Pubblicato: mer, 1 Nov , 2017

Quanto costi, punciutu?

Educando si polverizza la mafia.

Mi chiesero di scavalcare la staccionata, mi dissero che stavo disprezzando nomi famosi di quel mondo solo perché loro si erano arricchiti ed avevano avuto successo. Il motto era: meglio un furbo disonesto che un onesto povero. A sentirli, la stima era dovuta e pretesa per quegli uomini che si erano fatti da soli arrivando agli apici, il come ci fossero riusciti non importava. Chi non li apprezza è per invidia, volpe che non arriva all’uva. Con qualche tornaconto personale, anche io certamente avrei avuto una considerazione diversa, dicevano. Eppure, quando videro che nonostante le occasioni la risposta era sempre tassativamente negativa, si sorpresero nel constatare che ero uno di quei poveracci che ci crede per davvero e non scende a compromessi. Era una scelta che suonava strana.

Ma allora, cos’è normale?

In una società in caduta libera, l’approvazione sociale è sempre più tarata sull’avere e l’apparire.

Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo (La tua giustizia non è la mia, dialogo tra due magistrati in perenne disaccordo, 2016) spiegano che i precetti del diritto sono vivere onestamente, non ledere gli altri, attribuire a ciascuno il suo.

Le leggi non sono sufficienti per garantire il rispetto dei diritti soggettivi e collettivi, intersecandosi con le esperienze di vita quotidiana ed il consenso sociale. Normalmente, chi denuncia comportamenti illeciti è considerato una spia. Ciò significa che la mentalità generale sta dalla parte dell’illecito. Non a caso, il sistema mafioso è uno stato nello stato, spesso più efficiente di quello istituzionale.

Alla base di un radicamento così profondo vi è un grosso problema culturale, che porta a preferire il clientelismo, la scorciatoia dei favori, l’arricchimento veloce, il perseguire sempre e comunque il proprio interesse personale.

Una volta un amico mi fece notare come il cercare banalmente di saltare la coda e superare le persone in attesa rientri in quell’atteggiamento del furbetto italiano. Ed è proprio così. Come si può sconfiggere la mafia quando il suo clichè di pensiero è lo stesso identico a quello della maggioranza del popolo?

Siamo intrisi, impregnati di costumi di tipo mafioso, e pochi sono disposti al cambiamento.

I criteri tipicamente clientelari e l’apologia dell’omertà si vedono già dai primi anni di scuola, oltre al recente e strabordante fenomeno del bullismo.

Indurre legalità e rispetto reciproco, porta l’individuo a valutare le circostanze andando oltre al proprio vantaggio immediato. Ex-ducere, significa esteriorizzare quello che una persona può esprimere, le buone inclinazioni dell’animo. E’ anche allevare, cioè far crescere, conducendo l’uomo fuori dai suoi difetti. Inoculare, quindi, abiti di moralità, che sono ciò che ci distanzia dagli istinti primitivi e animaleschi.

I grandi educatori carismatici hanno sempre infastidito la mafia, perché creano una concreta alternativa al rapportarsi con gli altri tramite soprusi. Si può essere rispettati senza essere “uomini di rispetto”. Educando si toglie alla mafia l’acqua nella quale naviga.

Sollecitare le persone a scelte responsabili, spezzando omertose catene e scorciatoie facili, è l’unica possibilità per un Paese in ginocchio.

Era il 1838 quando Pietro Calà Ulloa, funzionario del Regno delle Due Sicilie scriveva che «.. in molti paesi ci sono delle fratellanze, specie di sette, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di fare esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggerlo, ora d’incolpare un innocente… Molti alti magistrati coprono queste fratellanze di una protezione impenetrabile.» (S. Scarpino, Storia della mafia)

Dal dominio dei latifondi, spregiudicati e violenti riscuotevano il prezzo della loro protezione a nobili e contadini. Progressivamente controllarono il mondo rurale, i trasporti, l’attività mineraria, gli allevamenti; sottomisero al loro dominio la delinquenza urbana, i tribunali, la polizia, i centri del potere. I mafiosi erano imprenditori, organizzatori della produzione, giudici, gendarmi, esattori delle tasse.

