Pubblicato: lun, 10 Feb , 2014

Sonia Alfano e Valeria Grasso: stesse “scelte di vita”

L’incontro con gli studenti del liceo “Danilo Dolci” di Palermo

DSC_0019 (FILEminimizer)Si è tenuto questa mattina, presso l’aula magna del liceo “Danilo Dolci” di Palermo, un incontro di riflessione e testimonianza con il presidente della Commissione Antimafia europea Sonia Alfano e l’imprenditrice antiracket Valeria Grasso, dal titolo “Una scelta di vita”, inserito all’interno del progetto Legalità, che vede protagonisti gli studenti di tale istituto. All’incontro erano presenti anche alcuni esponenti delle associazioni Cittadinanza per la Magistratura e Liberisempre, e i coniugi Vincenzo e Augusta Agostino, genitori di Antonino Agostino, il poliziotto ucciso nel 1989 a Villagrazia di Carini insieme alla moglie Ida.

Come ha sottolineato il preside Domenico Di Fatta, «Sonia Alfano è stata ospite di Valeria Grasso nella due giorni in cui abbiamo “adottato” e riaperto la sua palestra ed è nata dai ragazzi stessi la richiesta e l’esigenza di un ulteriore incontro con Sonia, per porle tante domande. […] Io stesso le ho chiesto se c’è la possibilità di darci una mano per cercare di recuperare la palestra per la scuola». Il liceo “Danilo Dolci” fa parte, insieme al liceo scientifico “Ernesto Basile” di un complesso di edifici confiscati alla mafia, precedentemente gestiti dalla famiglia Ienna per conto dei Graviano, oggi assegnato alla Provincia, ma non a titolo gratuito. «Proviamo a seminare legalità, ma qui manca tutto, non abbiamo né un impianto di riscaldamento, né una palestra. Parliamo di modelli da seguire, ma qui non è sicura neanche la strada che porta all’istituto», ha aggiunto il dirigente scolastico. «C’è un grossissimo spazio al quale non possiamo accedere. Si tratta di uno scantinato situato sotto la casa del portiere della scuola. Se si dissequestrasse, potremmo creare lì la nostra palestra, di cui al momento non disponiamo. Magari aprendola al pubblico». A coordinare il progetto Legalità è il professore Luigi Barbieri. «Oggi abbiamo voluto unire le storie di Valeria Grasso e di Sonia Alfano: due situazioni che hanno in comune la sofferenza, il dolore. Abbiamo voluto intitolare questa giornata “Una scelta di vita”, perché ci ponevamo una domanda alla quale ci sentiamo di dare una risposta: davanti ad un’esperienza del genere, una persona, una donna avrebbe potuto chiudersi nel dolore e dire “Basta!”. Loro due, invece, stanno lottando. In maniera diversa, certo, ma avendo in comune una sensibilità unica. Se Sonia è qui, non è soltanto perché è stata importante nella vita di Valeria, ma anche perché i ragazzi hanno chiesto di poter riascoltare la sua storia». In riferimento al progetto Legalità e al percorso avviato insieme ai suoi ragazzi, il professore ha poi aggiunto con orgoglio che «dieci anni fa un progetto del genere non si sarebbe potuto realizzare, ma oggi il contesto è molto cambiato, sentiamo la solidarietà delle famiglie degli studenti che hanno fatto superare le 40 adesioni, al punto che abbiamo dovuto estendere il progetto anche ad altre classi».

«Io oggi mi sento a casa, come se fossi in famiglie ed io figlia vostra», ha detto Valeria Grasso. «Ci tenevo tantissimo che voi incontraste Sonia e che lei rispondesse alle vostre domande, oltre che per il suo importante ruolo istituzionale, soprattutto perché è stata fondamentale nel mio percorso. Lungo il mio cammino ho incontrato tante persone, che poi magari mi hanno presa in giro, piuttosto che aiutarmi. Sonia Alfano oggi è qua perché io voglio che voi sappiate che fortunatamente esistono delle istituzioni serie e di cui possiamo fidarci. Sonia Alfano è una donna che con la sua purezza, mi ha insegnato tante cose. Prima fra tutte, a combattere. Mi ha insegnato anche che la mafia non è soltanto quella che immaginiamo, ma l’illegalità si nasconde dietro a tante cose, approfittando spesso del dolore della gente».

