Pubblicato: gio, 8 Feb , 2018

L’economia valdarnese

A un mese dall’inizio del nuovo anno economico e dal rapporto  presentato dalla Camera di Commercio di Arezzo.

 

     Presentando il rapporto sull’economia aretina per l’anno 2017, tracciato dalla Camera di Commercio di Arezzo, il Segretario generale Giuseppe Salvini ha sintetizzato i contenuti della relazione con la constatazione che si è trattato di un anno in cui le imprese che operano sui mercati internazionali hanno ottenuto buoni risultati, mentre le imprese che si rivolgono al mercato interno sono state penalizzate, secondo la sua analisi, a causa della staticità della domanda.

Ottemperando, quindi, alla natura del proprio ruolo che esige ottimismo ha ricordato, come già in altre occasioni, che Arezzo è la prima provincia in Italia per intensità di export in rapporto alla popolazione.

Scendendo un po’ più nei dettagli del resoconto, si nota che nel primo trimestre 2017 il settore più consistente per numero di imprese è stato il commercio, che vanta il 22,4% del totale, segue il comparto dei servizi con il 21,9%, quindi l’agricoltura con il 16%, le costruzioni con il 14,5% delle imprese, quindi il manifatturiero con il 14,4%, infine le attività ricettive e di ristorazione che contano il 6,9% delle unità iscritte. E’ evidente intanto, e scontata, la netta prevalenza del terziario. La consistenza delle localizzazioni al terzo trimestre dell’anno appena trascorso è stata di 45.447 unità, vale a dire il 9% del dato regionale, lo 0,6% di quello nazionale. Le imprese individuali che risultano nei registri della Camera di Commercio sono il 53,6% del totale, le società di persone il 18,1%, le società di capitali il 26,1%. Ma il numero delle imprese individuali dal 2008 ad oggi è diminuito del  -7,3%, le società di persone hanno registrato una flessione  del  -13,3%, le società di capitali, invece, nello stesso periodo considerato si sono accresciute del 27%. E’ evidente il mutamento della composizione sociale del mercato aretino che tende a concentrarsi viepiù nelle mani di gruppi industriali a scapito del lavoro artigianale, di quel sistema dell’impresa diffusa e di qualità che è stata una caratteristica di questi territori italiani.

Anche i dati relativi all’occupazione delineano una situazione del mercato del lavoro che richiede una attenta riflessione. Il numero complessivo degli addetti è di 116.690 unità, di cui il 35% del totale presta la propria opera nel manifatturiero, il 22,1% è impiegato nei servizi, il 16,7% lavora nel commercio. Ancora il direttore della Camera di Commercio ha detto che i nuovi contratti di lavoro sono per l’80% contratti di tipo flessibile, mentre soltanto il 20% dei nuovi rapporti è stato costituito da contratti a tempo indeterminato. E comunque i contratti non crescono rispetto ai due anni precedenti che già, sul fronte del lavoro, hanno registrato una congiuntura negativa. Nel 2016, dai dati forniti dall’Istat infatti, in provincia di Arezzo il saldo occupazionale si era attestato a  -230 unità, mentre nel 2015 era risultato di  -920 occupati. Nel 2016 le assunzioni complessive erano diminuite del 12% rispetto al 2015 quale risultante di una flessione del 7% delle entrate di personale alle dipendenze e del 24% delle altre forme contrattuali. Sempre nello stesso anno si era riscontrata una minore dinamicità del mercato del lavoro aretino: la provincia di Arezzo infatti si è collocata all’ultimo posto tra le toscane. Invero il tasso di assunzione è stato del 10,6% a Grosseto, la provincia in cui si sono conseguiti i risultati migliori; ad Arezzo la percentuale è stata del 4,6%, perfino peggiore di quella nazionale che si è posizionata al 6,6%.

