Pubblicato: lun, 29 Set , 2014

Stato attento alla salute dei cittadini o Stato biscazziere?

Il gioco d’azzardo patologico: un grave male sociale a cui lo Stato è ancora incapace di adeguata risposta.

– Di Fulvio Turtulici –

 

Il gioco d’azzardo patologico, definito anche azzardopatia, è un disturbo del comportamento rientrante nella categoria diagnostica dei disturbi del controllo degli impulsi, ha grande affinità con il gruppo dei malesseri ossessivo compulsivi e soprattutto con i comportamenti d’abuso e le dipendenze. È un modo per scaricare e reagire a frustrazioni, un esito di stato depressivo i cui effetti negativi si ripercuotono principalmente sulla famiglia, sugli amici e sull’ambiente lavorativo creando una vera e propria deriva sociale. Un male , dunque, che considerata l’incidenza che vedremo qui di seguito, comporta costi sociali elevati, per le fasce più vulnerabili, ma per tutta la collettività.

Investe tutte le categorie sociali e tutte le fasce d’età: il giovanotto in jeans strappati , l’impiegato, il pensionato, la casalinga anziana e discreta. L’ansia conformista ai tanti, tintinnanti e subito, la compensazione attesa dal destino, tutti i fattori di un contemporaneo disagio sociale e il proliferare e la facilità d’accesso al gioco aumentano in modo esponenziale il fenomeno.

intervista_03Con il D.L. 158/2012 del 17.10.2012, il cosiddetto Decreto Balduzzi, le patologie da gioco d’azzardo sono state inserite nel LEA, Livelli essenziali di assistenza, e pertanto, avendo riconosciuto la dipendenza dal gioco una malattia, assegna al Sindaco dei comuni, essendo egli sul territorio di sua pertinenza autorità sanitaria con competenza generale, l’agio di intervenire a tutela della salute dei cittadini.

L’equipe del Sert, Servizio Tossicodipendenze, dell’Asl 8, zona Valdarno aretino, ad esempio, lavora dal 2007 per l’assistenza e il recupero dei giocatori patologici. Alla data del 15.09.2014 erano 109 le persone assistite dai 10 comuni di riferimento. Alla stessa data erano 380 le persone curate per tossicodipendenza e 250 per alcolismo. Considerato che da minor tempo si ha consapevolezza del male causato dall’incontrollato impulso al gioco, che nel primo caso ci si trova in presenza di dipendenza comportamentale e nelle altre due da sostanze, si ritiene di poter dire trattarsi di incidenza significativa. Il 72% delle persone seguite sono di sesso maschile, il 28% femminile; il 14% comprese nella fascia d’età dai 18 ai 35 anni, il 49% dai 36 ai 50, il 26% dai 51 ai 65, l’11% oltre i 65; il 24% ha un livello di istruzione medio-superiore, il 67% licenza media, il 7% licenza elementare; il 22% è formato da celibi o nubili, il 63% da coniugati, il rimanente 15% da individui di altro stato civile; il 17% è costituito da pensionati, il 51% da dipendenti, il 5% da autonomi, il 21% da disoccupati, il 2% da precari, il 4% da casalinghe.

Le dimensioni sociali ed economiche del fenomeno su tutto il territorio nazionale sono rilevanti. Sono i numeri di un’emergenza ben più grave delle tante dibattute a consunzione dai media e dunque, c’è da pensare, sottaciuta a beneficio di alcuni interessi. Nel dossier denominato “Azzardopoli”, prodotto da “Libera”, che fotografa la situazione al 2012 viene stimato tra gli 88 e i 94 miliardi di euro il fatturato del gioco d’azzardo. Si discute, dunque, di cifre pari al 4% del PIL prodotto e della 3° industria nazionale dopo ENI ed ENEL. La spesa pro capite annua oscilla tra i 1703 e i 1890 euro; le persone che hanno problemi di dipendenza si attestano tra le 500mila e le 800mila, ma sarebbero, e i dati, considerati tutti i parametri, ben attendibili, 2 milioni quelle a rischio.

