Pubblicato: lun, 13 Nov , 2017

Un prete che ha fatto il voto di povertà

Non è l’abito che uno porta, non sono le professioni di fede ma è l’umanità che si esercita, l’incontro col diverso, la pace come credo e la giustizia che non può prescinderne a illuminare il cammino

 

La comunità di Levane ha festeggiato qualche giorno fa i 40 anni di attività pastorale del suo parroco: Angiolo Sabatini. Perché abbiamo deciso di parlarne? Perché crediamo che lo scontro non dichiarato, nascosto sotto il moggio e tuttavia sordo tra la Chiesa di Francesco e la Chiesa delle caste deve interessare anche i laici, come processo di rinnovamento culturale e morale.

Don Angiolo è stato ed è un riferimento anche per quelli come noi che non chiediamo un prete che ci parli di Dio in cielo, ma dei Vangeli in terra e ci esorti alla pace alla giustizia e alla libertà, al rispetto dell’uomo, di ogni uomo, di tutti gli uomini eguali per diritti, destino e dignità perché fratelli dell’Uomo senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Angiolo è  un prete che ai ragazzi da preparare alla cresima  ha fatto vedere film sull’olocausto, sulla barbarie nazista; un sacerdote che offre i locali dell’oratorio alla comunità indiana, che a Levane è la più numerosa, per tenervi le celebrazioni della loro cultura. Angiolo Sabatini è stato ordinato sacerdote  52 anni fa; nell’anno in cui terminava il Concilio Vaticano II e iniziavano gli anni in cui la Chiesa avrebbe dovuto abbracciare i tempi nuovi, liberarsi della crosta rancida dei secoli, e invece, più che altro, si ritrasse  nella conservazione dei privilegi mondani. Angiolo no: qualche anno dopo andò missionario in Brasile, conobbe don Sergio Bernandoni, un prete la cui chiesa stava nella strada, i suoi primi seguaci erano i ragazzi di strada e in Brasile Angiolo incontrò i preti della Teologia della liberazione, la Chiesa dei poveri e dei diritti per ogni uomo, i preti che portavano il Vangelo sulle stesse strade del Maestro e che la Chiesa di Roma soffocò. Questa probabilmente fu l’esperienza che lo ha segnato, fece di lui il prete che è oggi. Per questo il voto di povertà non fu vuota ritualità, ma l’applicazione coerente del credo per lui che credeva: basterebbe vedere dove Angiolo vive.

Dopo 5 anni in Brasile Angiolo tornò nella Toscana delle sue origini, seguendo don Sergio. Fu suo vice per 3 anni, quindi, tornato il Bernandoni in Brasile, Angiolo divenne parroco nel 1977. Sono stati anni tragici per l’Italia, lo ricordiamo tutti: nel 1978, meno di un anno dopo dalla sua nomina, furono uccisi Aldo Moro a Roma dai terroristi e Peppino Impastato in Sicilia dalla mafia. Da allora il parroco di Levane ha chiamato in questa frazione di periferia personaggi come il magistrato Gian Carlo Caselli, 4 o 5 volte Marcelo Barros, don Luigi Ciotti, Alex Zanotelli, l’Abbè Pierre, compagno dei poveri e dei rifugiati, Hebe De Bonafin, presidentessa fondatrice delle “Madri di Piazza di Maggio”, le madri dei “desaparecidos” argentini. Questi io ricordo, ma è un ricordo per difetto: altri ancora Angiolo ha chiamato perché i suoi parrocchiani potessero capire ciò che, invece, dalla schiera nutrita dei mestieranti si nasconde. E ricordo, tra gli altri, quel giorno in cui la Chiesa celebrava i suoi martiri, allorchè Angiolo fece entrare in chiesa, a raccontare la loro lotta, un esponente dei “Senza Terra” brasiliani, che chiedevano pane e ricevevano piombo, riconoscimento e venivano umiliati. Era lui il Cristo perseguitato. Come don Milani, recentemente riconosciuto da Francesco, che al confratello che lo rimproverava per accogliere in chiesa anche giovani comunisti rispondeva che entrambi, lui Lorenzo e il suo censore, sarebbero dovuti uscire e lasciare in compagnia di Gesù chi si spendeva per il bene dell’altro e di tutti coniugati nel pronome noi.