Per quel che riguarda i disoccupati in cerca di lavoro iscritti al Centro provinciale per l’impiego, nel 2016 in Valdarno aretino sono stati 12.405, mentre nell’area aretina sono stati 20.426. Nel 2015 in Valdarno erano stati 8.658: come si nota un aumento rilevante. In riferimento all’età di coloro che cercavano lavoro l’11,1%, nel 2016, aveva 25 anni, il 12,9% si collocava nella fascia d’età da 25 a 30, il 19,6% nella fascia compresa tra i 31 e i 39 anni, mentre da 39 in su i richiedenti sono stati ben il 56,4% del totale. Gli italiani sono stati 9.396, gli stranieri provenienti da Paesi disagiati 2.927, mentre quelli originari di Paesi a sviluppo avanzato 82. Infine le comunicazioni di avviamento al lavoro pervenute ai Centri per l’impiego da parte di aziende toscane hanno registrato una variazione negativa, tra il 2015 e il 2016, del  -7,8%; per solo il 13,1% dei casi si è trattato di lavoro a tempo indeterminato  e  la variazione nel periodo  considerato  è stata  del   -31,6%. Occorre a questo punto segnalare un dato fornito dall’Istat e che riguarda tutto il territorio nazionale: a non cercare più lavoro nel 2017, perché scoraggiati, sono 13,44 milioni di persone, con un aumento di 112 mila unità solo tra il novembre e il dicembre dell’anno appena trascorso. Dunque, dal 2015 al 2017 si è assistito a una costante flessione degli occupati, specie per quel che riguarda i lavori stabili.

Anche in Toscana, come nel resto del Paese, incide un altro fenomeno particolarmente negativo. Secondo stime elaborate dall’Ufficio studi della Cgia, nel 2014, i lavoratori sommersi erano 171.600, il gettito evaso ammontava a 2.136 milioni di euro. Ma ancora, secondo esperienze di impiegati della Camera di Commercio di Firenze, che qualche anno fa espletava indagini a campione, soprattutto in edilizia era diffuso il fenomeno delle false partite Iva per evitare il pagamento dei contributi ai dipendenti, in maggioranza extracomunitari poichè soggetti più deboli: insomma  una forma diversa di lavoro nero.

Consideriamo adesso i due grandi comparti produttivi, quello industriale e quello artigianale. Le imprese artigiane, nel 2017, secondo il report della Camera di Commercio di Arezzo, sono state 10.151 con 28.500 addetti. I settori principali sono stati il manifatturiero e quello delle costruzioni. Ma nel distretto della moda, importante nell’area valdarnese, le piccole e medie imprese dipendono pressoché totalmente dalle commesse delle grandi griffe. Per quanto riguarda l’edilizia, poi, le sofferenze del settore sono evidenti e le vicende, ad esempio, di Potenza e ultimamente delle due società di Figline Valdarno fanno temere ricadute sul territorio dell’attivismo criminale, che può contare su notevoli liquidità in un periodo di scarsità di mezzi da parte degli operatori sani. La modesta disponibilità di liquidi e il sistema finanziario e bancario malato e talora corrotto non favoriscono certo l’autonomia artigianale. Ci ha detto don Mauro Frasi, responsabile della Caritas di Montevarchi, che sta aumentando il numero dei bisognosi che si rivolgono ai centri diocesani. Si tratta, in gran parte, di italiani e tra di essi la categoria più numerosa pare sia quella degli ex artigiani, talora, qualche tempo prima, titolari di imprese con dipendenti. Si sono ritrovati a bussare alle porte della carità principalmente per due motivi: una malattia o perché strozzati dai capestri, attorti una, due, perfino tre volte, dei mutui bancari e sono finiti svenduti dagli istituti di credito, magari anche al 17% del debito, ad agenzie di recupero credito  non sempre modello di correttezza. Ci sono anche persone che, trovatesi in difficoltà, inesorabilmente sono cadute in mano agli usurai.

In Valdarno aretino sono stanziate imprese industriali di eccellenza, operanti anche con l’estero. Alcune oramai declinano, altre vanno bene. A San Giovanni alcune aziende hanno contribuito a fare la storia del Valdarno, si legavano molto alla vita del territorio; ci riferiamo alla Ferriera, oramai ridotta a 150 lavoratori, e all’IVV nel settore del vetro, che scontano una crisi strutturale dei rispettivi comparti.

