Pubblicato: ven, 18 Gen , 2013

La malattia di Chávez destabilizza il Venezuela

Il peggioramento delle condizioni di salute del presidente venezuelano è causa di preoccupazione per molti stati americani; lo scenario di una possibile morte del leader del partito bolivariano ha messo in moto le cancellerie americane

 

di Manuela Murgia

NEWS_92162Dopo avere vinto le elezioni del 7 ottobre 2013 ed essere stato eletto alla presidenza del Venezuela per la quarta volta consecutiva, Hugo Chávez è tornato a Cuba dove si è sottoposto al quarto intervento chirurgico dovuto ad un tumore diagnosticatogli nel 2011. Sebbene la legge venezuelana preveda che il presidente presti giuramento il 10 gennaio, l’assemblea nazionale ha rimandato a data da destinarsi la cerimonia di insediamento, come richiesto dallo stesso Chávez che non sembra più in grado di governare il paese. La lotta per la successione ha spaccato lo stesso partito del presidente. Il fronte bolivariano si è spaccato fra i sostenitori del vicepresidente Nicolas Maduro, uomo vicino alla Cuba dei fratelli Castro, ed il presidente dell’assemblea nazionale, Diosdado Cabello, favorevole ad un allontanamento dall’influenza cubana. L’opposizione interna è ancora più divisa e sembra incapace di esprimere un candidato unico. Nel frattempo gli altri paesi americani sono in fibrillazione, infatti la sempre più probabile dipartita di Chávez avrebbe ripercussioni su tutto il continente. Bolivia, Ecuador, Nicaragua e Cuba in questi anni hanno goduto del petrolio venezuelano a costo agevolato e risentirebbero di un cambio nella politica venezuelana. D’altro canto anche il Brasile, che rappresenta la sinistra americana moderata alternativa al chavismo, potrebbe essere investito da una destabilizzazione regionale. Lo stesso si dica per la Colombia che ha beneficiato della mediazione di Chávez durante i negoziati di pace con le forze armate rivoluzionarie colombiane. Perfino gli Stati Uniti, nemico giurato del chavismo, si dicono preoccupati e rimangono a guardare limitandosi ad auspicare una transizione dolce verso un governo più disponibile al dialogo.

 

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