«A me non dispiace assolutamente parlare del mio dolore, il quale non si può dimenticare, ma si impara a vivere in maniera diversa. Ogni volta che parlo della mia esperienza, è come se riuscissi a trasferire il mio vissuto». Inizia così il racconto di Sonia Alfano, che ha ripercorso la storia di suo padre Beppe: «un professore con l’hobby per il giornalismo d’inchiesta», descrivendo il contesto mafioso della Sicilia orientale dell’epoca, in cui la cittadina messinese di Barcellona Pozzo di Gotto faceva, indisturbata, da sfondo. «Io avevo 21 anni quando, quasi sotto casa, è stato ucciso l’8 gennaio del 1993 con tre colpi di pistola. L’ultimo glielo spararono in bocca. Per tanti anni non capii il perché di quel colpo in bocca. Lo capii molto tempo dopo. Volevano lanciare un segnale a chi restava: “Questa è la fine che fate, se continuate a parlare”. […] Se pensate che in questi lunghi 21 anni sia venuto qualcuno a dirci “Non vi preoccupate, avrete giustizia”, ragazzi, vi sbagliate. Non è venuto nessuno. Mai».

Il processo per l’omicidio di Beppe Alfano è iniziato il 2 maggio 1995 e Sonia è stata interrogata la prima volta il 28 giugno dello stesso anno. «Su mio padre fu detto che era fimminaro e che aveva un sacco di relazioni extraconiugali; fu detto che era stato ucciso da qualche genitore dei suoi alunni, perché girava filmini pornografici alle sue alunne; fu detto di tutto e di più. Pensate che una volta si presentò in tribunale una ragazza incinta con evidenti e seri problemi psicologici. Disse al giudice di turno che lei era stata violentata da mio padre. La ragazza era incinta di quasi sette mesi e mezzo. Ma era il 1996 e mio padre era morto nel ’93. Tempo dopo la ragazza ammise di essere stata pagata per andare in tribunale e mentire». L’onorevole Alfano ha ricordato anche di quando, sempre quel 28 giugno 1995, l’avvocato della persona che è stata poi condannata con sentenza definitiva per l’omicidio del giornalista, le chiese che rapporto avesse con suo padre. «Io risposi che era un normalissimo rapporto tra un padre e una figlia. Tutti sapevano che avevamo un rapporto meraviglioso ed eravamo molto legati. Ma l’avvocato continuò a domandare: “Secondo lei, suo padre ha mai avuto nei suoi confronti qualche atteggiamento molto morboso e poco da padre?”. Io sono rimasta, credetemi, di ghiaccio. Mi sono allora girata verso i magistrati e il giudice, perché ero convinta e mi aspettavo che qualcuno di loro dicesse a questo signore: “Ma che sta dicendo?”. Invece no, c’è stato il silenzio assoluto. Tutti zitti. E io là ho capito e in venti secondi è come se mi fosse passato davanti il film della mia vita. Mi sono rigirata verso l’avvocato e gli ho detto: “Senta avvocato, se lei ha figli, io mi vergogno per loro, perché hanno un padre come lei!”. A quel punto hanno dovuto interrompere per qualche minuto l’interrogatorio. Avevano capito che davanti non avevano una ragazzina, la figlia. Si sono trovati davanti una iena che non si fermerà mai, finché non otterrà quello che le spetta, e cioè: il riconoscimento della verità e dignità per mio padre. Perché mio padre non era quello che hanno cercato di fare intendere loro. Ci sono tre sentenze della Corte di Cassazione che dicono che Beppe Alfano è stato ucciso per la sua attività di indagine».

C’è poi la questione della pistola utilizzata per commettere l’omicidio e che non è stata mai ritrovata. Sonia Alfano è convinta che sia passata per le mani del boss barcellonese Rosario Pio Cattafi, detto “l’avvocaticchio”. «Poco tempo fa, nel corso di un’udienza, ha detto: “L’onorevole Alfano è convinta che quella pistola sia passata da me. E anche se fosse, che fa? Glielo vado a dire a lei?”. A me suona quasi come un’ammissione. Invece questo signore sta “trattando”. Chiamasi “scorcio di trattativa”».

E ancora, rivolgendosi ai tantissimi ragazzi presenti, ha aggiunto: «Davanti a tutto questo, credetemi, la forza ti viene. Perché tuo padre ti è stato strappato in quel modo, ma è terribile sentire quello che dicono ancora su di lui e sulla mia famiglia. Pensate che ci sono arrivate delle lettere anonime, dove si parla di violenze allucinanti che avremmo subìto io, i miei fratelli e mia madre. Le stesse lettere sono state mandate alle autorità giudiziarie, ma anche ad amici nostri, come Beppe Fiorello. Questo perché aveva deciso di fare una fiction su mio padre. […] Quello che tengo a dirvi è che la forza, anche quando vi sembra di crollare, dovete trovarla dentro di voi. A volte forse è necessario toccare il fondo per potersi rialzare. Ma per rialzarci dobbiamo essere da soli. Gli altri possono starci accanto, consolarci, compatirci, ma la forza arriva solo da noi».

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