotti dall’intervento della polizia e Dolci venne arrestato insieme ad alcuni suoi collaboratori. Il processo, che li vedeva accusati di occupazione abusiva di suolo pubblico, ebbe grande risalto sulla stampa nazionale e l’attivista, difeso dal giurista Piero Calamandrei, fu messo in carcere per due mesi assieme ai sindacalisti che avevano appoggiato l’iniziativa. In seguito vennero tutti assolti.

danilo_dolci_impastato

Danilo Dolci insieme a Peppino Impastato

L’obiettivo di Dolci era quello di dimostrare che in Sicilia non è tanto il lavoro a mancare, quanto la volontà della classe politica nel combattere la disoccupazione. Gli intellettuali dell’epoca, sia italiani che stranieri, cominciano ad appoggiare le lotte nonviolente di Danilo, una di queste prevedeva la restituzione ai contadini del controllo dell’acqua e dell’irrigazione, monopolizzato dalle strutture di potere locale. A poco, a poco prende corpo l’idea di costruire la diga sul fiume Jato, indispensabile per garantire un futuro economico alla zona e soprattutto per sottrarla al controllo della mafia. Anche questa volta, però, la protesta – che andava sotto il nome di “acqua democratica”– incontra ostacoli d’ogni tipo. Soltanto dopo una lunghissima battaglia, con tanto di nuovi digiuni, il progetto potrà essere realizzato, modificando finalmente in positivo il destino di migliaia di persone. L’irrigazione, infatti, contribuirà alla nascita di numerose cooperative e aziende: occasione, questa, per un reale cambiamento economico, sociale e civile di un’intera popolazione.

Nel marzo del 1967 organizza la “Marcia della protesta e della pace”: da Partanna a Castelvetrano, passando per Menfi, Santa Margherita Belice, Roccamena, Partitico, Monreale e infine Palermo. A fianco a lui c’è un giovanissimo Peppino Impastato. «È una grande manifestazione popolare – scriveva Peppino – il cui significato si individua in due punti essenziali: condanna aperta della attuale classe dirigente per l’inefficienza ormai lungamente dimostrata nel risolvere i problemi più urgenti e vitali dell’isola; ferma volontà di rompere con un mondo, con una maniera di condurre la cosa pubblica, tutte cose che puzzano di marcio».

Oltre all’impegno sociale, Danilo Dolci aveva anche una particolare attenzione al lavoro educativo, volgendo grande interesse per la maieutica come strumento didattico interattivo. A partire dagli ani Settanta, grazie anche ai contributi finanziari di esperti internazionali, prende avvio a Partinico l’esperienza del Centro Educativo di Mirto, frequentato da centinaia di bambini. Purtroppo il centro oggi non esiste più, ma all’epoca costituì un esempio più unico che raro di metodo educativo basato sull’autoformazione e finalizzato all’emancipazione della personalità dei bambini dalla subcultura mafiosa. E sempre a Partinico, il 25 marzo 1970, iniziano le trasmissioni di “Radio Libera”, la “radio della nuova Resistenza”: la prima emittente clandestina italiana dal secondo dopoguerra, dalle cui frequenze – grazie anche alla collaborazione di Franco Alasia e Pino Lombardo – Danilo lanciava il suo grido di denuncia per «difendere la vita delle popolazioni delle zone terremotate» (il 15 gennaio 1968 un violento terremoto distrusse alcuni paesi della valle del Belice, ndr.).

Nei decenni successivi, Dolci approfondisce il lavoro di ricerca, che cresce parallelamente all’amore per la poesia. Nel 1996 l’Università di Bologna gli conferisce la laurea honoris causa in Scienze dell’Educazione e tantissimi sono i riconoscimenti che gli arrivano soprattutto dall’estero, come le nove candidature al Nobel per la Pace.

Muore d’infarto nella sua casa a Trappeto, a 73 anni, la mattina del 30 dicembre 1997.

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