Pubblicato: sab, 6 Dic , 2014

La “roba” delle mafie e il riscatto della confisca.

Non sempre la “roba” confiscata alla criminalità organizzata riesce a trovare pieno appoggio e sostegno presso le istituzioni e gli amministratori giudiziari.

 

beni-confiscatiPortare assistenza alle categorie deboli, dove prima vigeva la legge del più forte. Portare lavoro e dignità, dove era l’illegalità a selezionare chi far lavorare e chi no. Esercitare il valore della memoria degli onesti, nei luoghi in cui si facevano affari sporchi con il sangue anche di quegli onesti. Si respira questa aria pulita, bonificata, quando si entra in un bene confiscato alle mafie e restituito alla collettività.

E nonostante siano ancora troppi i beni confiscati e lasciati spesso marcire perché inutilizzati (55mila beni confiscati in Italia, per un valore di 7 miliardi di euro), ci sono tanti appartamenti, terreni, aziende che sono stati dati in gestione ad associazioni e consorzi. Come l’appartamento in via Santa Marcellina, nella periferia di Milano, confiscato alle mafie e che dal 2003 accoglie l’associazione Vittime del Dovere. Accogliente come una casa, con una stanza dei giochi dedicata ai piccoli ospiti dell’associazione, che dà assistenza ogni giorno a chi ha perso un genitore, il coniuge, un figlio morti per avere fatto il proprio dovere. Tutti loro sono vittime, sia chi viene ucciso sia chi rimane, e qui tra queste pareti sottratte alla criminalità organizzata proprio le vittime testimoniano l’importanza di tenere viva la memoria delle vite spezzate. “Le vittime e i parenti non chiedono vendetta – spiega il figlio di una Vittima del Dovere –Chiedono giustizia, che spesso manca”. Il racconto dell’uccisione del padre, avvenuta sotto i suoi occhi quando era un ragazzino, si interrompe qualche attimo spezzato dal dolore di quel ricordo, nel salone all’ingresso dell’appartamento. Ma riprende poco dopo con decisione: “Sapere che un familiare non c’è più, ma ha fatto la cosa giusta… Ecco, è stato questo a fortificare me e la mia famiglia. Il suo sacrificio ci ha permesso di camminare a testa alta. E in questo vuoto, l’associazionismo riesce a stare vicino alle vittime perpetuando la memoria dei familiari”. Una memoria di uomini e donne coraggiosi, che le mafie hanno voluto cancellare perché ingombranti e a volte capaci di spaventare interi clan, che appartiene a tutti. Un patrimonio di valori su cui il comune di Milano ha lanciato un segnale forte, accogliendo la richiesta di intitolazione di una piazza alle “Vittime del Dovere”.

Ma non sempre la “roba” confiscata alla criminalità organizzata e riutilizzata riesce a trovare pieno appoggio e sostegno presso le istituzioni e gli amministratori giudiziari. E’ il caso del consorzio Terre del Sole che gestisce alcuni terreni confiscati alle ‘ndrine nella provincia di Reggio Calabria, dove operano categorie a rischio o deboli, tra i quali disabili mentali, donne in difficoltà, ex-tossicodipendenti, immigrati e minori a rischio. Una comunità che coltiva quelle terre creando lavoro, là dove non c’è spazio neanche per l’inclusione sociale. Una realtà che, come altre fiorite in un bene confiscato, continuano ad essere assediate dagli ex proprietari criminali. “Nel terreno a Melito Porto Salvo noi ci siamo sempre sentiti ospiti – fa sapere Giuseppe Carrozza Direttore del consorzio, presente al 3° Festival dei Beni Confiscati alle mafie dello scorso novembre – Nonostante i danneggiamenti, abbiamo ripiantato 1400 piante di bergamotto. Ci vorranno 3 anni, ma quando cresceranno metteranno a reddito le persone che gestiscono quel terreno”. Un assedio che genera solitudine in chi opera sul bene confiscato, e timori in chi dall’esterno si tiene alla larga da quelle terre. “Abbiamo portato i giovani delle università italiane a visitare il consorzio, ma in otto anni non siamo riusciti a far partecipare un giovane del posto. La paura di esporsi in un territorio ancora controllato c’è” aggiunge Carrozza. E anche i fondi spesso tardano o arrivano con il contagocce, rallentando la crescita delle attività e rendendo impossibile anche la gestione e manutenzione minima di questi beni. “Quando un bene diventa confiscato deve essere sostenibile, per la credibilità del sistema dei beni confiscati” puntualizza Carrozza. Farlo significa sradicare, almeno in parte, le mafie da un territorio privandole del potere che quel bene per loro rappresenta agli occhi della comunità locale. Significa dimostrare che lo Stato c’è e sa destinare e gestire in modo opportuno quelle risorse. Trasformandole in spazi pubblici per la cultura, per la memoria, e in opportunità di lavoro. Luoghi che sono simbolo della legalità, infondo proprio per gli ostacoli che li caratterizzano.

Anna Giuffrida

annagiuffrida.wordpress.com

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