Pubblicato: gio, 15 Mag , 2014

Stato-mafia, Mancino in aula: «Mai saputo di trattativa»

L’ex presidente del Senato al bunker dell’Ucciardone per l’udienza dedicata alle conversazioni tra lui e l’ex consulente giuridico del Colle Loris D’Ambrosio      

STATO-MAFIA: PROCESSO RINVIATO AL 31 MAGGIO«Sono qui perché voglio ascoltare personalmente in aula le telefonate tra me e il povero Loris D’Ambrosio». Lo ha detto l’ex presidente del Senato, Nicola Mancino, entrando questa mattina a sorpresa all’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo, dove si è tenuta una nuova udienza del processo per la trattativa fra Stato e mafia, in cui è imputato per falsa testimonianza.

L’udienza odierna è stata interamente dedicata all’ascolto di diverse conversazioni telefoniche registrate dai magistrati tra Mancino e l’ex consigliere giuridico del Quirinale ed ex magistrato Loris D’Ambrosio (morto il 26 luglio 2012 per infarto), tra il 25 novembre 2011 e il 5 aprile 2012. Conversazioni già abbondantemente note e che, secondo la Procura, dimostrerebbero un tentativo da parte di Mancino di condizionare le indagini della Procura di Palermo. In particolare, Mancino esprimeva a D’Ambrosio le proprie preoccupazioni sull’indagine, che riteneva priva di fondamento, e sul confronto in aula chiesto dai pm di Palermo al processo Mori con l’ex ministro Martelli. L’ex Guardasigilli aveva raccontato ai giudici di aver rivelato a Mancino dei contatti tra i carabinieri del Ros e Vito Ciancimino; ma l’ex ministro della Dc ha sempre negato di aver saputo di eventuali accordi illeciti e, proprio per la divergenza con quanto dichiarato da Martelli, deve rispondere di falsa testimonianza nel dibattimento sulla trattativa. Il confronto tra i due, comunque, poi non avvenne per decisione dello stesso tribunale.

Nella prima intercettazione – quella del 25 novembre 2011 – D’Ambrosio e Mancino parlano del modo di condurre le indagini da parte dei magistrati palermitani. D’Ambrosio diceva: «Fanno un passo avanti e due indietro, due passi avanti e quattro indietro… perché gli conviene tenere aperte queste… voragini per poi infilarci ogni volta la cosa che più gli fa comodo in quel momento… . E Mancino: «Mò pure questa cosa di Dell’Utri… ma io so Dell’Utri che cosa ha fatto! Ma mi sembra che… diciamo è rafforzativa della tesi secondo cui Dell’Utri, per conto anche di Berlusconi, ha fatto trattative…». E, ancora, D’Ambrosio rispondeva: «Sì, ma insomma sono sempre le stesse cose che ormai ricicciano… non mi sembra che c’è una cosa determinante, non lo so…». Sempre nel corso della stessa conversazione, Mancino si lamentava con D’Ambrosio: «Avevo letto un articolo di Arena che, invece di parlare di Dell’Utri, infila anche Mancino. Ho chiamato Messineo (procuratore capo di Palermo, ndr) e gli ho detto che qualche volta, con questa storia delle indagini, bisognerebbe fare una dichiarazione che io non sono iscritto nel registro degli indagati. Messineo mi ha risposto che non aveva intenzione di rilasciare nessuna dichiarazione, né che si è indagati, né che non si è indagati. Allora mi è venuto il sospetto, ho avuto una telefonata da una funzionaria della Dia che mi ha detto che il 6 dicembre dovrei stare a Palermo come persona informata sui fatti. Il solito Di Matteo… insomma». E D’Ambrosio: «Ma non è indagato?» . La risposta di Mancino: «Non sono indagato, però ho il timore…sa com’è, non si capisce che cosa vogliano, oltretutto. Io sono molto scocciato, detto con franchezza».

Al termine dell’udienza, l’ex ministro dell’Interno ha reso delle dichiarazioni spontanee, ribadendo con forza di non aver mai saputo nulla della trattativa Stato-mafia: «Assoluta ignoranza della trattativa e dei protagonisti della stessa, se c’è stata». E ha aggiunto: «Anche l’onorevole Martelli ha dichiarato dinnanzi alla Procura che non ha mai saputo della trattativa». Mancino ha quindi tentato di dare la propria chiave di lettura a quei dialoghi, ricordando «l’emarginazione» subìta dopo le pubblicazioni delle notizie di un suo coinvolgimento nell’inchiesta sulla trattativa. «Non ero più il Mancino di una volta. Ero un uomo distrutto», si sfogava durante un’altra conversazione con l’ex consigliere di Napolitano. «Ho mandato numerosi esposti e denunce ai procuratori capo di Palermo e Caltanissetta. Il mio nome ricorreva frequentemente nei mezzi di comunicazione. Chi li informava, se le indagini erano segrete? Mi sentivo sottopressione della magistratura palermitana inquirente. Brusca, nel corso di un incontro con Riina, fa il mio nome come destinatario del fantomatico papello, ma ignora il tramite. Anche Massimo Ciancimino dichiara di aver saputo dal padre che io fossi a conoscenza della trattativa. E perciò viene da me denunciato in un esposto senza sviluppi giudiziari alla procura di Palermo».

«È ingiusto chiamare in causa un ministro dell’Interno che ha combattuto la mafia. Proprio in virtù di quella campagna denigratoria, mi rivolsi al compianto dottor D’Ambrosio e non certo per avere protezione o aiuto, ma per confidare a un amico l’amarezza e l’angoscia per ciò che si diceva su di me». L’ex ministro ha ricordato di aver confidato all’ex consigliere giuridico: «Uno che non ha fatto niente deve stare in continua tensione», e poi ha aggiunto: «Ho fatto questo intervento davanti alla Corte, perché sento il dovere di essere leale nei confronti della Giustizia. Ciò che conta non è la verità costruita, ma quella vera. Perché la storia sappia che non ci fu alcun cedimento».

Mancino ha proseguito difendendosi dalle accuse di falsa testimonianza nel processo: «Il mio comportamento – ha detto – è sempre stato corretto e ho sempre collaborato. Ho sempre servito lo Stato con lealtà e amore». Ricorda inoltre che le conversazioni sono state intercettate dalla Procura quando non era ancora stato iscritto nel registro degli indagati. Come detto sopra, la prima intercettazione risale al 25 novembre 2011, mentre l’iscrizione è datata 14 giugno 2012, pochi giorni prima delle conclusioni delle indagini. «Il contenuto delle conversazioni che precedono questa data è la prova del mio reale comportamento spontaneo e veritiero rispetto a un’accusa rimasta priva di prova».

«Non mi aspettavo alcuna avocazione, perché la ritenevo ingiusta. A fronte di valutazioni differenti fatte da diverse procure, sottolineai a Napolitano soltanto la necessità di esercitare funzioni di coordinamento», ha concluso Nicola Mancino, spiegando di «non aver avuto alcuna intenzione di influire sull’esito delle indagini. «Non deve sfuggire la disarmonia registrata tra le tre Procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta, e soprattutto di quella palermitana, con un magistrato che si dimette dal pool inquirente, un Procuratore capo che non firma la richiesta di rinvio a giudizio».

Di

- matildegeraci@100passi.net

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