Pubblicato: gio, 21 Mag , 2015

Intervista ad Adriana Musella, Presidente del Coordinamento Nazionale Antimafia Riferimenti

Il Presidente del Coordinamento Nazionale Antimafia Riferimenti gira tutta l’Italia per informare e formare i giovani nella lotta alla mafia.

adriana-musella

di: Desirè Sara Serventi

L’opera di Adriana Musella Presidente del Coordinamento Nazionale Antimafia è quella di informare e formare i giovani attraverso dei progetti educativi e didattici, in giro per tutta Italia. Figlia dell’ingegnere Gennaro Musella vittima della mafia, che morì dopo aver denunciato l’irregolarità in una gara d’appalto. Per far si che la morte del padre non sia vana Adriana Musella porta avanti la sua lotta alla mafia, e spiega l’importanza delle manifestazioni in piazza, che rappresentano una rivolta e una denuncia pubblica.

Come Presidente del Coordinamento Nazionale Antimafia Riferimenti, di cosa si occupa?

Principalmente di sensibilizzazione e formazione dei giovani.

Quando ha iniziato?

Questa è un’opera che è cominciata con Antonino Caponnetto, con cui ho fondato questo coordinamento. Caponnetto mi ha insegnato a parlare ai ragazzi, mi ha insegnato ad avere fiducia nei giovani, perché io ho iniziato in una Calabria dove si negava persino l’esistenza del fenomeno mafioso.

Deve molto ad Antonino Caponnetto?

Devo molto a Caponnetto perché lui scese in Calabria legittimando in qualche modo il mio impegno, e con lui ho iniziato a girare per le scuole, e abbiamo fondato il Coordinamento Riferimenti.

Perché Riferimenti?

Perché quando l’abbiamo fondata con Antonino bene o male eravamo tutti riferimenti chi più chi meno per quello che portavamo di esperienza vissuta.

Qual era il suo intento?

Era di mettere le nostre testimonianze a servizio della società.

Cioè?

Informare la gente intorno a noi, informare di quello che succedeva, spiegare il cosiddetto sistema perché la mia è stata un’esperienza. Io ho avuto un padre disintegrato da un’autobomba. Mio padre Gennaro Musella era una vittima un cittadino comune, perché le istituzioni ricordano i loro uomini, ma quando a morire è un cittadino comune allora se non ti metti in gioco finiscono nel dimenticatoio, perché lo Stato è molto lontano, quindi dopo un primo tempo in cui ho avuto fiducia nella giustizia, mi sono costituita parte civile, e aspettavo l’esito delle indagini, anche se per me era tutto chiaro, era morto per una gara d’appalto, in cui mio padre denunciò questo appalto per irregolarità e la gara fu annullata. La gara fu annullata, ma mio padre una mattina uscì di casa e saltò in aria.

L’inchiesta giudiziaria venne archiviata dopo alcuni anni?

L’inchiesta giudiziaria venne archiviata e io ne richiesi la riapertura, ma non avendo ricevuto alcuna risposta mi recai in tribunale per saperne di più, ma qualcuno mi consigliò di stare a casa ricordandomi che avevo due figli. Quello è stato il momento in cui ho capito cosa fosse il cosiddetto sistema.

Cosa fece?

Non sapevo cosa fare, e fu allora che scelsi di fare qualcosa, quindi organizzai la prima manifestazione antimafia di Reggio Calabria e portai in strada tantissimi ragazzi, tanti amici di Palermo, associazioni storiche nella lotta alla mafia che vennero a darmi man forte, e fu in quella manifestazione che venne consegnato ad ogni partecipante un fiore che è diventato il simbolo della resistenza che è la Gerbera Gialla.

Che cosa rappresenta?

E’ un simbolo per tanti giovani che si rivedono in quel fiore che è si memoria, ma è anche un fiore dallo stelo forte e quindi paragonato alla gente in trincea che lotta nel quotidiano, e quindi loro sanno che questo fiore è il simbolo per loro di riscatto, di riscatto da tutta questa barbarie che l’ha preceduta.

Che cosa si propose di fare?

Sin dall’inizio ho capito che l’unico modo per fare qualcosa era quella di formare una società nuova, e solo attraverso i giovani si poteva formare una società nuova, informando e formando.

I giovani hanno un ruolo importante?

Certo perché è un processo rieducativo, e una rivoluzione culturale.

Il 23 maggio ricorre l’anniversario della strage di Capaci, dove furono uccisi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Vito Schifani, e Antonio Montinaro, secondo lei questa data rappresenta una sconfitta per via dell’uccisione di Falcone?

Non la vedo come una sconfitta, i loro corpi martoriati hanno piantato un seme, e da allora che è nata questa rivolta civile. Certo è brutto pensare che un uomo debba morire per poter poi suscitare una rivolta, però è così. Questa data è stata una guerra dichiarata allo Stato, però è stato anche l’inizio di una reazione popolare.

Il 23 maggio presso l’aula Bunker di Palermo cosa si terrà?

Si terrà la commemorazione istituzionale di Falcone.

E’ stata invitata?

Il Presidente del Senato Pietro Grasso mi ha chiesto di collegarmi dalla Calabria.

Che cosa farete?

Dall’aula bunker attraverso la Rai in diretta, si collegheranno con cinque Piazze italiane, e si collegheranno con associazioni che svolgono questa attività nel quotidiano e con le scuole che hanno aderito al lavoro, e per la Calabria siamo stati scelti noi.

Che importanza hanno le manifestazioni in ricordo delle vittime della mafia?

La mafia si combatte anche con le manifestazioni. La mafia si combatte con le azioni giudiziarie delle forze dell’ordine e della magistratura, ma si combatte anche dal punto di vista culturale ed educativo. Le manifestazioni servono a dimostrare che c’è gente che non ci sta.

Che cosa sono le manifestazioni?

Le manifestazioni sono una denuncia pubblica.

Lei deve fare i conti con la paura e con il coraggio?

Cammino scortata e questo mi da il coraggio. Quando si fa una scelta e si fa con convinzione ovviamente la paura si deve mettere in conto.

Il Presidente del Coordinamento Nazionale Antimafia Riferimenti, porta avanti la sua lotta con determinazione.


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