Pubblicato: sab, 12 Ott , 2013

Approvato emendamento sui testimoni di giustizia

Una volta fuoriusciti dal programma di protezione, potranno inserirsi pienamente nel mondo del lavoro. Ministro D’Alia: «Un passo necessario»

 

 

Risparmio, primo ok Senato a tetto 30% voti fondazioniL’Aula del Senato ha approvato giovedì scorso un emendamento che estende la possibilità di inserimento nella Pubblica Amministrazione anche a chi è uscito dal programma di protezione (già in vigore per vittime del terrorismo e della criminalità organizzata), valutandone ovviamente le ragioni e individuando criteri chiari per calibrare i benefici.

«Era un passo necessario per completare l’atto di giustizia che lo Stato deve a chi non ha voltato la testa, anche a costo di enormi sacrifici personali, di fronte alla prepotenza delle organizzazioni criminali», afferma il ministro per la Pa e la Semplificazione, Gianpiero D’Alia commentando l’approvazione a Palazzo Madama dell’emendamento 7.2, che riguarda i testimoni di giustizia nell’ambito del Decreto sulla Pubblica Amministrazione.

Piena soddisfazione anche da parte dell’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia per l’approvazione dell’emendamento che estende anche ai testimoni di giustizia la possibilità di inserirsi pienamente nel mondo del lavoro. «I testimoni di giustizia e le proprie famiglie  – dichiara il presidente Ignazio Cutrò – sono grati agli uomini e alle donne di buone volontà che hanno riconosciuto nell’azione dell’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia un sincero e libero impegno nella lotta contro le organizzazioni criminali di stampo mafioso».

Le assunzioni avverranno per “chiamata diretta nominativa” e dovrebbero riguardare un’ottantina di persone, secondo quanto riferito dal viceministro dell’Interno, Filippo Bubbico. L’obiettivo, spiega quest’ultimo, è quello di mettere in campo strumenti di premialità per i testimoni, in modo da incoraggiare atti di responsabilità civile in quei cittadini che hanno assistito a vicende criminose. La priorità, naturalmente, rimane comunque quella di garantire la sicurezza di queste persone, costrette nella maggior parte dei casi a lasciare il luogo dove vivono e lavorano e a rinunciare, di conseguenza, alla libertà di vivere una comune vita civile. Subiscono il trauma dello sradicamento e dunque è giusto, ricorda il viceministro, «sostenerli con un’opportunità occupazionale che consenta loro di ricostruire un proprio profilo professionale, superando la precarietà in cui spesso sono costretti a vivere». 

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