Ancora a San Giovanni la Polynt opera nel settore chimico, mentre l’ABB ex Power One a Terranuova, che agisce nell’energia solare e mobilità elettrica, ambiti del futuro, e che è stata fino a poco tempo fa grandemente dinamica, adesso versa in una crisi determinata da miopia imprenditoriale da parte della multinazionale statunitense. La Comev spa di Montevarchi, che da lavoro a 40 persone, ha retto alla crisi economica riorganizzandosi e specializzandosi.  L’IT.TE.DI di Pergine ha proseguito il trend positivo, si occupa di meccanica di precisione e fa parte del gruppo IMC, uno dei più grandi al mondo nella lavorazione dei metalli. A Cavriglia la Moretti spa produce e distribuisce dispositivi medici. A Levanella uno stabilimento della Leonardo spa, ex Finmeccanica, produce  componenti per elicotteri; il  maggiore azionista della Leonardo è il Ministero dell’economia e delle finanze italiano che possiede una quota di circa il 30%. Ma il mercato degli elicotteri è in difficoltà, come ha riportato anche “Il Sole 24 Ore”, il Gruppo, che tra uffici e insediamenti industriali è presente in 180 siti nel mondo, realizza soprattutto armamenti, i cui mercati di sbocco sono gli arsenali di Paesi che li potrebbero usare anche in  teatri di guerra.

Nel Valdarno aretino, come detto, si trova uno dei maggiori distretti di produzione al servizio dell’alta moda. Tra Montevarchi e Terranuova Bracciolini il Gruppo Prada spa ha due suoi stabilimenti; vi impiega circa 2000 dipendenti. Il Gruppo sta portando avanti  un interessante progetto per il territorio: il Prada Technical Academy, l’accademia formativa della moda. Tuttavia, oltre la vicenda dell’elusione fiscale peraltro risolta, Prada ha affidato la produzione di propri capi all’Intercentre Lux di Tiraspol, capitale della Transnistria, provincia della Moldavia, che rivendica la propria indipendenza sovrana ma non è neanche riconosciuta dall’Onu. Il prodotto più costoso lì ottenuto ammonta a 33,80 euro, la media è tra i 18 e i 30 euro, i lavoratori della fabbrica guadagnano in media 5 euro l’ora, la casa della moda di lusso rivende tali prodotti, con l’etichetta “made in Moldavia”, sul mercato internazionale a prezzi che si aggirano sui 2000 euro. I profitti per il Gruppo sono notevoli. Prada, inoltre, si rifornisce di semilavorati dall’estero, come i ricami dall’India: anche così l’arricchimento è elevato. Ma con le delocalizzazioni sovente le piccole imprese del territorio che producono per le grandi griffe sono costrette, per le minori commesse, a indebitarsi e licenziare manodopera. Ha fatto notare Aldo Cappetti, presidente di Federmoda Cna e contitolare di un’azienda di Pian di Scò, che i maggiori gruppi sottraggono pure il personale più qualificato alle piccole aziende di qualità.

Nel territorio del comune di Bucine è sorta la Lg s.p.a., una holding che raggruppa al suo interno aziende di livello internazionale che operano nel comparto della galvanizzazione, verniciatura e assemblaggio dei metalli. L’oreficeria e la moda sono stati da sempre  settori trainanti dell’economia aretina e questa azienda è leader nell’ambito della lavorazione degli accessori del lusso, tramite i maggiori accessoristi lavora con le grandi griffe a livello mondiale: i manufatti usciti dai suoi stabilimenti, 200mila pezzi al giorno, si ritrovano negli ateliers più noti di Parigi, New York, Ginevra, Dubai, Tokio, Francoforte, Londra e insomma negli esclusivi ricetti del lusso. Ma ha il merito di aver mantenuto il proprio insediamento e la propria produzione tutta sul territorio in cui è nata. Il fatturato del Gruppo nel 2017 è stato di 45 milioni di euro e si prevede un investimento di 5 milioni, le persone occupate sono 400.

Nel comune di Terranuova si trova la Zucchetti Centro Sistemi, nata nel 1985 da un’iniziativa imprenditoriale di colui che ne è presidente: è la prima azienda italiana di software e una realtà manageriale proiettata nei mercati internazionali. Situata in Valdarno ha uffici decentrati in Emilia, Sardegna, Perugia, si articola in cinque aree di intervento: software, automazione, sanità, robotica ed energie rinnovabili. L’esigenza è quella di diversificare ed estendere il know how accumulato nella progettazione di software gestionali ad ambiti diversi ma complementari garantendo la qualità dell’offerta su tre fronti: informatica, elettronica e meccanica. L’azienda coglie le potenzialità delle tecnologie digitali e le introduce nei propri prodotti con soluzioni altamente innovative. Persegue l’innovazione come cultura: la realizzazione di un prodotto finora inesistente che trovi soluzioni alle esigenze quotidiane del cliente. La ricerca è condotta all’insegna della sostenibilità ambientale e del risparmio energetico. Nel 2017 l’azienda ha realizzato un fatturato superiore ai 65 milioni di euro: il 65% è derivato dall’export. Rispetto al 2016 la crescita è stata del 25% e negli ultimi 15 anni è stato registrato un aumento medio del 10%. Gli investimenti aziendali si sono orientati verso il settore della ricerca e dello sviluppo, verso il potenziamento aziendale e la realizzazione di un nuovo edificio smart e green. Sono aumentate le risorse umane del 25% rispetto al 2016: sono impiegate 240 persone altamente qualificate, in  maggioranza giovani, che permettono di elaborare le idee e concretarle  sul territorio valdarnese e italiano. La Zucchetti interagisce con l’indotto aretino e sostiene progetti interessanti a favore dei giovani e del territorio.

