Pubblicato: ven, 15 Lug , 2016

La Striscia di Gaza rischia il collasso

1,8 milioni di persone sono prive dei più basilari mezzi di sopravvivenza. A Gaza sono stati commessi crimini di guerra, ma nessuno ha pagato

 

A quasi 10 anni dall’inizio dell’assedio di Gaza e a due anni dall’ultimo massiccio attacco portato avanti dall’esercito israeliano, la situazione della Striscia di Gaza è al collasso; 1,8 milioni di persone sono prive dei più basilari mezzi di sopravvivenza.

L’8 luglio del 2014 Israele attaccava Gaza in un’operazione, Margine Protettivo, che sarebbe terminata il 26 agosto, 51 giorni dopo e che ha provocato 2251 morti di cui 1462 civili, tra loro 551 bambini e 299 donne, l’uccisione di 11 membri dello staff di UNRWA, più di 500.000 persone sfollate di cui circa 300.000 vivevano in 90 centri di accoglienza temporanea di UNRWA, 138.603 case danneggiate di cui 9117 completamente distrutte.

thumbnail_7f99c660-0c23-46fb-8bc8-b0fe2b358748_xlLa commissione d’inchiesta indipendente nominata dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha pubblicato un rapporto in cui Israele è accusato di aver violato il diritto internazionale e di aver commesso crimini di guerra. Secondo la presidente della commissione d’inchiesta, Mary McGowan Davis, “l’entità della devastazione e della sofferenza a Gaza non ha precedenti e avrà un impatto sulle generazioni future” e, come denuncia Amnesty International, nessuno dei responsabili ha pagato.

Secondo la Banca mondiale, nella Striscia si registra oggi il più alto tasso di disoccupazione al mondo, pari al 40 per cento. Tra i giovani, che rappresentano la maggioranza della popolazione, la cifra sale al 60 per cento. Secondo un sondaggio pubblicato a fine giugno, un abitante su due desidera emigrare. Nei quartieri più colpiti dai raid israeliani, come Shejaiya, nell’est della città di Gaza, la ricostruzione è cominciata solo un anno fa. Alcune ong internazionali hanno denunciato il ritmo lento con cui procede la ricostruzione a causa del blocco che Tel Aviv continua a mantenere sulla Striscia e che permette l’ingresso soltanto di pochi materiali necessari per costruire. La motivazione fornita dall’esercito ebraico per spiegare le restrizioni dell’accesso degli aiuti è sempre la stessa: potrebbero cadere nelle mani “sbagliate” (ovvero quelle di Hamas) e, di conseguenza, essere impiegati in un nuovo conflitto con Israele. Le Nazioni Unite hanno impiegato più di un anno per ricostruire la prima casa distrutta. Un elemento preoccupante, ma politicamente significativo di quanto poco importanza abbia la causa palestinese in sede internazionale.

La situazione è estremamente grave, molte zone sono ancora isolate e i dati pubblicati da Unrwa (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi) sulla situazione sanitaria lo confermano: ancora oggi 900 palestinesi necessitano di cure mediche a causa di danni permanenti provocati da Margine Protettivo. “Alcuni pazienti soffrono dalle ferite riportate due anni fa in guerra e sono ancora in attesa delle protesi” ha dichiarato all’Urwa il dottore Mahmoud Matar, chirurgo ortopedico presso l’ospedale Shifa’a di Gaza. L’Agenzia Onu ha evidenziato inoltre come “le lunghe liste di attesa hanno frustrato molti cittadini che affrontano rischi di salute elevati a causa dei ritardi nel ricevere le cure”. Durante la guerra l’ospedale al-Wafa’a di Gaza e tre cliniche sanitarie sono state completamente distrutte e ben 18 ospedali e 60 cliniche sono stati danneggiati.

Su un altro versante Unrwa ha dichiarato che “mentre nel 2000, l’Unrwa ha rifornito di aiuti alimentari circa 80mila rifugiati a Gaza, questo numero oggi è aumentato a più di 930mila, quasi il 70 per cento della popolazione di rifugiati e oltre il 50 per cento della popolazione totale”.

Nella Striscia anche le infrastrutture sono ancora gravemente danneggiate. “La corrente elettrica manca per 12-16 ore al giorno, limitando in questo modo servizi cruciali come ospedali, cliniche mediche, scuole e ovviamente gli impianti idrici. Circa il 40% della popolazione riceve ogni tre giorni tra le 5 e le 8 ore d’acqua”, racconta il rappresentante della Croce Rossa che periodicamente visita la Striscia di Gaza, lavorando insieme alla Mezzaluna Rossa Palestinese.

Le Nazioni Unite annunciano che entro il 2020 sarà praticamente impossibile vivere a Gaza per la mancanza di energia elettrica, il più alto tasso di disoccupazione al mondo e l’impossibilità per la popolazione di accedere anche a beni essenziali come cibo e acqua pulita.

Gli appelli delle organizzazioni umanitarie e delle ong si moltiplicano, ma le grandi potenze restano sorde e, intanto i gazawi resistono, ma per quanto tempo ancora?

Barbara G. : Associazione di Amicizia Italo Palestinese Onlus – Firenze

 

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