Dopo la seconda guerra mondiale la mafia ha spostato definitivamente il suo centro tra Roma e Milano, inserendosi anche nei partiti e negli affari più lucrosi.

Nel 1978, il 9 maggio vi furono due omicidi. Aldo Moro, politico e giurista, fulcro della Democrazia Cristiana, Presidente del Consiglio, rapito dalle Brigate Rosse, venne ucciso dopo 55 giorni di prigionia. La stessa notte, gli italiani persero anche Peppino Impastato, un giovane giornalista, attivista e poeta, noto per le sue denunce contro le attività di Cosa Nostra. Si stava interessando troppo attivamente al delitto della Casermetta di Alcamo Marina, parlò anche di un campo militare gestito da personaggi della destra eversiva. Era una delle basi segrete di Gladio, l’organizzazione paramilitare attiva dal dopoguerra che aveva il compito di limitare e/o distruggere i comunisti fino agli anni ’50, ma rimasta attiva anche successivamente. Carabinieri collusi, il capo dell’organizzazione seduto in parlamento.

Cosa Nostra era stata contattata per tempo da Roma e ne ascoltava le direttive. La storia ci rivelò poi che il Ministro dell’interno Cossiga e il neo capo del governo Andreotti avessero informazioni dall’intelligence su dove era stato segregato Aldo Moro, e che si recarono in via Caetani “due ore prima di quanto la storia e i verbali abbiano tramandato”. (Paolo Guzzanti sul Giornale, La bomba umana dell’agente Raso e testimonianza del ministro Claudio Signorile). In contemporanea, il caso Impastato stava disturbando. L’appoggio logistico (di Gladio, P2 e Cosa Nostra) anche in Sicilia comportava complicità e collaborazioni.

Peppino venne liquidato per mano del boss Tano Badalamenti, che eseguì gli ordini degli uomini vestiti in grigio. Molti anni dopo, il boss Balduccio Di Maggio rivelò di aver visto Totò Riina, il capo di Cosa Nostra, baciare rispettosamente Andreotti nella Palermo del 1987. Lo stesso Riina, un paio di anni fa, ha confermato l’incontro con il Divo.

Sempre in quegli anni qualcosa si muoveva con Pio La Torre, quando inizò a lavorare in Commissione Parlamentare Antimafia. A lui si deve la legge che introduce il reato di associazione mafiosa art. 416 Bis c.p. con sequestro e confisca dei beni ai mafiosi, approvata solo dopo il suo assassinio avvenuto a Palermo nel 1982 (Legge 13 settembre 1982 n. 646 – Proposta di legge n. 1581, presentata il 31 marzo 1980).

Fu anche tra i redattori della relazione di minoranza della Commissione antimafia, un documento ufficiale che metteva nero su bianco i rapporti di reciprocità tra Stato Politica e Mafia. Esplicitava l’inadeguatezza delle misure statali nel tutelare i cittadini, lasciando spazio alla mafia, organizzazione più efficiente dello Stato stesso, che obbliga all’omertà. Ne ha bisogno per assicurarsi l’impunità nei suoi delitti e cerca la solidarietà del popolo.

La mafia è un fenomeno di classi dominanti, i suoi membri rappresantano una sezione nient’affatto marginale delle classi alte. La Torre accusava duramente i colleghi Giovanni Gioia, Vito Ciancimino, Salvo Lima, ed altri uomini politici, di avere rapporti con la mafia. Nove anni di indagini, solo nel 1995 vennero condannati all’ergastolo i mandanti del suo assassinio: Totò Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano,Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci.

