Pubblicato: sab, 19 Ott , 2013

Siria, nel silenzio generale la tragedia continua

La guerra si protrae ormai da due anni con un bilancio provvisorio di oltre 110mila morti e 2,5 milioni di profughi

Combattente siriano

Combattente siriano

Nonostante i media e le opinioni pubbliche occidentali nell’ultimo anno se ne siano interessate solo per qualche settimana a fine estate quando sembrava certo un intervento alleato, la guerra in Siria dopo due anni di combattimenti non sembra trovare tregua.

Lo scenario siriano è tra i più complessi che ci siano, una feroce dittatura che combatte contro un vasto, frastagliato e diviso fronte di terroristi jihadisti, oppositori democratici e mercenari, in mezzo la popolazione civile viene letteralmente massacrata dal fuoco incrociato delle due fazioni. A complicare ulteriormente il quadro la questione delle armi chimiche e l’importanza geostrategica della Siria nello scacchiere mediorientale, ovvero della zona forse più importante per gli equilibri mondiali.

Per quando riguarda le armi chimiche, l’OPAC è riuscito a controllare finora poco più della metà dei siti indicati dal regime di Damasco e al momento non si registrano inconvenienti nella missione dei 60 operatori dell’agenzia per il controllo delle armi chimiche. L’azione dell’OPAC è stata possibile solo dopo che la Siria, grazie alla mediazione russa e al paventato attacco alleato, ha acconsentito al controllo e alla distruzione del suo arsenale, armi che però, è utile ricordarlo, secondo più fonti sono già state usate dal regime durante il conflitto.

La situazione dei combattimenti sul fronte è stabile. In questi giorni l’esercito di Assad ha riconquistato la cittadina di Buade, nel piccolo centro i ribelli avevano instaurato da un anno e mezzo la Sharia e costruito diversi laboratori per la costruzione di armi artigianali. Dall’altro lato i ribelli hanno assestato un duro colpo al regime uccidendo il generale dei servizi segreti Jhame. Un possibile spiraglio viene dalle dichiarazioni di uno dei leader dell’opposizione, Qadri Jamil, secondo cui il Consiglio Nazionale Siriano potrebbe ritornare sui suoi passi e partecipare alla conferenza di pace Ginevra-2, vista da molti come l’ultima speranza per una conclusione pacifica del conflitto.

Rimangono infernali le condizioni dei profughi e della popolazione civile. Chi è rimasto in Siria è vittima delle rappresaglie e i bombardamenti indiscriminati del regime, da ultimo si registrano 12 morti, tra cui 6 bambini, nell’attacco aereo contro la città curda di Tal-Aran. Anche chi si trova in zone controllate dai ribelli non può ritenersi fortunato. L’opposizione, ormai quasi egemonizzata da gruppi islamici integralisti, si è spesso lasciata andare a massacri e all’imposizione della Sharia, molti ricorderanno l’attacco ribelle alla militarmente irrilevante cittadina cristiana di Maloula ad inizio settembre.

Altrettanto drammatica la situazione dei profughi, in un numero stimato di quasi 2,5 milioni, questi sono ospitati in vari campi profughi, quasi sempre fatiscenti, in Turchia, Giordania, Egitto e Libano. Le condizioni più delicate le ritroviamo in questi ultimi due paesi, infatti in Egitto cresce di giorno in giorno il sentimento anti-siriano e sono numerosi i casi di profughi arrestati o espulsi senza apparente motivo. Il Libano invece si è ritrovato a dover accogliere ben 800 mila profughi, numeri difficilmente gestibile dal piccolo Paese dei cedri, grande quanto l’Abruzzo. Non a caso il Libano è stato destinatario di ingenti aiuti economici per affrontare l’emergenza: la UE e i suoi Paesi membri hanno già stanziato mezzo miliardo di euro a cui si aggiungeranno altri 70 milioni utili a far superare l’ennesimo inverno ai profughi più poveri.

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