Nel dossier di Libera si prevede , nell’anno di riferimento dell’indagine, il 2012, un introito per lo Stato di 8 miliardi di euro, ricavati dalle tasse versate dai concessionari dei giochi, ma al contempo si calcolano tra i 5,5 e i 6,6 miliardi i costi sociali e sanitari che il gioco d’azzardo patologico comporta per la collettività. A questi vanno aggiunti 3,8 miliardi di euro per mancato versamento dell’Iva, nel caso in cui la cifra di 18 miliardi, sul fatturato complessivo, che non torna ai giocatori sotto forma di montepremi, fosse stata utilizzata in altro modo.

Nel gioco d’azzardo pasce e ingrassa la criminalità organizzata e ha due canali di attività e di guadagni: l’illegale e il legale. I guadagni dal canale illegale vengono stimati in 15 miliardi di euro: scommesse e bische clandestine, slot non collegate al terminale del Ministero della Finanza, per cui vengono cancellati i movimenti di soldi, non si versano le tasse e non si pagano i premi ai giocatori. Ma le organizzazioni criminali, 41 clan del gotha malavitoso, partecipano anche al pingue affare legale del gioco: invero col solito sistema dei prestanome si assicurano la distribuzione e la gestione delle macchine mangiasoldi e dunque gli affari pure nei locali con regolare autorizzazione al gioco , grazie anche alle sviste delle potentissime società concessionarie, le 10 “ sorelle”, come ad esempio Sisal, Lottomatica, SNAI, Hbg, Gamenet, la maggior parte con finanziarie ubicate nei paradisi fiscali. Dunque la criminalità occupa uno spazio largo dell’offerta formalmente legale. Le macchinette sono ideali per il riciclaggio del denaro sporco e per la mediazione del consenso nelle contrade ad alta densità criminale: nei quartieri di Catania controllati dal clan Santapaola, le sale giochi stanno sostituendo consistentemente i negozi. Confindustria afferma che il gioco legale bloccherebbe l’espansione dell’illegale. Di diverso parere sono la Consulta Nazionale Antiusura e “Mettiamoci in gioco”, secondo le quali i due mercati non si separano e non entrano in concorrenza, ma si potenziano reciprocamente. Anche quando il giro d’affari cresce, le entrate per lo Stato percentualmente decrescono: si è passati dal 29,4% del prelievo nel 2004 all’8,4% nel 2012, mentre nello stesso periodo considerato il fatturato è aumentato del 400%. Invero la debolezza patologica delle vittime è un’assicurazione di crescita costante, lo Stato controlla male e il favore accordato all’azzardo è dimostrato dalla tassazione bassissima, meno del 10% fino ad arrivare a meno del 2% per i giochi on-line. Eclatante il fatto che nel 2013 le industrie del gioco erano debitrici verso lo Stato per circa 100 miliardi di tasse evase, ma la Corte dei Conti ha concesso loro di pagare solo il 2,5%, uno sconto del 97,4%.

