Pubblicato: gio, 10 Apr , 2014

Pm Di Matteo: «Liberazione dalla mafia attraverso rivoluzione culturale»

Il magistrato ospite d’onore alla terza Giornata Universitaria dell’Antimafia. Presto un’aula dedicata ai giudici Falcone e Borsellino alla facoltà di Giurisprudenza di Palermo
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Il giudice Nino Di Matteo insieme agli studenti e ad alcuni rappresentanti di Scorta Civica

Un atrio della facoltà di Giurisprudenza di Palermo intitolato ai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. È questa la richiesta annunciata da Salvo Di Chiara, consigliere nazionale degli Studenti Universitari, in occasione della terza edizione della Giornata Universitaria dell’Antimafia, dal titolo “La mafia è una montagna di merda – Dieci anni dopo”, organizzata dall’associazione ContrariaMente, nel decimo anniversario della sua fondazione, in collaborazione con la Rete Universitaria Mediterranea. « Già le aule principali delle Facoltà di Giurisprudenza de La Sapienza di Roma e dell’Università di Brescia portano il nome di Falcone e Borsellino. È incredibile, invece, che proprio il luogo dove si sono formati i due giudici, emblemi in tutto il mondo della lotta alla mafia, non porti un segno che li ricordi – ha detto Di Chiara, presidente di RUM – La nostra richiesta è stata inoltrata al Ministero della Pubblica Istruzione. Essa prevede che la cerimonia di intitolazione avvenga il 23 maggio, durante le celebrazioni in onore di Giovanni Falcone». «Sarà un grande evento di sensibilizzazione per la cittadinanza e per il mondo accademico soprattutto», gli fa eco Sabrina Sanzone, presidente di ContrariaMente. La proposta dovrà essere approvata dal Consiglio di Scuola e successivamente dal Senato Accademico e dal CdA dell’Università.

Una partecipazione altissima da parte degli studenti universitari all’aula magna di Giurisprudenza per la presentazione dell’opuscolo “Le memorie del male”, a cura di Vincenzo Termine e inserito nella collana “I quaderni dell’antimafia”, che da sei anni ContrariaMente dedica ad una delle vittime della mafia o ad un tema connesso alla lotta alla criminalità organizzata e che quest’anno «vede a confronto i volti di coloro che – scrive Termine –  tecnicamente chiamati “collaboratori di giustizia”, sono dai più denominati “pentiti”». Un tema che, da quando esiste tale controversa figura giuridica, spacca in due l’opinione pubblica: «perché, se da un lato i “pentiti” hanno permesso di smantellare organizzazioni criminali e dare volti e nomi a fatti e  persone che altrimenti sarebbero rimasti nell’oscurità, dall’altro sono stati spesso protagonisti di depistaggi». L’opuscolo si focalizza su Tommaso Buscetta, Gaspare Spatuzza e Giovanni Brusca. Attraverso il racconto delle loro storie e la descrizione delle stragi, così come la toccante ricostruzione dell’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio dell’ex mafioso Santino, «cercheremo di far luce, per quanto possibile, sulle loro complesse personalità, raccontando per la prima volta l’altra faccia della medaglia». A completare il quaderno, interamente realizzato dagli studenti dell’Ateneo palermitano grazie al finanziamento dell’Università degli Studi di Palermo, troviamo l’intervista rilasciata a Vincenzo Termine e Leandro Samuele La Bua dal pubblico ministero Nino Di Matteo, attualmente impegnato nel processo sulla trattativa Stato-mafia e ieri ospite d’onore dell’evento, accolto da un forte e lungo applauso da parte delle centinaia di persone immediatamente alzatesi in piedi all’entrata del pm in aula.

