Pubblicato: mar, 21 Gen , 2014

Strage via d’Amelio, Boccassini: «Ruolo Scarantino emerso già nel ‘94»

Il procuratore aggiunto di Milano ha deposto al processo Borsellino quater, in corso a Caltanissetta. «Genchi voleva indagare su Falcone»

boccassini

Ilda Boccassini

«Quando arrivai a Caltanissetta, da parte di tutti c’erano perplessità rispetto alla caratura del personaggio Vincenzo Scarantino. Ricordo perfettamente che si trattava di dubbi nutriti non solo dai magistrati, ma anche dagli investigatori». A parlare è il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Milano, Ilda Boccassini, che ha deposto questa mattina al processo Borsellino quater, in corso davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta e volto ad accertare la verità sulla strage di via d’Amelio, in cui fu ucciso il magistrato Paolo Borsellino, insieme agli agenti della scorta.

Al dibattimento sono imputati di strage i boss Salvatore Madonia e Vittorio Tutino e di calunnia lo stesso Scarantino e gli altri falsi pentiti  Calogero Pulci e Francesco Andriotta, autori di un clamoroso depistaggio che è costato la condanna all’ergastolo a sette innocenti.

«Scarantino – ha raccontato il procuratore aggiunto Boccassini, che tra il ‘92 e il ‘94 fu applicata alla Procura di Caltanissetta per indagare sugli eccidi di Capaci e via d’Amelio – dal carcere faceva arrivare messaggi tramite la polizia penitenziaria. Accennava alla possibilità di parlare, poi si tirava indietro. Oscillava. Fino a giugno, quando ci fu la ciliegina finale, decise di collaborare e andammo in elicottero al carcere di Pianosa per sentirlo». Su Scarantino, al contrario di molti colleghi (compresi quelli della Cassazione che accettarono la versione di dell’ex collaboratore di giustizia), il magistrato aveva le idee chiare già vent’anni. «Per me la prova regina che Scarantino era un mentitore si è avuta proprio quando ha cominciato a collaborare. La sua collaborazione mi ha convinto che eravamo davanti a uno che raccontava fregnacce pericolose, perché coinvolgeva anche importanti collaboratori di giustizia». In virtù dei suoi sospetti, nell’ottobre del 1994, poco prima di tornare a Milano, scrisse una lettera all’allora capo della Procura Giovanni Tinebra, insieme al pm Roberto Sajeva, in cui esprimeva pesantissimi dubbi sull’attendibilità di Scarantino, chiedendo che venissero svolti ulteriori e urgenti accertamenti per smascherare eventuali manovre volte ad occultare la verità su via d’Amelio. A dimostrazione della sostanziale inattendibilità del falso pentito, il magistrato porto vari esempi, come quello in cui Scarantino, parlando della riunione preparatoria dell’attentato a Borsellino, aveva raccontato della presenza di mafiosi poi pentiti come Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera, non riuscendo però a riconoscerli in foto. «Dissi che andava sospeso tutto, che dovevamo verificare, avvisare i colleghi di Palermo, fare i confronti e ricominciare con saggezza umiltà ed equilibrio, doti che dovrebbero avere i magistrati».

«Il mio dovere era mettere per iscritto che si stavano imbarcando in una strada pericolosa», ha detto riferendosi alla lettera inviata a Tinebra, contenente parole divenute profetiche, ma che all’epoca caddero invece nel vuoto. I pm, infatti, decisero ugualmente di andare avanti per quella strada. «È il pubblico ministero il dominus delle indagini», ha più volte ribadito.

In merito a Gaspare Spatuzza, la Boccassini ha ricordato di come, già nel giugno del 1994, nel corso delle indagini sulla strage di via d’Amelio, uscì fuori l’utenza dell’ex killer di Brancaccio tramite l’analisi dei cellulari. «Fino ad allora c’erano collegamenti che potevano portare allo spunto investigativo che ora si persegue». E ha aggiunto: «Scoprimmo che il 19 luglio del ‘92  c’erano telefonate tra Gian Battista Ferrante e Fifetto Cannella e da lì si risaliva a Spatuzza». Quest’ultimo, detto ‘U tignusu (il pelato), ha iniziato a collaborare con la giustizia nell’estate del 2008, svelando così il depistaggio messo in atto fino ad allora e che ha permesso di coprire mandanti ed esecutori dell’omicidio del giudice Borsellino. Grazie alle “verità” di Spatuzza, che si è autoaccusato della strage, i magistrati della Procura nissena hanno potuto ricostruire le fasi preparatorie dell’eccidio e scagionare i sette innocenti accusati dai falsi pentiti Scarantino, Pulci e Andriotta .

Su quel depistaggio, è tornata oggi la Boccassini dall’aula D del secondo piano del Palazzo di Giustizia di Caltanissetta, che vent’anni fa sbarcò in Sicilia da Milano per indagare anche sulla strage di Capaci, nel corso delle quali, il procuratore aggiunto entra in contatto con Gioacchino Genchi, l’ex super consulente delle Procure di tutta Italia, in quanto esperto di informatica e telefonia. «Aveva un atteggiamento non istituzionale. Avevo notato in lui un certo gusto che andavo oltre lo spunto investigativo. Voleva acquisire troppo e ci propose di indagare su Giovanni Falcone, sui suoi viaggi e sulle carte di credito». «Io – ha rivelato – dissi al procuratore capo Gianni Tinebra che, considerato che avevamo la Dia e il gruppo Falcone-Borsellino, avrei avuto difficoltà a continuare con la polizia di Stato se fosse rimasto Genchi».

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