La cosa assurda è che lo Stato continui a pubblicizzare il gioco benchè, in termini di risorse, il mercato dell’alea bruci più di quanto trasferisca effettivamente all’erario: la mano pubblica infatti riesce a prelevare al massimo il 12% della spesa iniziale. Il paradosso è che nonostante il codice penale consideri tuttora illegale il gioco d’azzardo, una considerevole legislazione in deroga permetta al mercato del rischio di conquistare sempre nuovi spazi. Il sostegno concesso ad ogni forma di scommesse è trasversale. Dagli anni ’90 il divieto del gioco d’azzardo si è trasformato in modo sostanziale; la Cassazione e il Consiglio di Stato sintetizzarono così il fondamentale cambiamento avvenuto: “la legislazione italiana si propone non già di contenere la domanda e l’offerta di giuoco, ma di canalizzarla in circuiti controllabili al fine di prevenire la possibile degenerazione criminale”. E così nel 1997 il governo Prodi introdusse la doppia giocata di Lotto e Superenalotto e le sale scommesse; nel 1999 il governo D’alema fece nascere le sale Bingo; nel 2003 toccò al governo Berlusconi avviare le Slot machine; nel 2005 ancora Berlusconi fece iniziare la terza giocata del Lotto e le scommesse Big Match; nel 2006 il governo Berlusconi diffuse i nuovi corner e i punti gioco per le scommesse; nel 2008 con Prodi furono promossi i giochi telefonici e per sms e venne reso legale il gioco d’azzardo on-line; nel 2009 l’ennesimo Berlusconi immise nuove lotterie ad estrazione istantanea, gratta e vinci, nuovi giochi numerici a totalizzazione nazionale e sancì la nascita delle VideoLottey per permettere di spendere più denaro; nel 2011, per guadagnare la fascia del più benemerito, il governo Berlusconi istituì il gioco del Bingo a distanza, l’apertura di ben 1.000 sale da gioco per tornei di poker dal vivo, l’aumento del numero delle VideoLottey fino al 14%, l’apertura di 7.000 nuovi punti vendita di scommesse ippiche e sportive, ampliò l’offerta di giochi numerici, immise un nuovo gioco promosso in ambito europeo, un concorso aggiuntivo mensile del Superenalotto e infine sancì le modalità di funzionamento “dei giochi di sorte legati al consumo”, una sorta di azzardo elaborato per coloro che vanno a fare la spesa e che invece di ritirare il resto se lo giocano…

Ora, immaginare che simili follie possano scaturire da un sia pur cinico proposito di far cassa a favore del disastrato bilancio pubblico apparirebbe miope. Le 10 concessionarie sono potentissime, si è incrementato fino all’inconcepibile il peso del denaro nella politica e questa è divenuta un investimento personale e il sistema corruttivo, lo sanno ormai pure i sassi, è lo strumento per stringere gli innominabili interessi, pesa sulla collettività quanto più finanziarie e costituisce l’aspetto amministrativo del fenomeno criminale. L’11 febbraio 2013 Matteo Iori, presidente del CONAGGA, ha tenuto una conferenza stampa sui rapporti tra politici e lobby dell’alea, relazione richiamata nell’interrogazione al Senato presentata da un gruppo di senatori nella seduta n.141 del 26.11.2013. Ciò che ne emergerebbe è sconfortante. E’ alto il numero dei politici entrati nel business del gioco d’azzardo, come l’ex ministro Augusto Fantozzi, divenuto presidente della multinazionale SISAL; oppure Vincenzo Scotti, nominato presidente di ASCOB, che insieme a Luciano Consoli, uomo di fiducia di D’Alema, fondò “Formula Bingo”; ovvero il presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia Edouard Ballaman, che avrebbe ottenuto l’assegnazione “pilotata” di una sala Bingo.

Anche i figli dei politici si sono introdotti nell’affare: Pellegrino Mastella, figlio dell’ex ministro della giustizia Clemente, che attraverso la SGAI sarebbe stato in società con la Betting 2000 dei fratelli Grasso, indagati per gravissimi reati; Jacopo Dell’Utri, figlio di Marcello Dell’Utri, che a Milano, tramite Finanziaria Cinema, avrebbe gestito sale da gioco in società con la Jackpot game di Antonio Cannalire, uomo di fiducia di Massimo Ponzellini, ex presidente di BPM, coinvolto in un’indagine per una tangente da 2 milioni di euro destinata all’ex consigliere regionale PDL Onofrio Amoruso da parte di Bplus che a sua volta era anche proprietaria degli apparecchi gestiti da Jackpot game. Infine Mondadori, presieduta da Marina Berlusconi, acquisì il controllo di Glaming attiva nell’azzardo on-line pochi giorni prima che il governo del papà liberalizzasse nuovi giochi d’azzardo on-line.

