Pubblicato: gio, 1 Ago , 2013

Tutti a casa i presidi della scuola italiana

L’ultimo libro di Augusto Cavadi traccia un quadro drammatico dei dirigenti scolastici, del tutto incapaci al loro ruolo

 

di Alberto Giovanni Biuso 

NEWS_153502Ci vorrebbe davvero «la creatività letteraria dei grandi romanzieri europei» per raccontare l’inverosimile, il grottesco, il drammatico, il perverso e il banalmente malvagio comportamento di gran parte dei presidi delle scuole italiane. Il libro di Augusto Cavadi, “Presidi da bocciare?”, edito dalla Di Girolamo Editore, tenta l’impresa. E, nella varietà delle sue voci, ci riesce.
Parlano anche due dirigenti scolastici: uno, raccontando della dura vita da preside in un quartiere degradato di Palermo; l’altro, tentando una difesa, in verità piuttosto debole, che tende a presentare i “Dirigenti Scolastici” come vittime di «un sistema imperniato su di un plebeismo pseudo-democratico, che tendenzialmente rifiuta una qualunque gerarchia anche solamente di tipo organizzatorio», quando invece i presidi sono stati investiti di una qualifica dirigenziale e “autonomistica” che ha fatto perdere loro la testa nei deliri di onnipotenza che gli altri contributi presenti in questo volume testimoniano ampiamente. Riassumere la patologia comportamentale di questi soggetti non è possibile, tanti e tali sono i casi raccontati. Augusto Cavadi tenta comunque una tipologia che alle grandi partizioni dei Presidi Don Chisciotte, Don Abbondio e Don Rodrigo affianca gli esemplari “atipici” di Don Giovanni, Epulone, Georgico, Velista, Censore, Indaffarato, Protettore, Creonte. Ai quali va aggiunta la “genia a parte” dei vicepresidi.
Se, infatti, i dirigenti sono capaci delle più insensate e scorrette decisioni è perché trovano sempre docenti pronti a sostenerli per le ragioni più diverse, nessuna delle quali è encomiabile. «Colleghi solidali nei corridoi e impietriti nei collegi». Questi docenti e questi presidi condividono abissi di ignoranza e per questo anche di malaffare: c’è chi non partecipa alle attività culturali della scuola perché deve curare l’orto; chi ha in orrore l’apprendimento della politica e della filosofia, in quanto corromperebbero le menti dei giovani; chi, pur condannato al carcere per truffa aggravata ai danni dello Stato, continua imperterrito a occupare il proprio posto con la passiva complicità del Ministero, poiché è un membro importante della massoneria e «Commendatore del Sovrano Ordine Imperiale Bizantino di san Costantino il Grande».
Che fare? Una proposta costruttiva e praticabile: separare le funzioni amministrative e manageriali da quelle didattiche, affidando le prime al Direttore dei Servizi Generali ed Amministrativi – che è già presente in ogni scuola- e le seconde a docenti di provata preparazione culturale e sensibilità umana, eletti -in mancanza di meglio- dai loro colleghi. È un libro, questo, che costituisce una testimonianza civile e sociale di primaria importanza se si ritiene che la scuola debba essere uno spazio di apprendimento e di libertà.

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