La relazione di minoranza viene redatta a cavallo tra il 1975 ed i primi mesi del 1976, negli stessi giorni molti fatti accadono, tra cui, il 27 gennaio 1976 ci fu proprio la Strage di Alcamo Marina. In questa circostanza persero la vita due carabinieri, che probabilmente avevano intercettato le armi di Gladio e su cui Peppino Impastato stava indagando. Nel 1977 Salvatore Riina, astro nascente dei Corleonesi, sempre della famiglia Cosa Nostra, uccise il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, (quello stesso Russo colluso che era implicato nella strage di Alcamo, all’epoca con Subranni, coinvolto nei depistaggi per Gladio e Impastato).

La penisola e soprattutto l’isola vedevano la convivenza e collaborazione di tre forze (P2, Gladio e mafia) maestralmente dirette, la regia a Roma. All’interno di Cosa Nostra (che storicamente faceva riferimento politico alla DC, Andreotti) il clan dei Corleonesi prende il sopravvento con Totò Riina, che rimane in contatto con Vito Ciancimino e Salvo Lima. Il traffico di droga e armi faceva gola a tutti i colori politici.

Dal 1966, referente politico di Gladio, (Stay Behind, organizzazione segreta dell’Alleanza Atlantica) era Cossiga (come da sua stessa dichiarazione, Edimburgo 1990; vedi anche Montanelli e Cervi, L’Italia degli anni di fango), quello stesso Cossiga che eletto deputato per la prima volta nel 1958, divenne il più giovane sottosegretario alla difesa nel terzo governo Moro (23 febbraio 1966), il cui ministro era proprio Giulio Andreotti.

Fine anni ’70-inizio anni ‘80, emerge la questione di Comiso (Ragusa), dove gli americani volevano costruire ex novo un’altra base militare. Giorgio Napolitano, si recò perfino a Washington (4/9 aprile 1978) per garantire l’appoggio del partito comunista. Erano i primi giorni di prigionia del presidente Aldo Moro.

I legami tra mafiosi, politici e gli USA per la base militare erano stati esplicitati nella Relazione di minoranza di La Torre, che venne lasciato solo.

La scena politica vede quindi Cossiga, Andreotti, il segretario del partito socialista Craxi, il segretario del partito comunista Berlinguer.

A seguito del rapimento e uccisione di Aldo Moro, i rapporti tra comunisti e democristiani, che sostenevano insieme il governo Andreotti (Compromesso Storico Moro/Berlinguer), divennero più tesi. Il Pci voleva partecipare direttamente in parlamento, ma il rifiuto tassativo dei democristiani portò ad uno scontro e conseguente caduta del governo in carica. La DC, ormai senza più il vincolo di Moro, stava già guardando oltre, verso una possibile alleanza con i socialisti. Alla guida di questi ultimi si era consolidato Craxi, il cui progetto era superare i comunisti. Per raggiungere questo obiettivo era però necessario avvicinarsi alla DC e tornare al governo. Craxi nel 1979 diviene presidente del Consiglio, approvando l’installazione in Sicilia dei missili Cruise puntati contro l’URSS.

Nel frattempo, si inacidisce anche lo scontro tra i contrari allo schieramento degli euromissili a Comiso ed il Pci. L’anima del movimento pacifista antimissili fu proprio Pio La Torre, nonostante fosse ancora un carismatico dirigente del Pci. Il suo stesso partito non lo prese in considerazione. Il Parlamento approvò la “doppia decisione” della NATO ed i lavori cominciarono, con flussi di denaro incalcolabili. Gli appalti per la base furono conferiti direttamente dalle autorità statunitensi, col benestare della loro Intelligence.

Comiso era 500 Km più indietro rispetto l’attrezzata e già esistente base di Gioia del Colle, in Puglia. Pio La Torre si era opposto fortemente, consapevole di tutti gli affari di cui era a copertura. Lo uccidono nell’aprile del 1982. Passano pochi giorni dal suo assassinio ed un altro eccellente personaggio ritorna in terra siciliana: è il generale Dalla Chiesa. Quasi trent’anni prima, da capitano, indagò a Corleone sull’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto, riuscendo a incriminare l’allora emergente boss della mafia Luciano Liggio (capo dei corleonesi di Cosa Nostra, affiancato da Totò Riina e Gaetano Badalamenti). Dalla Chiesa, in quell’occasione, aveva fatto la conoscenza dell’esordiente Pio La Torre che si stava inserendo al posto di Rizzotto nella Camera del Lavoro.