Altri politici furono ingaggiati direttamente dai concessionari: Atlantis, proprietà del figlio di Gaetano Corallo, che a quanto risulta sarebbe legato alla cosca mafiosa dei Santapaola, assunse come procuratore italiano Amedeo Laboccetta, PDL, e ne sostenne la campagna elettorale con 50.000 euro. Il Laboccetta, mentre era in corso una perquisizione, tornò negli uffici romani di Atlantis e, invocando l’immunità parlamentare, si portò via un computer che la Guardia di finanza era interessata a sequestrare. Mentre l’ultimo governo Berlusconi sdoganava nuovi giochi e concessioni, con un balzo della spesa per gioco del 30% in un solo anno, Lottomatica concentrava i propri investimenti pubblicitari sulle reti Mediaset con 13,1 milioni di euro contro solo 5,2 sulle reti Rai. La SISAL addirittura 17,7 milioni su Mediaset, 1,2 su Rai. Si accumulano poi i finanziamenti indiretti a vantaggio delle fondazioni: Lottomatica ha investito 30.000 euro in pubblicità sulla rivista diretta dal ministro Bray, titolare del dicastero dei beni e delle attività culturali del governo Letta. La rivista è “Italianieuropei”, appartenente alla fondazione riconducibile a D’Alema. SNAI e Lottomatica finanziarono con 20.000 euro la fondazione “Vedrò” di cui facevano parte ancora l’ex ministro Bray, altri ministri del passato governo, nonché lo stesso Presidente del consiglio Letta. Ma Letta compare anche per finanziamenti diretti. Così come Gianni Alemanno a cui SNAI diede 60.000 euro per la campagna elettorale. Ma SNAI elargì pure 150.000 euro alla Margherita, 30.000 all’UDC, 45.000 ai DS, pari somma al Movimento Autonomie di Lombardo. Hbg rifornì Enrico Letta con 15.000 euro. Ad oggi non risultano smentite su questi fatti diffusi dal presidente del CONAGGA, né da parte dei diretti interessati, né da parte dei partiti. Con decreto-legge n.300 del 2006, convertito nella legge n.17 del 2007, il cosiddetto “milleproroghe”, il governo Berlusconi ha innalzato a 50.000 euro il limite di trasparenza per donazioni e finanziamenti e pertanto almeno alcuni di questi contributi sfuggirebbero ad ogni riscontro, ma la rilevanza politica ed etica rimane intatta.

Tuttavia don Armando Zappolini, promotore della campagna “Mettiamoci in gioco”, particolarmente impegnata nella società civile a combattere tale fenomeno, mi segnala un piccolo segno di inversione di tendenza da parte dell’attuale governo: la sostituzione, dopo ben tre governi, di Berlusconi, di Monti, di Letta, del sottosegretario con delega ai monopoli Giorgetti, di Forza Italia. E due novità incoraggianti: l’impegno di un gruppo di parlamentari e in particolar modo di Di Maio, del M5S(gruppo attivo contro il gioco), e Lorenzo Basso, del PD; e soprattutto il già ricordato decreto Balduzzi. E tuttavia esso, come sostengono pure le operatrici del SERT Valdarno, risulterebbe inefficace e inutile se non venissero portate a termine, in modo puntuale e rapido, le procedure perché il riconoscimento del gioco d’azzardo patologico come malattia produca gli effetti attesi e non fossero attuate le previsioni in esso contenute: regolamentare la pubblicità, vietando quella che non contrappone alla possibilità di vincere la maggiore di perdere e quella che crea illusioni di vincita facile, stabilire una moratoria sui nuovi giochi finchè non saranno noti i risultati delle ricerche sui rischi delle attuali politiche in materia. E ancora, dice don Armando, altra misura d’urgenza sarebbe introdurre la tracciabilità delle giocate e insomma non abolire il gioco ma limitarne al massimo la potenzialità distruttiva della volontà e della vita di relazione.

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