Pubblicato: sab, 25 Gen , 2014

La mafia non è mai buona, neanche se va in tv e lo share aumenta

Pochi si indignano, ma la presenza di ex boss della criminalità nei salotti televisivi è quantomeno discutibile. Il personaggio più in voga, al momento, è Carmine Schiavone

 

Carmine-Schiavone-Da qualche mese a questa parte non c’è rete televisiva, non c’è talk show, non c’è trasmissione di approfondimento che non si occupi – per fortuna! – del dramma della Terra dei fuochi. L’argomento è di grande attualità, è una calamità che va raccontata. La cronaca dei fatti prende spessore grazie ai dati, ai numeri. Il numero dei morti, delle tonnellate di rifiuti dati alle fiamme, delle aziende che hanno smaltito illegalmente i residui delle loro produzioni, delle discariche abusive scoperte, dei camion che ogni giorno hanno attraversato l’Italia per raggiungere la Campania, delle colture danneggiate, delle forme tumorali che si sono diffuse.

I servizi giornalistici, a ragione, danno voce alla disperazione dei parenti delle vittime che, in quelle zone, la “malattia” ha sottratto all’affetto dei propri cari, al dolore composto delle mamme della Terra dei fuochi che si battono perché quanto è successo ai figli che hanno perso non si ripeta, alla frustrazione dei contadini che non sanno cosa ne sarà del loro  lavoro, al coraggio di chi rimane e decide di vivere o sopravvivere nella terra dei veleni.

Tanto, però, non basta perché una trasmissione raggiunga ascolti competitivi. E’ necessario allestire il parterre degli ospiti in studio. Medici, magistrati, giornalisti, opinionisti. Ma anche “testimoni”. E, allora, sulle poltrone di varia foggia e forma è invitato a sedere, sempre più spesso, Carmine Schiavone.

Carmine Schiavone è un uomo canuto, sulla settantina. In tv indossa gli occhiali, in certe circostanze scuri, e un elegante completo grigio. E’ ben pettinato. La voce è pacata, l’accento è marcato, talvolta scivola nel dialetto e sbaglia i congiuntivi. Parla di sé, della sua storia criminale: ha combattuto quattro guerre, contro i cutoliani, i Nuvoletta, i Bardellino e contro i De Falco. Ha  commesso cinquanta omicidi, ne ha commissionati almeno trecento. Ha rivestito ruoli di alta responsabilità nell’ambito dell’organizzazione criminale dei Casalesi. Oggi, è collaboratore di giustizia, ma  è stato “capo della cupola ser vizi amministrativi Cosa nostra campana”. Precisa, rivendicando, “eravamo mafiosi, noi Casalesi, non camorristi” e si definisce “pungiuto”: fu Luciano Liggio, nel 1974, a Milano, a investirlo del ruolo di uomo d’onore, secondo il rito della “pungitura” e del giuramento sul santino bruciato.

Negli studi televisivi Schiavone si racconta, racconta l’affare del traffico dei rifiuti tossici. Un affare voluto da “loro”. Usa più volte il pronome alla terza persona plurale, “loro”, per rimarcare quanto sia stato distante il suo modo di agire da quello di chi ha operato senza scrupoli, sotterrando veleni  e scorie nucleari nei terreni della provincia di Caserta, coltivati a frutta e ortaggi. E fa i nomi: “l’avvocato Cipriano Chianese, Gaetano Cerci, Bidognetti e mio cugino Sandokan”, che aveva cercato di coinvolgerlo nell’affare, osservando “tanto pure tu bevi l’acqua minerale” (e non quella dei pozzi inquinati di Casal di Principe, ndr). Carmine Schiavone finisce in carcere perché cerca di “impedire che quel business proceda” e, vittima di un complotto, viene arrestato “proprio quando stavo per attivarmi, armarmi per ammazzarli tutti” e fermare “questo scempio”. Chiosa spesso: “L’errore che ho fatto è che non li ho ammazzati tutti”.

Schiavone riferisce della storia peggiore, per troppo tempo indecifrabile, della Terra dei fuochi. Un vortice di nomi e di episodi. Facendo sempre i dovuti distinguo, perché lui è un ex boss che ha agito  secondo un codice d’onore, nel mito della mafia buona. “Quando c’era Schiavone Carmine” – sì, proprio in questo ordine: prima il cognome e poi il nome – “a Casale non si spacciava, non si chiedeva il pizzo. I delitti contro i bambini erano inammissibili: nel nostro paese c’era un pedofilo e l’ho fatto evirare”. Come un mantra Schiavone ripete in ogni trasmissione tv che il suo motto era “la gente, a noi, ci deve amare per amore e non per terrore”.

Carmine Schiavone ha aperto il vaso di Pandora, ha aperto gli occhi e i cassetti nei quali erano custoditi i segreti sulla Terra dei fuochi, questo sì, gli va riconosciuto. Ma è davvero difficile rimanere indifferenti alla sua presenza in televisione, sempre più frequente. In studio, Schiavone è a suo agio, meglio se gli ospiti sono di un certo livello. La passione del pentito è ricambiata dal piccolo schermo.  Chi lo invita in trasmissione, con tanta, troppa indulgenza, tanta, troppa leggerezza lo definisce un testimone e non un opinionista o un ospite tout court. Ma, sarebbe bene ricordarlo, Schiavone si è macchiato di tanti, troppi delitti. Avrà anche saldato il suo debito con la giustizia, ma c’è una Terra che paga ogni giorno le conseguenze della cultura criminale che gli è appartenuta per lungo tempo.

 Il conto è davvero salato e lo pagano, ogni giorno, le persone oneste.

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