«Mi sento uno di voi – ha detto il procuratore della Dda di Palermo visibilmente emozionato, rivolgendosi ai giovani – se non altro perché, ormai tanti anni fa, frequentavo da studente quest’aula, coltivando il sogno di diventare magistrato e di occuparmi di indagini che riguardassero la criminalità organizzata. Per cui, anche nei momenti di difficoltà o di perplessità, non dimentico mai di essere fortunato, perché sono riuscito a fare quello che sognavo di poter fare ed essere qui, oggi, mi ricorda la cosa più bella dell’essere magistrato. Ricevere queste vostre espressioni di vera solidarietà spontanea, che non arriva da partiti politici, da sindacati e spesso nemmeno da associazioni, ma da tanti cittadini liberi, per me e per i miei colleghi del pool costituisce lo stimolo più autentico per andare avanti. Costituisce soprattutto il richiamo a quella che è la funzione essenziale del nostro lavoro, che è una funzione di servizio nei confronti di quella collettività che insieme a noi pretende verità e giustizia». Manifestazioni di solidarietà, come la Scorta Civica che dal 20 gennaio mostra la propria vicinanza ai pm del processo sulla trattativa con presidi giornalieri dinanzi al Tribunale e in aula bunker, rappresentano per il dottor Di Matteo «lo scudo più efficace contro qualsiasi violenza o minaccia». «Nonostante l’indifferenza e gli ostacoli che in tanti cercano di mettere sulla nostra strada, c’è una buona fetta dell’opinione pubblica, e ci tengo a sottolinearlo, giovane e siciliana, che ha sete di verità e di giustizia, che ha voglia di liberarsi per sempre da quello stereotipo che ci vede condannati ad essere definiti mafiosi». Un desiderio di riscatto non solo dall’organizzazione mafiosa intesa come Cosa nostra, costituita dai cosiddetti “uomini d’onore”, ma soprattutto dalla mentalità mafiosa, «che ancora purtroppo pervade in maniera pregnante il tessuto sociale del nostro Paese».

La platea ascolta l’intervento del giudice in un attento silenzio, che viene interrotto solamente, ogni tanto, dagli applausi. Come quando ringrazia per l’enorme attenzione che la società civile riversa sui magistrati che indagano sul delicato processo in corso davanti alla II sezione della Corte d’assise di Palermo. «Tutto questo ci responsabilizza enormemente ed è giusto che sia così – afferma –. Ci ricorda che il nostro è un lavoro, nonostante tutto, ancora bello ed entusiasmante, perché se fatto bene e con impegno, da la sensazione di poter dare un contributo veramente utile alla società. Questo è il riconoscimento più vero che un magistrato possa vivere dentro di sé. Altro che carriera e notorietà, altro che acquisizione di prestigio o di potere», e, rivolgendosi direttamente agli studenti: «Ragazzi, il magistrato non è soltanto il tecnico del Diritto, che deve aspirare a scrivere la bella sentenza o pronunciare un elegante requisitoria. Guai se fosse solo questo. Ci troviamo oggi in un’aula dove hanno studiato Chinnici, Falcone, Borsellino, Saetta, Livatino, Cassarà e tanti alti che hanno sacrificato tutto in nome di un ideale di giustizia e che hanno lasciato una traccia della quale dobbiamo essere orgogliosi, prima di tutto come cittadini e poi come studenti di questa facoltà di Giurisprudenza. Non dovete mai dimenticarlo per un solo attimo». Portare sulle proprie spalle l’onore e l’orgoglio di tutto questo, per i giovani non è certo facile, ma Di Matteo ne è certo: «Ciascuno di voi può portare avanti la voglia di liberazione dalla mafia e dalla mentalità mafiosa. Non deve essere soltanto una lotta combattuta da magistrati e forze dell’ordine, ma sarà vinta, e di questo ne sono convinto, attraverso innanzitutto una rivoluzione culturale che deve partire dal basso».

«Ci accusano di essere magistrati alla ricerca del consenso e della popolarità – conclude il pm – io vi dico che non hanno capito assolutamente nulla. L’attenzione della gente non è verso il “personaggio magistrato”, ma è una pretesa di verità e di giustizia contro chi pensa che il potere perpetui se stesso e contro chi pensa che il potere, specialmente quello mafioso, sia inestinguibile. Il cambiamento che sta nascendo a partire dai giovani, io ne sono convinto, estinguerà il potere nelle sue estrinsecazioni mafiose. Ci vorranno anni, ci vorranno generazioni di uomini e di donne che antepongano il coraggio e la dignità alla carriera, al quieto vivere e al benessere. Indossando la toga di magistrato o di avvocato, che vi auguro di fare al più presto, fatelo sempre senza mai dimenticare le persone che per indossarla hanno sacrificato persino la propria vita». Parole che vanno dritte al cuore, quelle di Di Matteo, anche a chi, tra i presenti, non è più studente da un pezzo, tanto meno della facoltà di Giurisprudenza.

