Pubblicato: sab, 16 Mar , 2013

Renato Schifani, l’avvocato di mafia

Nel 1983 Giovanni Bontate, il boss di Cosa Nostra, si affidò a un legale ancora poco noto. Che lo difese fino alla Cassazione. Era il futuro presidente del Senato

 

 

NEWS_107929Ripubblichiamo un articolo di Lirio Abbate e Gianluca Di Feo comparso su l’Espresso del 4 novembre 2010. Nulla di penalmente rilevante. Ma politicamente, a nostro giudizio, sì.

Il 4 dicembre 1983 dal carcere dell’Ucciardone parte una raccomandata. E’ firmata da Giovanni Bontate, l’uomo più ricco di Cosa nostra, fratello del padrino Stefano che armi alla mano aveva lottato per fermare l’ascesa dei corleonesi ed era stato ucciso su ordine di Totò Riina: l’ultimo esponente della famiglia mafiosa più importante di Palermo. Giovanni Bontate è ancora temuto, ma tutte le sue proprietà – immobili e aziende per un valore di decine di miliardi di lire – sono finite sotto sequestro.

Per questo dalla cella decide di affidarsi a due difensori di fiducia, un penalista e un brillante civilista, Renato Schifani.
L’attuale presidente del Senato all’epoca aveva 33 anni ed era un giovane avvocato di belle speranze. Di quell’incarico, che segnò il suo ingresso tra i nomi di rilievo del foro di Palermo, Schifani non ha mai parlato. Due mesi fa, di fronte alle rivelazioni di Gaspare Spatuzza che ne hanno determinato l’iscrizione nel registro degli indagati con l’ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa, il suo portavoce ha precisato: “La sua pregressa attività di avvocato è stata sempre improntata al pieno e totale rispetto di tutte le leggi e di tutte le regole deontologiche proprie dell’attività forense”.

Negli atti di quel procedimento Schifani, come legale di Giovanni Bontate, ha prodotto corpose memorie difensive, seguendo il tesoriere di Cosa nostra fino alla Cassazione. L’avvocato non si è mai occupato delle questioni penali, ma soltanto di contestare il sequestro dei beni ed impedire che venissero confiscati. Per quasi cinque anni ha assistito il boss, studiandone le proprietà per sostenere con minuziosi interventi la legittimità delle sue ricchezze e soprattutto cercando di dimostrare i limiti dell’attività degli investigatori. In ballo c’erano due grandi società di costruzione, decine di appartamenti ma si discute anche di alcuni agrumeti – acquistati negli anni Settanta per circa mezzo miliardo di lire – intestati a Giovanni e al fratello Stefano, nomi che dominavano le cronache di mafia dell’epoca.

Con precisione e competenza, l’avvocato Schifani analizza i fondi del suo assistito, fa le pulci alle iniziative della procura e della Guardia di Finanza. E’ una sorta di causa pilota, perché la legge Rognoni-La Torre era recentissima: era stata approvata meno di un anno prima, sulla scia dell’orrore per l’omicidio del parlamentare comunista Pio La Torre. Per questo l’avvocato Schifani congegna una difesa molto articolata, ispirata a principi garantisti, criticando l’uso di tutte le indagini precedenti la legge ai fini dei provvedimenti di sequestro. Analizza uno per uno i beni di Giovanni Bontate – una figura di mafioso borghese, laureato in legge e attivissimo dal punto di vista imprenditoriale mentre gestiva il traffico di droga con gli States – sottolineandone la congruità con il tenore di vita, anche se in un passaggio si fa riferimento al condono fiscale che rende difficile confrontare i redditi dichiarati con quelli reali. Discute nei dettagli vita e opere della Atlantide Costruzioni, un’azienda controllata dal suo assistito che poi nel 1996 verrà indirettamente citata nelle prime indagini sui presunti rapporti tra l’entourage berlusconiano e Cosa nostra.

Nella sua memoria difensiva, Schifani sottolinea più volte i “fondati e sostanziali rilievi di incostituzionalità della legge Rognoni-La Torre” che inverte l’onere della prova: sono i mafiosi a dover dimostrare come hanno fatto a guadagnare i loro beni per evitare che il sequestro divenga confisca. Proprio questo era stato l’elemento rivoluzionario di quel provvedimento, che aveva costretto Cosa nostra a riorganizzare l’investimento dei colossali profitti del narcotraffico sull’asse Palermo-New York dominato dai Bontate. Fenomeni criminali ampiamente descritti nella documentazione usata da Schifani nelle udienze per tutelare il suo assistito, che intanto veniva condannato a nove anni nel maxiprocesso.

L’attività legale prosegue fino alla Cassazione, cercando di evitare che lo Stato incamerasse il più grande sequestro di beni realizzato in quella drammatica stagione segnata dai novecento morti della guerra di mafia scatenata da Totò Riina. Ma a rendere superflua l’opera dell’avvocato furono i killer corleonesi: nel settembre 1988 Giovanni Bontate, agli arresti domiciliari per motivi di salute, e la moglie vennero assassinati in uno degli ultimi delitti eccellenti di quella stagione. Automaticamente, con la loro morte una parte del sequestro venne annullata e altre misure di prevenzione furono bloccate: case e terreni vennero riconsegnati agli eredi che ne sono ancora i legittimi proprietari. Un buco nero nella legge Rognoni-La Torre, nata come provvedimento d’emergenza, cancellava infatti ogni misura al momento del decesso del boss.

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