Pubblicato: dom, 7 Feb , 2016

Vivere da prigionieri.

Prigionieri dell’occupazione israeliana, del disinteresse, della complicità dei governi occidentali, del silenzio complice dei paesi arabi.

 

di: Barbara G. – Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus – Firenze

 

freedomVivere da prigionieri: questo è il destino dei palestinesi in Cisgiordania e a Gaza. Prigionieri dell’occupazione israeliana, prigionieri del disinteresse dei media internazionali, prigionieri della complicità dei governi occidentali, anche di quelli che si dicono amici, prigionieri del silenzio complice dei paesi arabi. Vivere da prigionieri: per alcuni è più vero che per altri e sono coloro che si trovano in carcere in detenzione amministrativa (una misura di restrizione della libertà individuale inflitta senza necessità di accuse formalizzate o prove e rinnovabile a tempo indeterminato senza processo).  Il Centro studi palestinese sui prigionieri ha dichiarato che, nel mese di gennaio, le forze di occupazione israeliane hanno arrestato 490 palestinesi, tra cui 13 donne, 140 bambini, due membri del Consiglio legislativo palestinese e un ex ministro; sono stati arrestati i parlamentari Muhammad Abu Teir, 65 anni, di Gerusalemme e Hatem Qufaysha, 55 anni, di Hebron, insieme al ministro degli Enti locali del decimo governo palestinese, Issa al-Jabari, portando a 7 il numero dei deputati nelle carceri israeliane. Il Centro ha definito i provvedimenti “una continuazione della politica arbitraria delle forze di occupazione, soprattutto riguardo ai mandati contro il deputato di Hamas Hatem Qufaysha e l’ex ministro Issa al-Jabari”.

Il trattamento riservato ai prigionieri palestinesi è una continua violazione dei diritti umani.

A fine gennaio la Società per i Prigionieri palestinesi (PPS) ha riferito che i soldati israeliani hanno rapito tre Palestinesi, li hanno picchiati e ne hanno obbligato altri a stare al freddo per diverse ore. Ha reso noto inoltre che altri Palestinesi rapiti – Majd Abdul-Rahman Saleh, No’man Abdul-Rahman Saleh, Abdul-Qader Yahya Hammad, Haitham Mohammad Ayyad, Majd Mohammad Ayyad, Anwar Minwer Shweika e Firas Shihda Daoud, tutti di Silwad, nel distretto di Ramallah – sono stati costretti a stare in manette e bendati nei cortili del carcere di Ofer, al freddo, da mezzanotte alle nove di mattina.

Si rilevano casi documentati di negligenza medica che, nel 2015, hanno portato al decesso di tre detenuti palestinesi: Fadi Darby, Ja’far ‘Awwad e Ghassan Ar-Rimawi.

Sempre nel 2015 sono stati condotti 175 raid nelle sezioni dei detenuti; per ordine del Dipartimento delle Carceri, Unità Speciali armate assalgono e umiliano i detenuti, principalmente di notte, devastano e confiscano i loro beni. I detenuti sono stati privati anche di viveri e acqua e, nel corso dell’anno, è stata spesso introdotta l’interdizione all’accesso in mensa e la detenzione in isolamento. Le celle riservate alla detenzione in isolamento sono molto piccole, prive di finestre e infestate da insetti e scarafaggi. I detenuti vengono spesso trasferiti senza motivo da un carcere all’altro e nel tragitto, che può durare fino a 10 ore, vengono chiusi in strutture in ferro sporche e maleodoranti montate sopra i mezzi militari, senza acqua né cibo.

Tra le misure punitive vi è anche quella di imprigionare i detenuti in penitenziari molto lontani dalle zone di residenza dei loro familiari per rendere difficile o impossibile il diritto di visita; lo scorso anno il diritto di visita è stato vietato a 2400 detenuti. Quando le visite, invece, sono concesse, per Israele diventano un’occasione per umiliare e punire i palestinesi infatti i familiari diretti alle prigioni vengono perquisiti, donne comprese e molti vengono respinti. Altra prassi portata avanti dalle forze di occupazione nei confronti dei detenuti è l’imposizione di multe tra i 50 e i 100 euro, che, lo scorso anno, hanno fatto incassare a Israele circa 120mila euro.

Per protestare contro questa disumana gestione della giustizia da parte delle autorità israeliane sono oltre 50 i prigionieri in sciopero della fame. Ad oggi la situazione più critica è quella del giornalista Muhammad al-Qeeq in sciopero della fame dal 24 novembre 2015; è stato arrestato il 21 novembre 2015 ed attualmente si trova in stato di detenzione all’ospedale Afula. Al-Qeeq ha studiato giornalismo all’università di Birzeit e ottenuto un master in Studi Arabi contemporanei, lavora come giornalista per l’emittente di informazioni Al-Majd. Era già stato arrestato tre volte: nel 2003 e nel 2004, quando venne condannato a 13 mesi di prigione e nel 2008, quando venne condannato a 16 mesi. E’ sposato e ha due figli. Le sue condizioni sono ormai in una fase critica, rifiuta le medicine e talvolta anche l’acqua. Il 12 gennaio il presidente del Comitato per i detenuti ed ex-detenuti, Issa Qaraqe’, ha affermato che le autorità israeliane lo hanno alimentato tramite infusione intravenosa; Qaraqe ha dichiarato che al-Qiq è stato il primo detenuto ad essere alimentato in questo modo da quando il governo israeliano ha approvato la legge per l’alimentazione forzata, a luglio del 2015.

L’ultimo rapporto medico ha mostrato che Qeeq, che ha perso 35 kg, è diventato incapace di parlare e muoversi. È sonnolento nella maggior parte del tempo, ma quando è sveglio rifiuta trattamento, liquidi o supplementi.

Il 2 febbraio l’associazione palestinesi in Italia ha lanciato un appello affinché tutti si mobilito per il suo rilascio.


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