Mi dicono i suoi parrocchiani che  Angiolo e Sergio erano stati preceduti a Levane da don Sestilio Tanganelli, un parroco che era più tollerante rispetto alla maggior parte dei sacerdoti del tempo. Ma loro portarono un’aria nuova. E quando don Angiolo, con la partenza di don Sergio, rimase solo cominciò a costruire una vera e propria comunità, coinvolgendo soprattutto i giovani, perché non hanno ancora sotterrato le attese. I levanesi presero a vivere la parrocchia con quella porta sempre aperta e mai chiusa, a volte anche di notte; conobbero quel suo avvicinare le persone con la sua ricca semplicità, senza mai pretendere di insegnare ma ponendosi ad ascoltare. La sua è una gestione della parrocchia  democratica: la cassa è controllata dai parrocchiani, è stato creato il Consiglio pastorale e una Commissione economica, qualunque servizio non ha una tariffa ma viene somministrato con le offerte libere e  l’economia della parrocchia è costituita dalle offerte e dal centesimo mensile volontario. Mensilmente esce un giornale parrocchiale che rendiconta a tutta la comunità di Levane come viene utilizzato ciò che entra. Angiolo ha creato un modo di fare chiesa che non è comune, si avverte un’esperienza diversa, vorrei dire quasi francescana, fatta in una Chiesa “alla fine del mondo”.

Un prete Angiolo consapevole che la Chiesa ha fallito, tra lo sfarzo degli ori e i pelosi omaggi dei potenti, se su questa stessa terra in cui ha seminato, in cui è alta autorità morale, è l’odio che predomina. E il rito è vuota cosa se la Chiesa non è autenticamente comunità, se non è prima dei poveri e di chi patisce ingiustizie. Don Angiolo ha esercitato l’amore, quell’amore che non ha paura del diverso, che va incontro a chi si approssima chiunque egli sia, quell’amore che non chiede adesioni a dogmi ma attestati d’umanità, quell’amore che rivoluziona le coscienze ma per chiedere pace e la giustizia che non può prescinderne. Per  questo, per i suoi 40 anni, la comunità di Levane lo ha stretto in un abbraccio riconoscente, sentito, fraterno, anche molti che faticano a capire ma sentono la forza di quel credo lo hanno fatto. Ho visto qualcuno piangere, non so perché, ma certo per gli errori, le falsità, le ingiustizie proprie e del mondo, ma nell’uomo Angiolo possono ancora avere fiducia.

Angiolo ha accolto in egual modo la vecchina che snocciola i grani del rosario e l’indiano che non crede nel Dio cristiano, il fedele e l’ateo. E ben più cattiva del non appendere un crocifisso di gesso alla parete sporca è la non conoscenza, l’ignoranza che porta sino ad esaltare il martirio e la morte per la gloria dei cieli, o la persecuzione e la cacciata del diverso in nome di una civiltà di Cristo, mai come in tali occasioni nominato invano.

Temiamo ci sia nella Chiesa ancora e sempre un blocco di potere che attende che Francesco passi, che passi questa ventata che potrebbe essere rivoluzionaria se risvegliasse le coscienze ormai da troppo tempo inerti, le ombre cadaveriche chiuse nei loro sepolcri imbiancati e perciò tenute per eminenti, di cui la nuova vita agita soltanto un po’ le vesti, ma unicamente un attimo fuggente prima di tornare nell’urna dorata. E tuttavia un uomo e un sacerdote come Angiolo Sabatini è un conforto alla speranza.

Fulvio Turtulici

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