Solo 4 mesi li separano nella stessa sorte: nel settembre 1982 anche il generale Dalla Chiesa venne ucciso in un agguato mafioso. Un numero impressionante di omicidi fu attribuito alla lunga mano mafiosa.

Giulio Andreotti, niente meno che Presidente del Consiglio per sette anni, fu accusato di associazione mafiosa. I giudici d’appello e di Cassazione accertarono che ebbe “rapporti organici con Cosa Nostra almeno fino al 1980”. Uno dei processi più dirompenti della storia recente italiana, seguito a livello internazionale, palesava solo parzialmente alleanze e forza del sistema mafioso.

La sentenza di primo grado (ottobre 1999) fu di assoluzione per insufficienza di prove (art.530 cpp, cmma 2). In appello (maggio 2003), i giudici in parte prescrivono e in parte assolvono per insufficienza di prove l’associazione a delinquere.

Secondo la Corte d’appello, Andreotti “con la sua condotta (non meramente fittizia) ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale ed arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi”. La Corte ritenne che sia stato “ravvisabile il reato di partecipazione alla associazione per delinquere nella condotta di un eminentissimo personaggio politico nazionale, di spiccatissima influenza nella politica generale del Paese, il quale, nell’arco di un congruo lasso di tempo, anche al di fuori di una esplicitata negoziazione di appoggi elettorali in cambio di propri interventi in favore di una organizzazione mafiosa di rilevantissimo radicamento territoriale nell’Isola:

  1. a) chieda ed ottenga, per conto di suoi sodali, ad esponenti di spicco della associazione, interventi para-legali;
  2. b) incontri ripetutamente con esponenti di vertice della stessa associazione;
  3. c) intrattenga con gli stessi relazioni amichevoli, rafforzandone l’influenza anche rispetto ad altre componenti dello stesso sodalizio;
  4. d) appalesi autentico interessamento in relazione a vicende particolarmente delicate per la vita del sodalizio mafioso;
  5. e) indichi ai mafiosi, in relazione a tali vicende, le strade da seguire e discuta con i medesimi anche di fatti criminali gravissimi da loro perpetrati in connessione con le medesime vicende, senza destare in essi la preoccupazione di venire denunciati;
  6. f) ometta di denunciare elementi utili a far luce su fatti di particolarissima gravità, di cui sia venuto a conoscenza in dipendenza di diretti contatti con i mafiosi;
  7. g) dia, in buona sostanza, a detti esponenti mafiosi segni autentici e non meramente fittizi di amichevole disponibilità, idonei, anche al di fuori della messa in atto di specifici ed effettivi interventi agevolativi, a contribuire al rafforzamento della organizzazione criminale, inducendo negli affiliati, anche per la sua autorevolezza politica, il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale”.

E se qualcosa (poco) era emerso, moltissimo è stato dimenticato.

Dopo meno di un decennio esplose la successiva maxi inchiesta Mani Pulite, con lo scandalo di Tangentopoli (anni ’90), la strage di Capaci in cui morì il pm Giovanni Falcone (maggio1992), e quella di via d’Amelio in cui Cosa Nostra assassinò anche Paolo Borsellino (luglio 1992).

Eppure, molti degli stessi personaggi continuarono a calcare lo scenario politico nazionale ed internazionale.

I regolamenti di conti continuano, le scalate e le tangenti non sono terminate, i protagonisti della criminalità organizzata non si sono redenti.

Attualmente, tra gli onorevoli in carica, nel nostro Parlamento, ve ne sono molti che vantano sentenze passate in giudicato. Ciò significa che sono stati condannati nel processo di primo grado, nel processo d’Appello e infine anche in Cassazione. Molti altri sono indagati o condannati, ma la sentenza non è ancora definitiva (secondo gli aggiornamenti di quest’anno sarebbero oltre un centinaio gli onorevoli non compatibili con la carica pubblica).

