Pubblicato: mer, 29 Mar , 2023

Indagine ONU sui crimini contro l’umanità in Libia

“i Paesi europei, anche se non direttamente responsabili, hanno di fatto favorito le gravissime violazioni. Anche con i soldi degli italiani: guardia costiera collusa e pagata dai trafficanti.”

Il rapporto è il risultato del lavoro della Missione d’indagine indipendente, richiesta dal Consiglio per i diritti umani, ed è il frutto di un lavoro iniziato nel 2016 per documentare le violazioni del diritto internazionale e di quello umanitario.
Omicidi, stupri, detenzione arbitraria, riduzione in schiavitù, repressione verso qualsiasi forma di dissenso, esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate: la gamma di crimini commessi in Libia dalle forze di sicurezza statali e dalle milizie contro migranti e cittadini libici ci getta nell’abisso. Dall’indagine è emerso che i migranti sono stati sistematicamente torturati. Attualmente il Paese ospita più di 670 mila persone in movimento e il numero è in costante crescita. La Libia è un punto di partenza quasi obbligato per chi vuole raggiungere l’Europa. In Libia ci si arriva pagando i trafficanti. Tutti i migranti intervistati nel rapporto hanno raccontato di avere vissuto esperienze di violenza, sia quando sono arrivati nel paese, sia quando sono stati trattenuti nel centri di detenzione, ufficiali e non. Raccolte anche numerose testimonianze di schiavitù sessuale.

Anche i soldi italiani hanno favorito i crimini contro l’umanità commessi in Libia, con la compartecipazione delle autorità come la Guardia costiera libica che i nostri governi finanziano, formano ed equipaggiano, mentre “lavora in stretto collegamento con i trafficanti di esseri umani”.

Il cosiddetto Memorandum sui migranti firmato insieme al governo di Tripoli è appena stato rinnovato per la sesta volta e più di 100 milioni di euro sono stati investiti finora nella Guardia costiera libica, che sembra apprezzata dal governo Meloni. Tuttavia, dalle risultanze investigative emerge che la Guardia Costiera è in contatto costante con i responsabili del centro di detenzione di al-Nasr. Dal rapporto ONU emerge la forte e radicata collusione delle autorità con contrabbandieri e gruppi armati di miliziani cui la Guardia costiera, sotto compenso, consegna i migranti intercettati in mare, che spariscono nei centri di detenzione delle stesse organizzazioni che gestiscono il traffico. Stiamo dunque finanziando e alimentando l’immigrazione irregolare. “Il sostegno fornito dai paesi europei ha dunque favorito i crimini commessi da trafficanti e affini. Il carattere continuo, sistematico e diffuso dei crimini documentati dalla Missione spinge a ritenere che il personale e i funzionari della Direzione per la lotta alla migrazione illegale, a tutti i livelli, sono coinvolti”, si legge nel rapporto pubblicato il 27 marzo. Inoltre, “la tratta, la riduzione in schiavitù, il lavoro forzato, la detenzione, l’estorsione e il contrabbando hanno generato entrate significative per individui, gruppi e istituzioni statali”. Quanto alla Guardia costiera, “ha lavorato in stretto coordinamento con le reti di contrabbando e traffico in Libia”. Più nel dettaglio, il rapporto “ha portato alla luce prove di collusione tra la Guardia costiera e i responsabili dei centri di detenzione” dove hanno luogo crimini contro l’umanità. Nel corso dell’indagine sono state raccolte centinaia di testimonianze. La preoccupazione di chi fugge non è quella di morire in acqua, ma quella di tornare in queste prigioni, dove sono oppressi e torturati dalle guardie. La Missione ONU conclude che l’Unione Europea e i suoi Stati membri, direttamente o indirettamente, hanno fornito supporto monetario, tecnico e attrezzature, come le imbarcazioni, alla Guardia Costiera libica utilizzati nella detenzione dei migranti. Il sostegno fornito ha aiutato e favorito la commissione di questi crimini. Pertanto, gli esperti Onu invitano le autorità Ue a rivedere le loro politiche nei confronti della Libia.

Nel frattempo, poco dopo il terribile naufragio di Cutro, proprio a febbraio la Commissione UE, insieme alle autorità italiane, aveva già consegnato le ennesime motovedette alla Guardia costiera libica, annunciando uno stanziamento di ulteriori 800 milioni di euro per il Nord Africa entro il 2024, con investimenti diretti in Egitto, Tunisia e Libia. Il 21 febbraio il ministro dell’Interno Piantedosi ha incontrato il suo omologo nel governo di Tripoli, Imad Mustafa Trabelsi. Il nome di Trablesi però compare già in un rapporto dell’Onu che nel 2018 è stato confermato dal dipartimento di Stato Usa. Secondo le Nazioni Unite avrebbe gestito il traffico illegale di petrolio beneficiando di “fondi ottenuti illegalmente”. Tanto che gli incarichi di governo attribuitegli hanno innescato le proteste della Commissione nazionale per i diritti umani in Libia (Nchrl) che ha accusato il presidente Dbeibah di aver nominato “uno dei peggiori violatori di diritti umani e del diritto umanitario internazionale”. Ai primi di marzo, pochi giorni dopo il vertice con Piantedosi, Trablesi veniva fermato all’aeroporto Charles De Gaulle di Parigi con mezzo milione di euro in contanti in una valigia. Rilasciato senza aver dato spiegazioni sul denaro, il ministro libico ha poi negato che il fermo fosse avvenuto. Per organizzazioni come Amnesty International il capo della milizia di Zintan è uno dei più potenti trafficanti in circolazione, responsabile di violenze, torture e sparizioni forzate ai danni di migranti e rifugiati. Per il nostro governo, che continua a riceverlo con tutti gli onori, è il garante dei soldi che investiamo nella lotta contro i trafficanti di esseri umani. In Italia aumentano gli sbarchi dei migranti, ma i soldi italiani continuano a viaggiare in direzione opposta, verso le autorità libiche sotto indagine all’Aja per crimini contro l’umanità.

Anche sul Cara di Crotone, uno dei centri di accoglienza più grandi d’Europa si è accesa una tenue luce, che illumina seppur parzialmente solo l’ultimo passaggio della catena. Il centro di accoglienza per richiedenti asilo a Isola di Capo Rizzuto, oggi amministrato sotto il pieno controllo della prefettura di Crotone, sarebbe stato pilotato dagli interessi della ndrangheta e dei referenti libici. Più persone venivano sbarcate dai trafficanti nella zona, più la criminalità organizzata italiana guadagnava. L’inchiesta è portata avanti dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, che ha evidenziato anche la pesante cappa della cosca Arena su gran parte delle attività economiche di Isola Capo Rizzuto ed in particolare sul Centro di accoglienza, diventato negli anni una sorta di bancomat dei clan (operazione jonny e segg).

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