Pubblicato: mar, 1 Nov , 2022

La bella Napoli, oggi dilaniata tra occupazioni abusive e camorra

il business degli alloggi popolari lasciato in mano alla mafia

Già una decina le feroci esplosioni in questo ultimo mese, numerose le faide con omicidi, agguati e stese in una lotta di domini e alleanze. E se mai nessuno è riuscito a governare Napoli, oggi la città risente dei terribili scontri di camorra, con la violenza ritornata ai massimi livelli. Oltre ai due grandi cartelli, l’Alleanza di Secondigliano ed i Mazzarella, che puntano ad infiltrarsi nell’economia legale, la metropoli appare divorata dai dissidi di quartiere. La compresenza di agguerriti gruppi camorristici rispecchia le complesse realtà sociali di Napoli: i Grimaldi ed i Vigilia a Soccavo; i Bernardo, i Puccinelli ed i Cutolo nel Rione Traiano; i Baratto ed i Troncone a Fuorigrotta; a Pianura c’erano i Lago, che sono stati soppiantati dai Marfella-Pesce; i D’Ausilio e gli Esposito a Bagnoli; i De Luca Bossa-Minichini-Casella si contrappongono ai De Micco e ai De Martino a Ponticelli. Fibrillazioni sono ancora in atto tra Bagnoli e Fuorigrotta. Gli Esposito, coadiuvati dai Licciardi, sembrano espandersi, causando scontri anche nel Rione Traiano. I Troncone, alleati con i narcotrafficanti Zazo-asse Mazzarella, avrebbero tentato di affermare la propria supremazia sul territorio provocando la reazione dei Bianco-Baratto Iadonisi Cesi, alleati ai Sorianiello di Soccavo. Non va meglio nel quartiere Ponticelli dove si registrano guerriglie tra il gruppo De Luca Bossa-Minichini-Casella, confederato al clan Rinaldi ed espressione dell’Alleanza, contro il gruppo De Micco e De Martino vicino all’asse Mazzarella. Si contano diversi agguati mortali e gravi atti intimidatori condotti per arginare i tentativi di ascesa dei nemici. Vecchie e nuove leve riconducibili alla sfera di influenza dei due cartelli, ma che hanno una acclarata pericolosità dimostrata dalla massiccia disponibilità di armi. Lo scontro è cruento tra il clan egemone, i “Bodo” De Micco, e i De Luca Bossa. Auto incendiate e attentati dinamitardi sotto le case degli affiliati. Intanto il boss Bodo da dietro le sbarre risponde ai rivali attraverso il proprio profilo TikTok. Stenta a placarsi anche la faida intestina al clan della 167 costola degli Amato-Pagano che sta imperversando nei vicini comuni di Frattamaggiore e Frattaminore. Pure il boss della 167 Arzano, detenuto ma presto libero, Pasquale Cristiano – alias “Pitstick”, promette imminente vendetta tramite TikTok. E sempre dal noto canale social, sembra rispondere agli sfidanti il nuovo boss emergente nel rione Amicizia, zona via Briganti, roccaforte storica del clan Contini, dove avrebbe dato ordine di sgomberare con la forza alcuni degli alloggi popolari, come atto di supremazia. Una pratica ormai consolidata, che in realtà, più che pareggiare i conti tra clan, incide su centinaia di migliaia di vite. D’altra parte è risaputo che i camorristi puntano a far leva sulle difficoltà della cittadinanza per legittimarsi e acquisire potere.

La mancanza di alloggi ed il controllo malavitoso sul patrimonio immobiliare comunale apre in Campania una piaga sociale incolmabile, attorno alla quale gravitano gli altri numerosi problemi legati alla criminalità organizzata in generale, e alla camorra più in particolare.

