Pubblicato: gio, 5 Nov , 2015

Perché l’Intifada.

Perché liberarsi dalla schiavitù è diritto di ogni uomo.

Di: Mahmud.H. – (Associazione di Amicizia Italo-palestinese Onlus – Firenze) –

Intifada significa “scrollarsi di dosso” e oggi i giovani palestinesi hanno deciso di “scrollarsi di dosso” il senso di impotenza provocato dall’occupazione israeliana.
intifada2È  già accaduto altre volte. Una prima intifada inizia il 9 dicembre 1987 dopo che un veicolo dell’esercito israeliano uccide in uno scontro automobilistico 4 operai palestinesi. Manifestazioni di protesta scoppiano a Gaza e in Cisgiordania, Israele risponde con la forza, uccidendo numerose persone fra i dimostranti. I giovani lanciano pietre contro carri armati e soldati, gli adulti organizzano scioperi, manifestazioni e il boicottaggio dei prodotti israeliani. La Prima intifada dura 5 anni e, pur portando all’attenzione del mondo il problema palestinese, provoca un alto numero di vittime: più di 1000 palestinesi, circa 200 israeliane. La Prima intifada si conclude nel 1993 con gli accordi di Oslo e le speranze che essi portano con sé.
Nel 2000 gli Usa promuovono a Camp David un incontro tra l’ANP e Israele per cercare di ridare vita a quanto deciso negli accordi di Oslo, ma che, a quel momento, non aveva ancora prodotto nessun vantaggio per il popolo palestinese; i risultati sono ancora una volta praticamente inesistenti. La tensione per i mancati accordi e la passeggiata dell’allora primo ministro israeliano Sharon alla Spianata delle Moschee, vista dai Palestinesi come una provocazione, danno inizio alla Seconda intifada. La lotta palestinese viene portata avanti con azioni di guerriglia e attacchi armati nelle città israeliane a cui gli israeliani rispondono con incursioni militari, arresti e uccisioni mirate di presunti terroristi palestinesi. Il 29 marzo 2002 Israele organizza l’operazione “scudo difensivo” che porta alla rioccupazione delle principali città palestinesi. Il 16 giugno 2002 Israele inizia a costruire, in Cisgiordania, un muro lungo circa 600 Km, ufficialmente per difendersi dagli attacchi palestinesi, in realtà per annettere territori che non gli appartengono.
La Seconda Intifada si considera terminata nel 2005.
Oggi i giovani palestinesi, da alcuni definiti “la generazione di Oslo”, hanno definitivamente perso le speranze nel processo iniziato con gli Accordi di Oslo e che, per il loro popolo, non ha portato nessun giovamento. Vivere per 67 anni sotto occupazione, nascere e crescere sotto occupazione, assistere ogni giorno  alle violenze impunite dell’esercito israeliano e dei coloni, vedere la propria terra e la propria acqua rubate, il proprio bestiame morire di sete o avvelenato, ogni giorno, tutti i giorni. Essere costretti a sottostare ai capricci di un giovane soldato israeliano che deciderà se potrai o meno andare a scuola, al lavoro, a trovare i parenti, a curarti in ospedale… ogni giorno. Essere considerati cittadini di serie B, vedere i propri diritti negati da uno Stato razzista nell’indifferenza generale, non poter decidere della propria vita per 15, 20, 50 anni, ogni giorno, tutti i giorni. I giovani palestinesi hanno deciso di dire “basta!” Oltre 60 i giovani palestinesi uccisi dall’inizio del mese di ottobre dai militari o dai coloni israeliani, tutti, ufficialmente, perché armati di un coltello e pronti ad uccidere, tutti, in realtà, perché cercavano di difendersi da un occupante che cerca di succhiare via la loro vita.
Servizi giornalisti, osservatori attenti, Amnesty International… da più parti arrivano prove del fatto che molti dei giovani giustiziati dai militari israeliani non erano armati, ma sembra non interessare a nessuno e, soprattutto, non interessa ai principali mezzi di informazione che, indifferenti a tutto, continuano a portare avanti la narrazione israeliana secondo cui i palestinesi hanno deciso di sterminare gli ebrei, Israele è in pericolo ed ha il pieno diritto di difendersi.
