Pubblicato: ven, 24 Mar , 2017

“Se il male è così diffuso è perché le ingiustizie si sono alleate con le nostre omissioni”.

Il 21 marzo a Prato per la Giornata della memoria.

 

     Eravamo, c’è chi dice 3mila, chi 3mila e 500, il 21 marzo 2017 a Prato, per la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie, in una delle città d’Italia che hanno ospitato la manifestazione del Paese civile; comunque eravamo tanti, un lungo corteo che ha sfilato per le vie del centro, fino ad arrivare in Piazza delle Carceri. In grande maggioranza erano giovani.

E sulla piazza sono state ricordate le quasi mille vittime innocenti delle mafie, donne e uomini uccisi perché hanno chiesto e hanno amministrato giustizia, perché hanno informato nella libertà e nell’indipendenza, perché si sono rifiutate di sottostare al pizzo dell’antistato, o semplicemente perché si sono trovati lì dove le mafie hanno esibito il loro volto di morte.

Sì, in grande maggioranza erano giovani a chiedere di liberare il Paese dal potere criminale. “Siete belli” ha detto Andrea Bigalli, coordinatore di Libera per la Toscana. Li ho guardati anch’io, uno per uno quei ragazzi, tutti quelli, un fiume, che mi sono passati davanti sfilando o sulla piazza, durante la lettura dei nomi delle vittime innocenti che hanno ascoltato in silenzio, con la maturità e la coscienza già grandi, e ho avvertito anch’io netto tale sentimento, estetico ed etico: erano tutti bellissimi dietro i loro striscioni preparati in povertà di mezzi ma ricchezza di entusiasmo, belli come le loro frasi meditate e significanti, belli nei loro colori e abbigliamenti giovanili, belli come le loro attese nonostante che gli adulti continuino ad ingannarli, belli come i loro volti che guardano la vita, belli nella loro aspirazione al noi, prima di incappare nella società egoista e del cieco individualismo.

Proprio qualche giorno fa ho udito un sessantino, impiegato pubblico di Prato per l’appunto, con un enorme stomaco, il passo tardo e lo sguardo bavoso in direzione delle ragazzine che appena si arrotondano, dire che i balzelli dei principi erano giustificati perché davano in cambio qualcosa ed è giustificato il pizzo delle mafie perché in cambio danno protezione, mentre le tasse dello Stato sono un furto, un sopruso. C’è ancora da notare che era un calabrese ma da tempo trapiantato in Toscana. E’ anche questa, ahimè, l’Italia: una classe media che non riesce ad emergere dal feudo, imbecille. A questa maggioranza silenziosa, indifferente, noncurante, irresponsabile si rivolge lo scrivano della mafia: “Ciotti sbirro, più lavoro e meno sbirri”.

Ecco, i primi amici della mafia sono quelli che stanno da parte o da una parte, sempre attenti a non compromettersi, fan di quanti sparlano bene, ma in pantofole ad ascoltare le consuete risse dallo schermo, o al bar dello sport ad accapigliarsi per il rigore contrario alla casacca preferita che è l’unica fede, con una brutta carica di rancore e violenza celata nella bile, e quindi proni ad inveire contro il diverso.

“La mafia si annida nell’indifferenza, nella superficialità, nel quieto vivere, nel puntare il dito senza far nulla perché vuol dire venire meno ad un senso di responsabilità, coraggio e umiltà non richiedono eroismi ma generosità e responsabilità, consapevolezza e responsabilità. Dobbiamo ribellarci tutti all’impotenza”, ha detto Luigi Ciotti a Locri. Non è imbattibile la mafia: basterebbe il cuore e la mente degli uomini di buona volontà. “Se il male è così diffuso è perché le ingiustizie si sono alleate con le nostre omissioni”, ha aggiunto il fondatore di Libera. E basterebbe conservare la bellezza, difenderla, non farla appassire la bellezza della primavera, della gioventù che non si rassegna; così ha detto Peppino Impastato “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. E’ per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione, ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”

A Prato il 21 marzo, mentre i giovani sfilavano e riempivano di colori le strade, un vecchio in bicicletta batteva le mani e diceva che tutti sentissero “vi voglio bene ragazzi, non abbassate la testa e lottate contro la mafia e la droga”

No, ragazzi, non abbassatela la testa, non fate morire la speranza, non ascoltateli quando vi diranno che è più conveniente non credere a niente, che contano solo gli zeri sul proprio conto corrente e il rombo del proprio motore. Il lavoro che offre la mafia è il galoppino della droga e il prestanome di proprietà altrui, nient’altro; doversi nascondere nell’intercapedine del bagno o nel sottofondo del pavimento come topi perché un altro magazzino si aggiunga alla catena dei propri supermercati dalla titolarità abrasa, o occultare capitali nei paradisi fiscali, o far parte di elenchi segreti significa aver fallito la qualità della propria vita e della propria umanità.

Vi siete ritrovati nelle piazze d’Italia per chiedere giustizia, per chiedere che tutti abbiano il diritto di un lavoro pulito, che serva a se stessi e agli altri, per rivendicare la libertà di stare insieme, di essere noi. E se gli sbirri sono per garantire tali principi di civiltà, allora sì, siamo tutti sbirri.

Fulvio Turtulici

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