Al numero 35 di via Egiziaca a Pizzofalcone, dietro piazza del Plebiscito, c’è forse uno degli esempi più eclatanti dei palazzi della camorra. L’edificio è occupato abusivamente nella sua quasi totalità, da oltre vent’anni si sono alternati inquilini dal profilo discutibile. Un palazzo imponente, sette scale e 65 appartamenti; avrebbe dovuto diventare sede della Municipalità 1, ma l’assalto di massa avvenuto in una sola notte lo impedì. All’epoca fu avanzato il sospetto che ci fossero soggetti collusi all’interno degli uffici comunali. Negli anni si sono susseguiti lavori altrettanto abusivi che ne hanno cambiato le volumetrie, appartamenti più grandi per i boss, finti corridoi e vie di fuga secondarie, impianti di videosorveglianza ad alto livello. Raffinatezze non proprio da case popolari. Il cortile è diventato un parcheggio irregolare fatto di decine di posti auto e moto, molte delle quali risultano rubate. Si paga il pizzo anche per questo, in caso contrario il mezzo viene bruciato. Sembra che all’interno dell’edificio si trovi qualsiasi cosa si voglia: armi, droga, prestiti a tasso usuraio, perfino pensioni e bed and breakfast per turisti. Un punto di riferimento indiscusso per la camorra e i suoi affiliati, che lo scelgono come indirizzo anche per scontare gli arresti domiciliari. Secondo quanto è emerso dalle risultanze investigative della procura di Napoli, a gestire l’assegnazione abusiva degli appartamenti e ad incassare gli indebiti affitti, sarebbero le tre famiglie che fanno capo al clan Elia, reggente nella vicina zona del Pallonetto di Santa Lucia.

La Prefettura conta 10 mila pratiche registrate di sfratto esecutivo programmate, un dato che non rende completamente l’emergenza abitativa della metropoli. Tra povertà e malaffare, anche l’occupazione abusiva degli alloggi popolari è fonte di grande speculazione per la camorra. Da un lato i clan chiedono il pizzo alle famiglie che occupano illecitamente un alloggio, dall’altro si impossessano dei locali del patrimonio comunale per trasformarli in abitazioni da affittare e lucrare doppiamente. Un danno erariale enorme, non solo per il mancato uso degli alloggi da parte di chi risultava legalmente beneficiario, ma anche per i canoni di locazione mai incassati, danneggiamento degli immobili, svalutazione dei quartieri e peggioramento delle condizioni di vita. Sicurezza, pulizia, controllo degli impianti, gestione dei rifiuti e delle utenze, mai pagate, allacci raffazzonati, con possibili cortocircuiti o fuoriuscite di gas, tanto per dirne alcuni.
Situazioni di evidente illegalità replicate in tutta la metropoli e nelle sue periferie, come il vecchio rione De Gasperi, i complessi del quartiere di Ponticelli, il parco di viale delle Metamorfosi – dove permangono le coperture in amianto- o il campo bipiani di via Isidoro Fuortes. Al Caracciolo se vuoi occupare una casa, il pizzo da pagare è dai 1.000 ai 2.500 euro circa. Sono centinaia i locali commerciali a pian terreno tutti abitati, i clan li piazzano direttamente nel mercato immobiliare informale. Chi vuole entrare paga l’affitto alla camorra. A Scampia chi vive nei lotti di edilizia popolare sa bene che la continuità abitativa dipende dalle sorti del clan di riferimento. Chi perde la guerra, infatti, deve lasciare gli appartamenti ai nuovi padroni. Stesso discorso per le case del rione Traiano a Soccavo, le palazzine di Pianura, i parchi di Casavatore, Melito e Caivano.

Oltre ad essere una sorta di bancomat, le case popolari diventano anche un simbolo per boss e affiliati, un modo per legittimare e rendere esplicito il proprio potere ed il controllo sul territorio. Mentre gli assegnatari degli alloggi si ritrovano a vivere tra degrado e miseria, i signori della camorra trasformano le case popolari in abitazioni extralusso. A costo zero, naturalmente. Rubinetti d’oro con le iniziali incise, vasche idromassaggio, mobili d’epoca stile Luigi XVI. Tecnicamente sono disoccupati, alcuni percepiscono perfino il reddito di cittadinanza. Nel blitz di aprile di questo anno, nel rione della 167, teatro di scontri criminali e della faida tra i Cristiano e i Monfregolo, il nucleo investigativo della Dda ha trovato cucine nuove di zecca; bagni e corridoi stile impero, affreschi e specchi sontuosi, riproduzioni di statue di sapore coloniale, stucchi e marmi nelle sale da bagno. E ancora: monitor di televisori al plasma giganti nel salotto o nelle toilette, allacci con Sky e antenne paraboliche. Non sono mancate intimidazioni, avvertimenti, un ordigno esplosivo contro l’abitazione del parroco, manifesti funebri contro il capo della polizia municipale, perchè dell’affare delle case popolari non ci si deve impicciare. Stridono fortemente le condizioni di indigenza dei quartieri con lo sfarzo dei clan. “Mentre i legittimi assegnatari – afferma il consigliere Borrelli – vivono in condizioni di grandissima precarietà, dopo aver fatto una lunghissima trafila, ed in alcuni casi si ritrovano la casa occupata, i clan dettano legge. Gestiscono loro le assegnazioni e si appropriano di appartamenti trasformandoli in ville di lusso. Vivono al di fuori delle leggi dello Stato eppure continuano ad elemosinare da esso, nonostante i loro guadagni provenienti da traffici illeciti come racket, droga e cementificazione selvaggia. Ai boss e agli affiliati vanno tolte queste abitazioni e date a chi ne ha davvero bisogno, a chi vive in condizioni drammatiche”.

