Pubblicato: mar, 1 Apr , 2014

Via D’Amelio, Ferraro: «Dissi a Borsellino dei contatti Ciancimino-Ros»

La deposizione dell’ex direttore degli Affari penali all’udienza odierna del processo Borsellino Quater, sulla strage costata la vita al giudice e agli agenti della scorta
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Liliana Ferraro sul podio, a un incontro negli Usa in ricordo di Giovanni Falcone

È iniziata con la deposizione di Liliana Ferraro, ex vicedirettore degli Affari Penali del ministero della Giustizia, l’udienza svoltasi oggi davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta del processo Borsellino Quater, volto ad accertare la verità sulla strage di via D’Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque dei sei agenti di scorta: Agostino Catalano; Emanuela Loi; Vincenzo Li Muli; Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Ferraro, rispondendo alle domande dei pubblici ministeri, ha ripercorso gli anni della propria carriera e in particolare di quando, alla fine del 1982 conobbe a Roma il giudice Giovanni Falcone, durante un incontro organizzato dal Consiglio Superiore della Magistratura per presentare un libro sulla mafia, scritto da Giuliano Turone (oggi giudice emerito della Suprema Corte di Cassazione). A quell’incontro ne seguirono altri. «Agli inizi del 1983 fui sollecitata dal presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Adolfo Beria D’Argentine, ad accettare un incarico al Ministero della Giustizia, dove ero stata anni prima durante il periodo del terrorismo, per verificare se si poteva dare una mano agli uffici giudiziari per quanto riguardava le strutture e le attrezzature, ridotti in una situazione di fatiscenza». E questo nonostante «l’Anm avesse ottenuto che il Governo – ricorda la dottoressa Ferraro – stanziasse dei fondi in favore della Giustizia».

Vinte le iniziali perplessità, si convinse a chiamare il collega Falcone, che si trovava a Palermo, per chiedergli un parere, ma visto che il giorno dopo il giudice si sarebbe recato a Roma per un’istruttoria, le disse di attendere l’indomani, in modo da poter parlare di presenza della questione. Come difatti avvenne. «Ci incontrammo a colazione e lui mi sollecitò ad accettare presentandomi la situazione degli uffici giudiziari di Palermo, in particolare la sua e quella dei colleghi. Mi descrisse un qualcosa che in effetti mi è rimasto impresso nella memoria e che influì molto sulla mia decisione». Ferraro ebbe modo, poco tempo dopo, di verificare di persona, recandosi nel capoluogo siciliano, quanto le aveva riferito Falcone. «Oggettivamente era una situazione insostenibile. Aveva una scrivania sgangherata e due sedie alle quali mancavano due gambe. Le altre due erano sostituite da faldoni di processi». Un ufficio in cui il magistrato era costretto a lavorare con forte disagio, tanto che Ferraro si convinse alla fine ad accettare l’incarico al Ministero.

Circa un mese dopo conobbe anche Paolo Borsellino, presentatole dallo stesso Falcone. «Parlammo di varie questioni, come la funzionalità dell’ufficio e la sicurezza dei magistrati, come anche la possibilità di creare un’archiviazione la più moderna possibile. Io suggerii un sistema che consentisse la rintracciabilità degli atti». La teste ha quindi raccontato un episodio che ricorda ancora oggi con emozione, come fosse ieri: «Per farmi capire in che condizioni lavoravano, mi portò in un’altra stanza, dove c’era Borsellino, che mi presentò. Al che, rivolgendosi a lui, disse: “Paolo, ho bisogno di un verbale di un processo”. Ci siamo quindi recati in una stanzetta piena di faldoni che arrivavano fino al soffitto. Paolo si arrampicò su una scala traballante, è arrivato fino all’ultimo scaffale, ha preso un faldone, lo ha portato giù, lo ha aperto e ha tirato fuori un foglio. E Giovanni mi disse: “Ecco, questo è il mio archivio vivente. Migliore di questo non ne troverai mai”».

Ferraro incontrerà nuovamente Borsellino il 28 giugno, all’aeroporto Fiumicino. Ritrova un Borsellino «particolarmente disperato»: poco più di un mese prima c’era stata la strage di Capaci e «con la morte di Giovanni, Paolo aveva perso un amico, oltre che un magistrato di riferimento». Fu in quell’occasione che l’ex direttore degli Affari penali disse al giudice dell’intenzione di De Donno di contattare Vito Ciancimino tramite il figlio Massimo, «per vedere se era possibile avviare con lui un percorso di collaborazione». La finalità del tentativo di agganciare Ciancimino tramite il figlio era «fermare lo stragismo». Dei contatti tra De Donno, in servizio al Ros dei carabinieri, e l’ex sindaco mafioso di Palermo, li aveva rivelati a Ferraro lo stesso ex ufficiale, ma non ricorda se tali contatti fossero già stati presi o pianificati. Di certo le chiese di parlarne con l’allora Guardasigilli Claudio Martelli, sostenendo che a suo avviso era necessario un avallo politico all’operazione. «Io risposi che l’avrei informato, anche se non ritenevo che ci volesse il conforto del ministro, ma precisai che era necessario avvertire la magistratura e che l’avrei fatto io visto che avevamo la fortuna di avere un referente come Borsellino». Nel ricordo di Ferraro, Borsellino non diede alcuna importanza alla notizia delle intenzioni del Ros di stabilire contatti con Ciancimino. Questo perché, secondo il teste «o ne era già a conoscenza, o non la riteneva rilevante». Diversa fu, invece, la reazione di Martelli. «Era molto irritato perché sosteneva che non avessero alcuna competenza per fare una cosa simile, ritenendo che la cosa casomai spettasse alla Dia».

A Fiumicino i due parlarono a lungo anche del famoso rapporto denominato “Mafia e appalti”, che era stato consegnato alla Procura di Palermo dal Ros e già «oggetto di particolare attenzione da parte di Falcone». Il rapporto venne consegnato anche a me – ha aggiunto Ferraro – ma mi limitai solo a sfogliarlo, perché ricevetti una telefonata da Giovanni, il quale mi pregò di chiuderlo e mi invitò a scrivere due lettere, una per il Csm e l’altra alla Procura di Palermo. Poi mi disse: “Questi qui (riferendosi alla Procura di Palermo) cosa vogliono ottenere?”. Non era chiaro perché il fascicolo fosse stato consegnato al ministero.

La teste ha anche parlato della telefonata che Falcone le fece appena appresa la notizia che era stato ucciso l’onorevole Salvo Lima. «Io mi trovavo in America quando mi chiamò, di notte, per dirmi che avevano ammazzato Lima e aggiunse, con un tono molto scosso: “Adesso può succedere qualsiasi cosa, potremmo avere di tutto”». Falcone, infatti, come ha ricordato oggi la stessa Ferraro, pensava che subito dopo la morte del democristiano, ci sarebbe stata un’escalation di omicidi da parte di Cosa nostra. «“Prima – mi diceva – toccherà a un altro politico e poi a me”, ma forse Giovanni non aveva pensato che il politico era ormai diventato lui».

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