Pubblicato: sab, 6 Gen , 2018

Nonostante l’acqua sia un bene comune

Nonostante ciò occorrono le sentenze dei tribunali perché i cittadini possano goderne senza subire oneri non dovuti

 

Sono dovute intervenire una sentenza costituzionale e ancora due sentenze rispettivamente del giudice di pace di Arezzo e  del tribunale di Pistoia, che hanno condannato i gestori al rimborso,    per evitare all’utenza un danno ingiusto. Le due  recenti sentenze      hanno confermato, e non poteva essere diversamente, la tesi del Forum Toscano dei Movimenti per l’Acqua pubblica sulla questione della quota di depurazione fatta pagare negli anni scorsi anche agli utenti non collegati all’impianto di depurazione. Un balzello, dunque, che appare ingiusto in modo abbastanza palese.

La sentenza della Corte Costituzionale n.335 del 2008 decretava l’illegittimità del carico in tariffa della quota per la depurazione, nei casi di inattività o di completa assenza degli impianti specifici: ne scaturì di conseguenza l’obbligo per i gestori di rimborsare quanto addebitato e non dovuto. Il decreto attuativo del settembre 2009 sancì che gli aventi diritto ricevessero il rimborso entro il termine di 5 anni dalla data del 1 ottobre 2009.

Ma non solo i gestori non rimborsarono immediatamente ciò che avevano percepito  a fronte di  servizi non effettuati, come sarebbe stato comportamento consono a chi deve rendere fruibile un diritto naturale , ma addirittura continuarono a far pagare fino al 2014 agli utenti la quota non dovuta , con un vantaggio su un pagamento dichiarato illegittimo da una decisione dell’Alta Corte. Sono 40mila  le famiglie a cui Publiacqua ha fatto pagare per un servizio non erogato e dopo una sentenza che  riconosce l’illegittimità del comportamento.

E’ vero che la legge 13 del 2009, per arginare una restituzione di massa, autorizzava l’addebito anche alle utenze non collegate ai depuratori, ma solo a seguito dell’avvio delle procedure per l’affidamento delle opere di completamento dell’attivazione del servizio e con l’obbligo per il gestore di osservare i tempi di realizzazione previsti dai Piani d’Ambito, oltre che informare periodicamente, all’interno delle bolletta, i cittadini sullo stato dei lavori.

Ma il comportamento che appare censurabile per i disservizi patiti dagli utenti è dell’Autorità Idrica Toscana. L’AIT, invece di sanzionare Publiacqua che ha continuato a farsi pagare per servizi non resi e in difformità a una sentenza costituzionale, permette che tutti gli utenti che usufruiscono del servizio di depurazione paghino in tariffa i rimborsi dovuti a coloro dai quali è stata riscossa una tariffa illegittima per servizi non erogati, sostiene una retroattività quinquennale della restituzione, nonostante la giurisprudenza concordi nell’affermare un rimborso retroattivo di 10 anni e infine ha dato tempo ai gestori fino al 2018 per riversare all’utenza quanto illegittimamente riscosso e dunque molti cittadini non hanno ancora avuto restituito quanto hanno pagato non dovendo dal 2009 al 2014, benché la Corte Costituzionale desse tempo 5 anni dall’ottobre 2009.

L’Autorità Idrica Toscana, insomma, è molto sensibile verso gli interessi del contraente forte che ha agito illegittimamente, mentre non tutela adeguatamente i cittadini che, per poter ricevere un proprio diritto naturale, sono stati costretti a pagare per servizi non goduti e che sono costretti ad onorare tutte le fatture che arrivano loro, anche con quote non giustificate, perché sotto la minaccia del distacco della propria utenza dal servizio di fornitura.

Fulvio Turtulici

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