Pubblicato: gio, 18 Set , 2014

Il referendum per l’indipendenza della Scozia – Il grande diversivo.

“La legge fondamentale del capitalismo è: te o me, non te e me.” – Karl Liebknecht

Una delle armi nell’arsenale della classe dirigente è la capacità di mascherare la realtà del rapporto tra classe sfruttata e classe sfruttatrice. I suoi costrutti culturali hanno lo scopo di oscurare la realtà, con una ragnatela la cui trama è costituita da religione, razza, genere e, soprattutto, nazionalismo.

Scot refIl nazionalismo non è “naturale”, ma viene prodotto. In particolare, è l’ideologia prodotta dalla classe capitalista. È la perfetta espressione del suo dominio. Si può far finta che nella nazione siamo tutti “liberi”, anche se alcuni di noi sono più liberi di altri perché hanno più soldi (come Bernie Ecclestone ha di recente dimostrato in maniera lampante in un tribunale tedesco). E quando i capitalisti ci dicono che “siamo tutti sulla stessa barca”, il loro quadro di riferimento è la nazione. Quando ci esortano ancora una volta ad omaggiare coloro che hanno combattuto “per il Re e per la Patria”, ci stanno trascinando in difesa dei loro interessi materiali. Dopotutto, è il loro Paese. Lo possiedono (e questo vale per la classe dirigente in tutto il mondo). Le guerre servono in realtà a difendere ed estendere i loro possedimenti e, per farci arrivare a sostenere la guerra, fanno appello alla nostra presunta “nazionalità” comune. Ed in Scozia, il nazionalismo è artefatto così come in qualsiasi altro luogo.

Non ci vogliamo occupare degli aspetti kitsch del nazionalismo scozzese – la reinvenzione come eroi scozzesi di teppisti e baroni medievali del furto come Bruce e Wallace, il romanticismo disneiano dell’appropriazione di vesti e strumenti presumibilmente originari delle “highland” come simboli nazionali (ignorando accuratamente il fatto che nelle pianure scozzesi Gaeldom godesse un tempo grossomodo dello stesso affetto dei rom oggi nelle loro terre di origine). Piuttosto, con l’avvicinarsi del referendum, vogliamo analizzare la questione dell’indipendenza scozzese come un mero diversivo, basato su una fantasia reazionaria, rispetto alla questione reale.

Se un voto “sì” creasse uno stato scozzese, questo inizierebbe la sua vita già paralizzato dalla sua quota del debito nazionale della Gran Bretagna – una somma stimata dall’Istituto Nazionale di Ricerca Sociale attorno ai 143 miliardi di sterline. Tale debito dovrà essere risarcito, così come il debito contratto nel funzionamento di qualsiasi stato capitalista – prestiti per gli investimenti, le infrastrutture, la difesa, il “salario sociale” (pensioni, sanità, welfare ecc.). Ad esempio, Edimburgo, capitale della Scozia, sta attualmente pagando 5,8 mln £ all’anno di interesse per una nuova linea del tram di una dozzina di chilometri, ben prima di cominciare nemmeno a rimborsare il capitale, di 776 mln £. Naturalmente, servizi come biblioteche, assistenza sociale, insegnanti, infermieri ecc. (tutti parte del “salario sociale”) sono spese discrezionali, mentre i rimborsi degli interessi sono scritti nella pietra. Lo stato del Regno Unito, nonostante il feroce arrembaggio contro il “salario sociale”, l’uso di manodopera straniera a basso costo per spingere al ribasso i salari, l’attacco alle condizioni di lavoro e ai salari, non è stato finora in grado di ridurre il deficit – in altre parole, lungi dal poter essere arginato, il debito aumenta continuamente. Anche in questo caso, i nuovi debiti comportano ulteriori interessi, fissati dai mercati finanziari globali, che tengono sotto stretta osservazione la spesa statale. Gli stati scandinavi, a lungo acclamati come esempi di buona gestione del welfare, stanno riducendo la loro spesa sociale, dietro pressione dei mercati monetari. Ai governi nazionali viene chiesto di essere “responsabili” (cioè fregare la classe operaia), oppure pagarne il prezzo nel momento in cui vendono obbligazioni e titoli di stato o accendono prestiti. Questo è un fatto inevitabile, nel capitalismo scosso dalla crisi globale – nessun paese è immune.

Alcuni spacciano l’affermazione che uno stato scozzese proteggerebbe il salario sociale a differenza di quei damerini di Eton istruiti giù a Londra (come se il funzionamento di uno stato capitalista dipendesse in qualche modo dalle origini sociologiche dei suoi funzionari – non troppi ex-studenti della scuola pubblica della Russia di Stalin, per esempio). Qualsiasi effettiva differenza nella spesa sociale tra la Scozia e il resto del Regno Unito provocherebbe una fuga degli investimenti verso il sud, assieme ad un aumento delle aliquote fiscali e dei tassi di interesse.

