Pubblicato: Lun, 5 Mag , 2014

Un Paese eternamente rivolto all’indietro

Si fischia l’inno nazionale alle partite di calcio, si nega la nostra storia. Un Paese in alcune sue componenti sociali egoista e culturalmente immaturo

 

434267510Marina Berlusconi molto probabilmente erediterà Forza Italia. Siamo alla discendenza dinastica. Carattere che sembra proprio di una parte della società italiana rivolta al tempo in cui le nazioni erano proprietà dei sovrani assoluti. Come dimenticati dalla storia che ignorano l’evento della Rivoluzione francese, la proclamazione dei diritti dell’uomo e del cittadino e dunque l’eguaglianza di fronte alla legge, il popolo sovrano, il patto costituzionale e la divisione dei poteri. Loro naturali alleati sono i populisti regrediti alla negazione della società globale, fatto storico incontrovertibile, e pertanto protesi al bel mondo che fu, quando l’Italia era divisa in signorie cittadine, illustrata di bellezze, ma debole.

Erano piccoli domini culturalmente dinamici, dove si proteggevano artisti e letterati e godettero dell’ammirazione del mondo che progrediva, ma politicamente erano di scarsa consistenza.

Fu ciò che intuì Machiavelli. Storditamente ricordato, specialmente ai nostri giorni, per il consigliare ai principi, al fine del raggiungimento dei propri scopi, astuzia e violenza, in verità aveva capito che, dinanzi al sorgere, nelle principali nazioni europee, di regni vasti e forti, l’Italia sarebbe rimasta frammentata e serva.

Così fu e dopo la profusione degli intelletti e delle intraprese, illanguidì e finì nelle mani e alla mercè degli imperi stranieri che la corsero in lungo e in largo, preda corrotta nella tresca di nobili, cardinali e chierici.

Quando, alcuni secoli dopo, le istanze di riscatto dal dominio straniero conquistarono la coscienza dell’Europa, non si potette far altro che anelare un’Italia libera e unita. La storia lo esigeva. E fu la più vasta parte della classe dirigente indigena che al nord d’Italia chiese la cacciata dello straniero e l’unica nazione. E non si potrebbero spiegare le Cinque Giornate di Milano, quando un popolo insorto costrinse al ripiegamento l’esercito allora più potente del continente europeo, se non con la partecipazione convinta di buona parte delle classi popolari. E così avvenne pure a Venezia, che a lungo resistette all’assedio delle truppe austriache.

Certo, sul modo di ottenere l’unità nazionale vi furono idee diverse. Una era quella del Cattaneo, assertore della Repubblica federale. Però non le citazioni a vanvera: egli voleva unirla l’Italia non dividerla. Oggi i leghisti sono un’ora federalisti e quella dopo secessionisti, per loro pari sono, la dote che più li rende attraenti al cosiddetto popolo padano è la confusione mentale. Dunque Cattaneo era un federalista e un convinto repubblicano, ma era in minoranza nella società lombarda. Un’altra era quella del Mazzini, che sosteneva al tempo stesso la nascita delle nazioni democratiche e la fratellanza europea al di là e al di sopra dei confini. Era una visione a quei tempi troppo avanzata. Invero si dovevano fare i conti con l’Europa di allora che era stata plasmata monarchica e conservatrice dal Congresso di Vienna e solo il regno sabaudo poteva riuscire a spuntare un qualche consenso.

Il sud invece l’unità la subì. Pisacane fu osteggiato dalle popolazioni locali e Garibaldi fu aiutato, magari per il suo fascino, ma principalmente perché i contadini poveri e i braccianti avevano creduto che i piemontesi volessero la spartizione delle terre. Quando a Bronte capirono l’inganno Bixio sparò loro addosso. I piemontesi non volevano raccogliere il grido di dolore dei popoli italiani, bensì annetterne le terre al regno sabaudo.

Lucrarono sulle materie prime del Meridione quelli del nord, nel secondo dopoguerra, per lo sviluppo economico trassero braccia dal sud e ne disposero a basso costo   per il vantaggio delle loro imprese e per gli alti profitti. I padani allora accettarono di buon grado di produrre mentre Roma amministrava e non certo a loro nocumento, non disdegnarono neppure il paese a due velocità e la lira debole. Erano per l’unità, si sentivano i veri italiani. Ricordo quando disprezzavano gli immigrati dal sud “non siete Italia, siete Africa”. Ma quando il sistema naturalmente iniziò a collassare e le tasse presero a salire, improvvisamente gli unitari si scoprirono secessionisti.

In mezzo ci fu la breve stagione felice della Resistenza e della nostra Costituzione, prodotto della partecipazione di tutte le componenti ideali della nostra storia, ma ben presto tornò in spolvero, al prosciugarsi dell’illusione di un perenne benessere , l’egoismo campanilistico, senza neppure il gusto del bello e del nobile degli antichi principi.

Ma la Padania non esiste. E’ un falso storico e culturale. E’ solo il parto dell’opportunismo italico, manifestazione di quel frazionismo, male mai sanato, diagnosticato già secoli addietro dal Machiavelli. Vicende storiche diverse e neppure la lingua che li unisca. Perfino un milanese e un bergamasco stentano talora a capirsi:” quelli sono di un’altra nazione”, mi disse una volta un meneghino per gli abitanti del bergamasco e “ci chiamano baggiani noi dello stato di Milano”, disse il cugino Bortolo a Renzo. Eh già, diversità etniche e culturali pure all’interno di una stessa regione e come farebbero a intendersi un piemontese e un lombardo nei loro dialetti e cosa hanno in comune un marinaio di Chioggia e un montanaro delle valli di Lanzo? E’ questa l’Italia tutta. Ma l’avvenire dell’umanità va da tutta un’altra parte, rispetto alla nostalgica barbarie delle chiuse comunità di villaggio di pura razza vergine, tra l’altro ben distante dalla luce di civiltà che promanò dai comuni italiani e che il mondo ci riconosce come patrimonio di apertura all’umanità tutta e non di chiusura nelle piccine valli.

Nulla, se non l’occlusione del pensiero dovuta ad avidità infermante, potrebbe giustificare l’affidarsi a una colorita caricatura, che divulgò per le platee internazionali “ah, bonazza ce l’abbiamo duro” e lo spiegò, perché non si perdesse l’alto messaggio all’umanità, con entrambe le braccia nel gesto dell’ombrello, mentre qualcuno gli ristrutturava casa a sua insaputa, che informava la moglie di essere medico, esercitare la professione in ospedale, e pertanto ogni giorno prendeva la borsa con gli arnesi del mestiere e se ne andava forse all’osteria non essendo neanche laureato, e il figlio un po’ tonto invece la laurea se l’è comprata in Albania, perché ne sarebbe dovuto essere il delfino e pensate che sbrindellato regime decrepito, nel quale suoi compari aprivano i portoni alle borse della ‘ndrangheta e il governatorato di un tal Formigoni, sostenuto dai padani e timorato di Dio, era ben più corrotto di un postribolo nei quartieri più malfamati di una megalopoli tentacolare e vi dimorava perfino la concubina di un don Rodrigo compare di merende, nel duplice servizio di amministratrice muta e prostituta faconda.

Fulvio Turtulici per Reporter Diffuso

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