Nessuno dei principali mezzi di informazione ha ritenuto opportuno soffermarsi sulle cause di questa rivolta, ha deciso di iniziare a raccontare la storia da un certo punto in poi impedendo a chi la ascolta di comprendere la situazione reale e, ovviamente, non è superficialità né ignoranza: è una scelta.
La “generazione di Oslo” è nata sotto occupazione, è stata spesso accusata di essere del tutto depoliticizzata, interessata ai vestiti alla moda e alla foto sul profilo di Facebook. A., una ragazza palestinese in prima linea nella nuova intifada afferma: “«Ci chiamano la “generazione di Oslo”, quando va peggio la “generazione dei corn flakes” eppure tutti i morti di queste due settimane hanno meno di 25 anni, alle manifestazioni andiamo noi. Non siamo organizzati, scendiamo in strada perché lo sentiamo. La prima volta ero con quattro amiche, poi ne ho conosciute molte altre agli scontri. Ci muoviamo insieme, come un blocco. E, da ragazze di città, facciamo riferimento ai campi profughi dove i nostro coetanei sono stati cresciuti a pane e politica».
Questi giovani non possono visitare Gerusalemme, non possono andare al mare, non possono decidere dove studiare; non hanno dimenticato la Palestina e, sicuramente, non possono dimenticare di vivere sotto occupazione così come non possono ignorare che gli accordi di pace sono falliti, che Oslo non arriverà mai alla fase 2 e che le forze politiche che li rappresentano non sono in grado di far migliorare la situazione. Hanno una strategia? Probabilmente no. Hanno una leadership chiara? Decisamente no. Quali risultati sperano di ottenere? Forse non lo hanno chiaro nemmeno loro, sicuramente non vogliono vivere e morire in silenzio, vogliono che il mondo si ricordi di loro, conosca la loro situazione, agisca perché possano iniziare a vivere una vita dignitosa, perché possano vedere riconosciuti i diritti fondamentali di cui godono gli altri popoli. I giovani palestinesi lottano per affermare il proprio diritto alla vita, il proprio diritto a sognare un futuro come fanno i giovani occidentali. Le loro azioni porteranno a questi risultati? Una parte degli appartenenti alle generazioni precedenti, quella della Prima e della Seconda Intifada, li guarda immobile, bloccata dalle sofferenze che quegli anni riaccendono nelle menti, chiedendosi, dubbiosa, se una lotta senza strategia può portare a qualcosa di buono, chiedendosi se questa rivolta non darà a Israele una nuova scusa per stringere ancora di più la morsa dell’occupazione.
Un’altra parte li guarda con entusiasmo, grazie a loro si sente di nuovo giovane, sente l’adrenalina scorrere nelle vene, è orgogliosa dei propri figli e li appoggia, li segue, ha trovato in loro la spinta per tornare a combattere attivamente.
Chi ha ragione? Ce lo dirà solo la storia. Quello che sappiamo e dobbiamo sapere oggi è che il popolo palestinese è sotto occupazione da 67 anni, che Israele è uno stato di apartheid che mette in pratica tutte le azioni possibili per costringere i palestinesi ad andarsene e che i palestinesi resistono da 67 anni. I palestinesi resistono combattendo con l’intifada e resistono allo stesso modo anche semplicemente vivendo sulla propria terra, andando a scuola e andando a lavorare.
Quello che l’Occidente deve fare non è giudicare, ma prendere atto che la decisione dello stesso Occidente, nel 1948, di creare uno stato per gli Ebrei sul territorio di un altro popolo, quello palestinese, ha portato a questa situazione: Israele occupa e la Palestina è occupata, i palestinesi non hanno diritti e i colloqui di pace sono stati utilizzati da Israele solo per implementare l’occupazione. Tutto questo deve finire.


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