Il settore cooperativo costituisce una voce importante del sistema economico toscano e pertanto valdarnese. In Valdarno le società cooperative sono circa 70. Fra le maggiori troviamo l’Unicoop e le varie altre Coop, la Koinè, la Beta, la Castelnuovese, implicata nelle note vicende e fallita.

Per il codice civile una società cooperativa deve essere costituita per gestire in comune un’impresa che si prefigge lo scopo di fornire, innanzitutto agli stessi soci, quei beni o servizi per il conseguimento dei quali la cooperativa è sorta. Capisaldi del sistema cooperativo sono quindi i principi di mutualità, solidarietà e democrazia. Su tali valori si è fondato a lungo il cosiddetto “modello toscano”. Lo scopo mutualistico è il corpo centrale della cooperativa, la base dalla quale questa società dovrebbe muoversi. Come stabilisce l’art. 45 della Costituzione, la Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. Non la realizzazione del lucro, dunque, ma il fine e il fondamento dell’agire economico deve essere il soddisfacimento dei bisogni della persona, del socio.

Nelle cooperative in cui il rapporto mutualistico abbia ad oggetto la prestazione di lavoro, per la legge 142/01 si prevede l’instaurazione di due distinti rapporti giuridici, uno di tipo associativo e uno di tipo lavorativo. Ma le testimonianze che sempre più spesso arrivano da parte dei lavoratori denotano la fragilità del principio associativo. Accade che una volta versata la quota di partecipazione i prestatori di lavoro non acquisiscano la qualità di soci, poiché di fatto non vengono messi nelle condizioni di esercitare i diritti propri del loro status, non si sentono parte integrante del progetto che dovrebbe stare alla base della vita associata, ma si ritrovano dipendenti come in qualsiasi altra impresa di lucro. Spesso vengono elusi i salari minimi, sacrificando i diritti dei lavoratori alle logiche di mercato orientate alla competizione e al profitto. Le omissioni e le irregolarità retributive e contributive sono frequenti, così come il mancato pagamento delle ore di straordinario, le irregolarità in materia di sicurezza sul lavoro, l’inserimento di false voci retributive quali spese o trasferte mai effettuate che implicano vantaggi fiscali per la società cooperativa e altre pratiche funzionali all’acquisizione di appalti al massimo ribasso.

Dunque, accanto a realtà imprenditoriali dinamiche e innovative, persistono più vasti settori in difficoltà o che tradiscono i conclamati scopi. Basterebbe, ad esempio, fare una semplice ricerca al sito del Tribunale di Arezzo, Istituto vendite Giudiziarie e constatare il numero grave di fallimenti, specie di aziende artigiane, e il monte di beni svenduti all’asta, e non è fantasioso immaginare il pericolo che finiscano nelle mani di quanti accumulano capitali di dubbia provenienza. Tra le compagini dichiarate fallite ci sono anche aziende che hanno fatto la storia dell’imprenditoria aretina: è di questi giorni la sentenza che ha colpito la Del Tongo di Tegoleto in Valdichiana, fabbrica di cucine nota anche per le imprese ciclistiche di Giuseppe Saronni. E abbiamo pure ascoltato testimonianze di strane adunate all’alba, in spiazzi o bar dove verrebbero ingaggiate braccia da lavoro al di fuori di ogni legalità e regola.

Dunque, lo stato dell’economia in Valdarno e nella provincia di Arezzo, nonostante l’ottimismo ufficiale, appare fatto di alcune limpide luci e di non poche ombre.

Fulvio Turtulici

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