Pubblicato: mar, 11 Mar , 2014

Trattativa Stato-mafia: parla la “primula nera” Bellini

Dall’aula bunker di Rebibbia: «Mi infiltrai in Cosa nostra dopo l’ok di Mori»
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Aula bunker di Rebibbia

«Per infiltrarmi dentro Cosa nostra ebbi l’ok del colonnello Mori attraverso il maresciallo Tempesta del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dei carabinieri. Altrimenti col cavolo che sarei andato nella tana del lupo a suicidarmi». Così il teste Paolo Bellini, ex militante di Avanguardia Nazionale, dall’aula bunker di Rebibbia, dove è in corso una delle udienze del processo sulla trattativa Stato-Mafia, rispondendo alle domande del pm Roberto Tartaglia.

Da oggi fino a venerdì 14 marzo si terrà la trasferta romana al carcere di Rebibbia della Corte d’assise e del pool antimafia di Palermo per interrogare i collaboratori di giustizia Gaspare Spatuzza, killer affiliato alla famiglia di Brancaccio; Fabio Tranchina, ex picciotto dei fratelli Graviano; e Paolo Bellini, ex esponente della ‘ndrangheta vicino all’eversione nera, come Avanguardia Nazionale.

Il nome di Bellini è legato a numerosi misteri italiani: dalla strage di Bologna del 2 agosto 1980 (per la quale è stato prima sospettato e poi prosciolto) alle stragi del ’93 a Roma, Milano e Firenze con le quali Cosa nostra sferrò il suo vile attacco al patrimonio artistico nazionale. Protagonista enigmatico della prima trattativa tra Stato e mafia nel 1992, la “primula nera” Bellini è da sempre sospettato di aver avuto rapporti con i Servizi segreti e, secondo quanto riferito quest’oggi in aula da lui stesso, «il maresciallo dell’Arma Roberto Tempesta» gli chiese di fare da «infiltrato all’interno di Cosa nostra con la scusa del recupero di opere d’arte. Operazione che sarebbe potuta partire solo dopo l’autorizzazione dell’allora colonnello Mori che era al Ros».

Il “suggeritore” (così come lo indicò Giovanni Brusca) della strategia tesa a colpire i monumenti ha ricostruito sia il periodo in cui era latitante in Brasile sotto il falso nome di Roberto Da Silva, che di quando, finito in carcere a Sciacca, si ritrova come compagno di cella «un uomo di massimo rispetto». Il suo nome è Antonino Gioè, uno degli attentatori di Capaci. È l’inizio di un’assidua frequentazione. «Ci vedevamo tutti i giorni. Io capii che era una persona posizionata. Ci fu una simpatia iniziale. […] Ho saputo la vera identità quando fummo trasferiti al carcere di Palermo». Durante la lunga deposizione di Bellini, salta fuori la sua strana presenza ad Enna poco tempo prima che avvenissero le stragi di Falcone e Borsellino. A certificare quella presenza è una ricevuta rilasciata dall’hotel “Sicilia” di Enna il 6 dicembre 1991 e intestata proprio a lui. Nello stesso periodo i boss di Cosa nostra si incontravano nella medesima cittadina per pianificare la guerra allo Stato, ivi compresi gli attentati ai due giudici. Una coincidenza ritenuta dagli inquirenti fortemente ambigua, ma Bellini si è limitato a dichiarare ancora una volta di essere sceso in Sicilia per una semplice questione di affari, legata alla sua attività di recupero crediti di due ditte di Palermo e Caltanissetta e, sebbene ebbe ad Enna un contatto con Gioè, il motivo fu per chiedergli aiuto riguardo tali ditte. Una versione che non ha mai convinto i magistrati.