Tra i capi di accusa più gettonati, alcuni sono inequivocabili: favoreggiamento, truffa aggravata, danno erariale, abuso d’ufficio, associazione a delinquere, reati ambientali, finanziamento illecito, istigazione a delinquere, bancarotta fraudolenta aggravata, banda armata, associazione sovversiva, falso in bilancio, frode fiscale, riciclaggio, ricettazione, finanziamento illecito, abuso edilizio, appropriazione indebita, lesioni aggravate, corruzione, concussione, associazione mafiosa (vedi anche Onorevoli Wanted, Marco Travaglio e Peter Gomez).

La corruzione oggi è capillarmente diffusa e sistematizzata. Come oltre vent’anni fa è legata alla politica, ai partiti, alle aziende, all’avanzamento di carriera e alle prese di potere. Traffico di armi, stupefacenti, petrolio e rifiuti, dinamiche di geopolitica internazionale che smuovono flussi incalcolabili di denaro ed interessi.

E se l’occasione rende l’uomo ladro, l’uomo si crea l’occasione o almeno l’escamotage per uscirne. Per esempio, crea appositamente l’abisso nell’apparato giudiziario. Procedimenti lunghi, mancanza della certezza della pena, amnistia, indulto, prescrizioni, riti abbreviati e patteggiamenti.

Il sistema legislativo è mal tarato ad hoc, con leggi ad personam prontamente redatte o modificate su misura, reati depenalizzati secondo opportunità.

Dopo la stagione di mani pulite, stracciato il velo dell’ipocrisia, i politici disonesti sono diventati di singolare improntitudine. Non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi.

Oltre a fermarli, impedire loro di godere del profitto del reato, è a ben vedere uno dei contro-attacchi più efficaci. Ma questo, probabilmente, significherebbe smantellare tre quarti dell’economia in essere.

Nell’antica Roma colui che si presentava per le pubbliche elezioni, doveva indossare una veste candida, come simbolo di purezza e di integrità morale, da cui deriva il termine candidatus. Dedicarsi alla res publica, alla technè politkè era un onore, affidato solo ai più meritevoli, che davano il loro apporto alla comunità.

Oggi è impensabile, quanto ridicolo, sperare che la stessa classe politica si autolimiti e autopunisca, forte dei suoi super poteri ed intoccabilità. Eppure, non si istituisce un organo esterno, indipendente e super partes, che controlli l’operato delle camere e annessi, con provvedimenti efficienti ed efficaci, senza immunità di sorta o votazioni che impediscano indagini e giudizi. Anche i magistrati sono tutelati dal cosiddetto sistema delle guarentigie, essendo indipendenti dagli altri poteri. Ma non basta che ci siano regole che tutelano l’indipendenza, è anche necessario che il destinatario di questa indipendenza abbia la cultura dell’importanza di essere indipendente (o voglia esserlo) e questo non sempre accade.

Come dice il pm Davigo, “Non è dalla bontà del birraio, del fornaio, o del macellaio che dobbiamo attenderci il nostro pranzo, ma dalla loro considerazione per il proprio interesse”.

Lo Stato non è un’entita astratta altra, ma coincide esattamente proprio con le persone, con i cittadini. E’ demos (popolo), in conformità all’ideologia democratica (demos-kratos: governo e forza del popolo). Stato siamo tutti noi. Per questo, deve esistere comunione d’intenti, diversamente le disposizioni saranno violate ed osteggiate, viste come ingiuste o inutili. La condivisione si raggiunge tramite dialogo, educazione e cultura. Insegnando ai propri figli che qualsiasi lavoro dignitoso ed onesto merita rispetto. Imparando, noi per primi, a non valutare un uomo da quanto ha nelle tasche, ma per le sue capacità.

Se solo recuperassimo un po’ d’integrità morale di quegli uomini tutti d’un pezzo che l’Italia moderna può solo rimpiangere e, quelli sì, stimare.

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