Pubblicato: dom, 27 Lug , 2014

Protezione per il collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura

La petizione diretta a Matteo Renzi, lanciata da Lorenzo Donninelli

bonaventura-luigiLuigi Bonaventura è un mio amico nato giovane d’onore come il padre e addestrato da piccolissimo. Ricorda persino per una slogatura al pollice destro per aver sparato già a 10 anni.

Per anni è stato reggente della cosca crotonese dei Vrenna-Bonaventura e poi è passato dalla parte della giustizia, iniziando a collaborare con gli inquirenti.

Nel 2001, da braccio armato del clan, Bonaventura viene “proclamato” reggente della famiglia. 

Poi la decisione di collaborare con la giustizia e l’inizio di quella che, a dire di Luigi, è stata un’ulteriore battaglia: “Insomma sono stato addestrato da piccolissimo a combattere e se si aggiungono pure questi sei anni al fianco dell’Antimafia sono gia 41 anni di guerra, insomma una vita da soldato. Avevo capito poi, che non c’era onore nel rubare il futuro dei propri figli e quindi ho voluto dare ai miei figli una possibilità, quella che io non ho mai avuto, la possibilità di fare nella vita una qualsiasi cosa, dall’operaio al magistrato, al giornalista, all’avvocato, al dottore, all’ingegnere, al poliziotto”. 

Luigi al giorno d’oggi spesso dice che “proteggere gli strumenti di contrasto alla ‘ndrangheta, alle mafie e ai collusi – attraverso collaboratori, testimoni di giustizia, intercettazioni ecc. – è fare antimafia e significa avere davvero a cuore come fine ultimo l’annientamento definitivo delle mafie.”

Luigi da membro di spicco della ‘ndrangheta, ne diventa uno dei principali accusatori, soprattutto con riferimento alle indagini sulle cosche cortonesi. Luigi collabora con mezze procure italiane compresa una straniera: Catanzaro, Bologna, Reggio Calabria, Campobasso, L’Aquila, Torino, Stoccarda.

Una collaborazione che, però, non ha fatto scattare da parte dello Stato le adeguate contromisure in termini di protezione: “La protezione per me non è mai esistita. La scorta? Mai avuta, tranne quando ho impegni giudiziari”. 

Per questo, quindi, da mesi Bonaventura ha intrapreso l’ennesima battaglia, soprattutto dopo l’intimidazione subita (una cartuccia recuperata dalla moglie nella cassetta delle lettere) per ottenere la protezione per sé e per la sua famiglia. 

Qualche mese fa, Luigi è stato sentito dal sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, nell’ambito dell’indagine “Breakfast”, sugli affari della Lega e delle cosche nel milanese. È stato fatto anche il nome di qualche Senatore collegato a Cosa Nostra e ‘ndrangheta, l’eversione nera dei Nar, i servizi deviati, la trattativa Stato-mafia. Aver ricominciato a parlare di calcio-scommesse, delle infiltrazioni nel mondo del calcio che conta, aver denunciato talpe nel programma di protezione, aver parlato di una nuova cupola composta da invisibili della ‘ndrangheta, strategia del terrore e un accordo non mantenuto tra Stato e ‘ndrangheta, non è valso a nulla: “Come mi è stato promesso, ovunque vado sono un uomo morto. Come può lo Stato lasciare sola la mia famiglia? Bisogna dimostrare alla ‘ndrangheta, alle mafie, che chi collabora chi denuncia, non è lasciato solo e che lo Stato c’è. La mia famiglia non ha avuto in tutte queste intimidazioni nessun atto di solidarietà dal mondo politico-istituzionale. A noi tocca morire qui, in un luogo a due passi dalla ‘ndrangheta.

Certo che continuerò a collaborare con la giustizia. Continuo perchè io credo fermamente che è questa la strada giusta per la mia famiglia. Voglio essere un esempio per i miei figli e per tutti quelli che nascono figli di mamma ‘ndrangheta, voglio dimostrare loro che si può cambiare”.

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