Ciò che però interessa davvero l’ex militante di estrema destra sono le opere d’arte. Ne diventa addirittura un vero esperto e la sua passione non era passata inosservata nemmeno ai carabinieri, tanto che poi chiederanno il suo intervento per ritrovare alcuni quadri rubati alla Pinacoteca di Modena. Ma Bellini non può agire da solo e così si ricorda del vecchio amico Nino, conosciuto dietro le sbarre una decina di anni prima. «L’ispettore Procaccia mi chiese se potevo darmi da fare per il ritrovo delle opere rapinate». Bellini gira la richiesta a Gioè, con tanto di consegna di busta contenente l’elenco di opere d’arte da recuperare durante un incontro ad Altofonte (paese d’origine del boss). «Gli specificai che il mio interlocutore era il Ministero dei Beni Culturali. Lui mi chiese se per caso mi mandava la massoneria e che in quel caso non c’erano problemi perché aveva direttamente la possibilità di avere rapporti con la massoneria trapanese».

«Gioè mi parlò di una trattativa in corso coi piani alti del Governo italiano – ha rivelato per la prima volta Bellini – ma non ne ho mai parlato perché dovevo tenermi qualche cartuccia da sparare durante i processi».

Per il recupero delle opere rubate a Modena, il mafioso gli disse che avrebbe potuto aiutarlo «a ritrovare altri quadri» di cui gli diede le foto, ma che, «in cambio –  ha aggiunto – dovevo vedere se potevo fare avere benefici carcerari ad alcuni mafiosi di cui mi scrisse i nomi in un foglietto. C’erano Bernardo Brusca, Luciano Liggio, Pippo Calò e altri». Una versione ridotta del papello, un «papellino», come lo definirà l’ex procuratore Pietro Grasso, che Bellini dà al maresciallo Tempesta. È l’inizio di una trattativa tra esponenti dei carabinieri e mafiosi. «Quando gli diedi il biglietto, mi disse: “Questo è il gotha della mafia, per tutti non si può fare”». L’accordo non andrà a buon fine, ma ormai i contatti con Cosa nostra era stati avviati. «Tu tieni aperto il canale – gli avrebbe consigliato ancora Tempesta – casomai vediamo se si possono fare avere gli arresti ospedalieri a uno o due di loro». L’ex colonnello Mori, oggi imputato al processo sulla trattativa, all’epoca era vicecomandante dei Ros e sarebbe stato al corrente di tutti i contatti tenuti da Bellini.

Stando alle dichiarazioni di Bellini, fu proprio l’ex ufficiale del Ros a decidere la sua infiltrazione. «Ero schifato dopo la strage di Capaci. Capivo che si doveva fare qualcosa, anche perché io non sono mai stato un terrorista, né ho mai fatto guerra allo Stato. Per questo accettati la proposta del maresciallo Tempesta di infiltrarmi in Cosa nostra con la scusa del recupero delle opere d’arte rubate. E perché l’operazione partisse, venne chiesta l’autorizzazione di Mori».

Reo confesso di undici omicidi, tra cui quello del militante di Lotta Continua Alceste Campanile, nonché ex affiliato alla ‘ndrangheta, il teste ha anche raccontato di aver avuto un breve incontro con un uomo «qualificatosi come carabiniere dei Ros». «Una persona bussò a casa mia – ha detto – e mi chiamò “Aquila Selvaggia”, il mio nome in codice che sapevano solo Tempesta e il colonnello del Ros Mario Mori. Mi disse di non cercare più Tempesta, che ora era lui il referente dei Ros e di non venire in Sicilia perché era pericoloso e perché era in corso una grossa operazione». L’uomo disse infine a Bellini che «si sarebbero fatti risentire loro». «Non ho mai parlato con nessuno di questo e loro non hanno più richiamato», ha concluso il collaboratore che, prima di essere congedato, si è lasciato andare ad uno sfogo nei confronti dello Stato: «Mi avete abbandonato, sono carne da macello. Sono un morto che cammina, ma faccio il mio dovere fino in fondo. Lo Stato con me ha firmato un contratto che non ha rispettato».

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