Con il controllo delle abitazioni i clan favoriscono anche i traffici legati allo spaccio di droga e armi, prostituzione, usura ed estorsioni. Dominare i caseggiati garantisce ai camorristi una rete di controllo del territorio, oltre ad una protezione indiscussa perché di fatto tengono in mano l’intera città. Inoltre, si assicurano omertà e appoggio sociale, non solo nelle dinamiche delle faide, ma anche verso l’esterno. Il quartiere si schiera dalla parte di chi distribuisce alloggi e protezione. Dove non arriva il fascino malavitoso reso accattivante da serie tv e social, arriva la violenza brutale che tutto toglie.

Eppure, il Comune di Napoli è il principale proprietario delle case e dei locali utilizzati dalla camorra per il business immobiliare. Tuttavia, non si è ancora provveduto ad uno sgombero totale, con l’aiuto anche dell’esercito e delle forze armate per bonificare tutti gli alloggi comunali risaputamente lasciati in mano mafiosa. Un degrado che solleva molti interrogativi, tra cui quello di decenni senza nuove graduatorie per l’assegnazione delle abitazioni  popolari, a Napoli e in molti comuni della Campania.
Sembra approvata una recente riforma, voluta dal combattivo consigliere regionale Borrelli, secondo cui i comuni che non realizzano le graduatorie saranno, in quello specifico settore, commissariati. Nel giugno di quest’anno arriva un’ulteriore novità: le assegnazioni degli alloggi saranno fatte attraverso una piattaforma regionale unica, volta a superare le commissioni territoriali. Dall’Ente arriverà dunque una graduatoria che verrà girata ai singoli comuni, che dovrebbero provvedere alle assegnazioni.

C’è da sottolineare anche che la malapolitica, trasversalmente e consociativamente per puri e bassi calcoli elettoralistici e non solo, mascherati da esigenze sociali, ha spinto verso leggi e regolamenti che vanno a sanare gli abusivi. Chi ha infranto la legge, chi ha prevaricato sul più debole, si ritrova un alloggio di proprietà pubblica a canone agevolato. Sono le numerose sanatorie per chi ha assaltato le case degli enti pubblici. La Regione Campania ha varato con cadenza quasi annuale dei provvedimenti che regolarizzano e stabiliscono che può richiedere l’alloggio chi lo ha occupato. I dubbi che sorgono sono molteplici, oltre ad un evidente assist alla mafia e ad una sorta di incoraggiamento ad occupare, non risulta chiaro come sia possibile tutelare le persone oneste che vengono cacciate dagli alloggi, legittimando di fatto chi agisce abusivamente e con la violenza. Per quanto la normativa regionale escluda formalmente dalla sanatoria i “pregiudicati e coloro i quali sono accusati di collusione o complicità con la criminalità organizzata”, appare evidente come questa postilla sia facilmente eludibile. Da tempo si rincorrono dichiarazioni e buoni propositi per interventi di riqualificazione e rigenerazione urbana, housing sociale, parchi e aree per socializzazione e tempo libero. Ma a Napoli i clan hanno sempre gestito le case di edilizia pubblica, uno dei business più lucrosi per la camorra, con il placet o la resa delle istituzioni. Dalle risultanze investigative, risulterebbe che gli immobili in gestione alla camorra superino le 10 mila unità, con un buco nel bilancio del Comune – riguardo all’intero patrimonio immobiliare – di oltre 264 milioni.

 

[dati integrati dalla relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia]

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