E per quanto riguarda l’affermazione che “il petrolio è della Scozia”, abbiamo avuto recentemente prova di quanto sia forte l’argomentazione. Infatti una raffineria di petrolio della Scozia, Ineos, con proprietari “scozzesi” (e sede in Svizzera), ha chiesto e ottenuto £ 150 mln dal governo scozzese dopo che il sindacato Unite ha ostacolato un recente sciopero dei lavoratori. L’America vuole una base europea per le sue vendite di gas da fracking per aumentare i propri profitti e danneggiare la Russia; il governo scozzese, che ha bisogno di investimenti, ha dovuto capitolare. In una vicenda simile, ma minore, il progetto di un campo da golf, perseguito da Donald Trump nonostante una massiccia opposizione locale, ha costretto il governo scozzese a sollevare il kilt e subire il colpo in nome dell’ “interesse nazionale”. L’investimento di capitali esteri, fondamentale per qualsiasi stato scozzese, si aspetta ed otterrà un trattamento con i guanti in termini di sovvenzioni e sgravi fiscali. Ciò che i lavoratori avranno può essere previsto osservando le brutali condizioni di lavoro del personale dell’enorme deposito di Amazon a Dunfermline. Qualsiasi tentativo serio eventualmente portato avanti da un governo scozzese per migliorare le condizioni di lavoro spingerebbe Amazon a fare i bagagli e trasferirsi altrove. Ciò non costituisce una sorpresa – è il modo di funzionamento del capitalismo. La sorpresa sta solo nel fatto che tanti sono disposti a credere che “qui siamo diversi”; che la Scozia, un’astrazione geografica, la conseguenza delle lotte storiche lontane tra fazioni rivali per il potere, ora impregna presumibilmente i suoi abitanti con qualcosa di significativo, qualcosa che trascende la realtà di una classe operaia che da sola produce tutta la ricchezza ed è internazionale, e una classe capitalista che espropria la maggior parte di quella ricchezza. I lavoratori in Gran Bretagna, Brasile e Bangladesh condividono la stessa condizione di sfruttamento e gli stessi interessi reali, mentre nulla hanno in comune con gli interessi capitalistici e i funzionari e i proprietari terrieri che li sfruttano.

C’è stata una massiccia campagna, orchestrata dai media capitalistici in Scozia da più di un anno, per cercare di montare l’interesse attorno al referendum. La maggior parte delle organizzazioni politiche di sinistra si sono unite in un sostanziale sostegno a favore del “sì” (“saremo in grado di sbarazzarci dei Tory”, o “saremo in grado di fare pressione su un governo scozzese meglio che su quello di Londra”, o “qui siamo più di sinistra, non votiamo Tory”, o “dividendo lo Stato britannico, lo indeboliremo”), anche se alcuni, come George Galloway, hanno fatto campagna a favore di un voto “no” sostenendo che altrimenti “il movimento laburista britannico sarebbe diviso e il potere sarebbe consegnato in mano ai Tory”. Alla base di entrambi gli approcci vi è l’idea che la democrazia capitalista abbia un certo valore per la classe operaia. Ciò sottolinea quanto la sinistra sia importante per la classe dominante.

Altri in Scozia hanno sostenuto che almeno un voto “sì” porterebbe a sbarazzarsi del Trident. Ma, anche se la NATO potesse permettersi e accettasse una delocalizzazione (il che è improbabile), ciò scaricherebbe su un altro settore geografico della nostra classe l’ondata di queste armi di genocidio; sarebbe una vittoria per il nazionalismo, non per l’internazionalismo. Allo stesso modo, coloro che (ingenuamente) ritengono che i soldati scozzesi non saranno inviati a combattere guerre all’estero, ancora non riconoscono che la nostra classe è una classe internazionale. Vedere qualcosa di positivo nel fatto che siano i figli della classe operaia di Newcastle, Manchester o Londra a combattere per l’imperialismo, invece che quelli di Glasgow o di Dundee, significa accettare ancora la logica reazionaria del nazionalismo.

C’è solo una risposta internazionalista a questo referendum – che cazzo! Il vero problema per i lavoratori di tutto il mondo è che si trovano ad affrontare un futuro sempre più disastroso, sotto il potere di qualsiasi forma di regime capitalista. La crisi capitalista mondiale ha visto peggiorare il tenore di vita dei lavoratori di tutto il pianeta. Questa tendenza va avanti gradualmente da decenni, ma dal 2008 ha accelerato drasticamente. In questa situazione non è sorprendente che ci sia stato un aumento dei movimenti nazionalisti e populisti. Tutti sostengono che i “vecchi partiti” siano da biasimare e che invece loro hanno la soluzione in tasca. Tutti vogliono farci credere che invece loro sono in grado di gestire il capitalismo, che possono magicamente sfuggire agli imperativi di una crisi globale del capitalismo. Tutti fingono che l’accelerazione degli attacchi ai salari, alle condizioni di vita e allo “stato sociale” sia di natura ideologica (colpa degli sporchi neo-con, o dei Tory, o dei NuLabour, o delle banche avide, o dei ricchi evasori fiscali) piuttosto che intrinseca ad un sistema globale marcio e in decomposizione. La nostra unica speranza risiede nello sbarazzarsi del sistema che produce tale miseria e tali abomini. Nel lungo periodo, l’unica speranza per il nostro futuro è la lotta di classe operaia autonoma, sul nostro proprio terreno. A breve termine, il rifiuto di essere trascinati nei giochi di potere della classe dominante è un primo passo fondamentale. Il fatto di vedere i nostri fratelli e sorelle di classe risucchiati in grosse trappole nazionaliste, come sta avvenendo in Ucraina, Libia, Gaza e Kurdistan, sottolinea solo l’importanza di questo.

Comunicato
Shug. redattore di Battaglia C. giornale Comunista Internazionalista.

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