Intervenendo alla terza edizione della Giornata Universitaria dell’Antimafia, il magistrato ha anche parlato del «tentativo di screditare, se non di azzerare, il fenomeno delle collaborazioni con la giustizia». «Per fare questo – dichiara – strumentalmente vengono agitati sempre gli stessi argomenti: l’inaffidabilità di alcuni collaboratori e i depistaggi avvenuti in certi casi anche attraverso alcuni collaboratori». Basta pensare alla storia di Gaspare Spatuzza, l’ex killer di Brancaccio oggi pentito, dalle cui dichiarazioni rese alla magistratura, così come da quelle di Massimo Ciancimino, è scaturito il processo volto ad accertare le responsabilità di chi è accusato di aver stretto patti con Cosa nostra, al fine di far cessare la strategia stragista messa in atto agli inizi degli anni Novanta. «La storia di Spatuzza è emblematica – ancora Di Matteo, rispondendo alle domande dell’intervista pubblicata sull’opuscolo – perché fino a quando le dichiarazioni dello stesso si limitavano a ricostruire gli aspetti della partecipazione materiale di Cosa nostra alla strage di via D’Amelio, non vi fu alcuna polemica, anzi venne consolidata la figura di collaboratore attendibile. Diversamente, quando le sue dichiarazioni hanno evidenziato la possibilità che alla strage avessero partecipato anche soggetti esterni a Cosa nostra e, soprattutto, quando le sue dichiarazioni hanno riguardato le sue conoscenze in merito ai rapporti con Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, non sono iniziate solo le polemiche, ma sul presupposto della cosiddetta tardività rispetto al termine di queste dichiarazioni, venne, dall’apposita Commissione del Ministero dell’Interno, quindi da un organismo politico, rigettata la richiesta del programma di protezione che tre procure della Repubblica, Palermo, Caltanissetta e Firenze, avevano avanzato. I collaboratori hanno capito che fin quando le loro dichiarazioni riguardano aspetti ordinari della mafia militare le loro dichiarazioni sono accettate dall’opinione pubblica; laddove invece le loro dichiarazioni riguardino le collusioni tra mafia e politica o mafia e istituzioni inevitabilmente a livello mediatico e politico scattano vere e proprie campagne di discredito, quando non ancora di diffamazione e calunnia nei loro confronti».

«Le sentenze definitive sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio, così come quelle del ’93, tracciano delle linee guida e impongono ai magistrati di proseguire nella ricerca della verità», afferma il giornalista di Antimafia2000 Lorenzo Baldo riportando una frase pronunciata da Di Matteo, e che ha moderato l’incontro-dibattito all’aula di Giurisprudenza. «Sentenze che impongono di capire, per esempio, perché nella strage in cui è morto il giudice Paolo Borsellino compare la sigla della Falange Armata, che ne rivendica l’attentato, così come le motivazioni dello spostamento dell’obiettivo di Cosa nostra, che ad un certo punto focalizza la propria attenzione sul patrimonio artistico italiano. Fino a che punto il nostro Paese è pronto per la verità e, soprattutto, la vuole questa verità?», chiede al procuratore che risponde: «È proprio dalle sentenze definitive che emerge la necessità di andare avanti e di capire tutte quelle “anomalie” che sono consacrate in quelle sentenze e che gli stessi giudici sottolineano. L’anomalia dell’accelerazione improvvisa nella volontà di uccidere Paolo Borsellino; l’anomalia dei 43 anni di latitanza di Bernardo Provenzano; l’anomalia della mancata perquisizione del covo di Salvatore Riina in occasione del suo arresto; l’anomalia dell’individuazione di beni storico-artistici da parte di soggetti condannati per le stragi del ’93 dalla preparazione culturale che non mi convince che siano stati loro a scegliere quegli obiettivi; l’anomalia delle rivendicazioni della Falange Armata e in certi casi annunci di attentato. E allora, se vogliamo veramente onorare la memoria e la dignità di chi è morto nella ricerca della verità e della giustizia, dobbiamo pretendere di andare avanti. E voi, ragazzi, dovete pretendere da noi magistrati e dallo Stato in tutte le sue articolazioni che si vada avanti senza tentennamenti e indecisioni. Le istituzioni devono capire che finalmente si è imboccata la strada giusta contro l’ala militare di Cosa nostra, ma adesso bisogna fare il salto di qualità. Si deve, con altrettanto vigore, coerenza e costanza, recidere i rapporti tra mafia e politica, mafia e imprenditoria. Una volta presa consapevolezza di questo, il fenomeno mafioso potrà essere definitivamente debellato».

 

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